Una strada
non molto lunga, accanto a quella che porta alla mia abitazione, ha sui lati
una fila di tigli. Occupano parte dei due marciapiedi, ma, in ogni stagione, è
una avventura dello spirito sfiorarli, mentre si cammina. Così è in primavera,
quando le foglie avvolgono, nel loro verde intenso e largo, i fiori, che poi
inonderanno di un profumo intenso dolcissimo, tutta la strada e i palazzi
attorno. Così è in inverno, quando gli alberi protenderanno le loro braccia
nude verso il cielo, come a voler elevare una preghiera di speranza per la
rinascita. E così è quella strada, anche in autunno, proprio in questo novembre,
quando ogni albero si spoglia e dona le sue foglie alla terra. Anche se, dal
punto di vista scientifico, la caduta delle foglie in autunno, soprattutto se
accelerate da forti piogge, come quelle che si sono verificate in città nei
giorni scorsi, può ricordare un successivo processo di decomposizione, tuttavia
in essa l’anima umana sente qualcosa di profondamente diverso: il profumo delle
foglie bagnate si leva da loro come la sinfonia viva, intima e struggete dei
violini d’autunno (oh Verlaine, Verlaine!). Profumo di terra e ricordi, quelli
dei passi di quando s’andava a scuola, e le scarpe affondavano in un tappeto
colorato. Camminare tra questi alberi spogli, avvolti dal sentore d’umido,
cancellava i rumori del mondo accanto. Paesaggio che molte volte accompagnava
la malinconia del momentaneo abbandono della persona innamorata e il sopraggiungere
di una nostalgia dolce e avvolgente. Quante volte abbiamo sentito di ricevere
dalla natura un dono imperdibile, durante le passeggiate tra quegli alberi
spogli quando, taciturni, osservavano le loro foglie, cadute ai loro piedi, ma
rinfrescate da rugiade e piogge: la nostra inquietudine trovava, in quei
momenti, la riva della comprensione per quell’umido silenzio. Capivamo quanto
fosse perfetta la descrizione di questo profumo nell’espressione giapponese “Mono no Aware”: che è partecipazione
struggente alla bellezza fugace delle cose dell’Universo e che, volendo, possiamo
anche viverla se, con attenzione, per esempio, partecipassimo al momento in cui
una foglia si stacca dal ramo del suo albero e va a posarsi sul terreno umido.
L’odore delle foglie bagnate è il profumo di un ritorno alla terra, il poetico
invito a rallentare, a far silenzio, a ritrovare le proprie radici (“L’autunno è una seconda primavera, dove ogni
foglia è un fiore” Albert Camus). Zitti! Sentiamo allora il mormorio della caduta! “È così strano”. Dice,
con un po’ d’affanno per il volo, la foglia appena arrivata a terra. “Il mio
mondo, fino a poco fa, era tutto lassù. Ho sempre pensato che la mia vita
dovesse svolgersi dove è iniziata e finire su quel ramo e invece … eccomi
qui”. “Benvenuta”,
le dice una foglia di tiglio, “ in questo strano giardino. Anche io vivevo lassù,
su quell’albero là, dall’altra parte della strada. Ti devi convincere ed
abituare: dove siamo ora, sulla terra, non ci sono rami e condividiamo la
stessa sorte. Il cielo è più lontano”.E un’altra foglia la rincuora: “Coraggio amica cara, so quello che hai
provato mentre cadevi. L’ho provato anch’io: la paura di svanire nel nulla.
Invece… guardati attorno. Non è così. Siamo in tante e abbiamo ancora quella
bellezza che avevamo lassù. Ora la doniamo a questi viali, per quegli uomini
che riescono a vederla”. Le foglie, mosse da un vento leggero, le fanno allora
posto e la nuova foglia si incastra come una tessera d’un mosaico tra altre foglie
e sa di essere diventata parte d’un giardino invisibile, perché non visto dai
più degli esseri umani. Invece, chi vede un giardino, dove altri vedono solo
delle foglie da spazzare, sente profondamente di aver avuto il dono di poter
contemplare l’eterno nel passeggero e il ciclo di una vita che pulsa anche nel
letargo. Questa natura spontanea ha la bellezza di nascere senza un ordine
prestabilito, obbedisce alla geometria del vento e della pioggia: i giardinieri
del tempo.
Il passo di chi calpesta i versi scritti dagli alberi, e da leggere
in questo giardino non recintato, produce un suono e solleva un profumo che si
può ascoltare e respirare solo in autunno: nulla che ricordi qualcosa che si
sta disfacendo. Armonia per ripensare alla propria traiettoria esistenziale.
Perché la caduta delle foglie non è evento crudele: è poetica danza nell’aria
non più afosa dell’estate, non ancora rigida dell’inverno. E invita ad
accettare la dolcezza dell’abbandono in quello che è il destino d’ogni forma
vivente. “Si sta come / d’autunno/ sugli alberi/ le foglie” (Giuseppe
Ungaretti). È la fragilità non solo del soldato, ma di ognuno di noi. Fragilità
che è anche di quel tappeto: visto un mattino, non lo si ritrova più il mattino
successivo. Ma per chi lo aveva incontrato rimarrà un paesaggio dell’anima.