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domenica 8 novembre 2026

CADUTE FOGLIE
di Zaccaria Gallo



Una strada non molto lunga, accanto a quella che porta alla mia abitazione, ha sui lati una fila di tigli. Occupano parte dei due marciapiedi, ma, in ogni stagione, è una avventura dello spirito sfiorarli, mentre si cammina. Così è in primavera, quando le foglie avvolgono, nel loro verde intenso e largo, i fiori, che poi inonderanno di un profumo intenso dolcissimo, tutta la strada e i palazzi attorno. Così è in inverno, quando gli alberi protenderanno le loro braccia nude verso il cielo, come a voler elevare una preghiera di speranza per la rinascita. E così è quella strada, anche in autunno, proprio in questo novembre, quando ogni albero si spoglia e dona le sue foglie alla terra. Anche se, dal punto di vista scientifico, la caduta delle foglie in autunno, soprattutto se accelerate da forti piogge, come quelle che si sono verificate in città nei giorni scorsi, può ricordare un successivo processo di decomposizione, tuttavia in essa l’anima umana sente qualcosa di profondamente diverso: il profumo delle foglie bagnate si leva da loro come la sinfonia viva, intima e struggete dei violini d’autunno (oh Verlaine, Verlaine!). Profumo di terra e ricordi, quelli dei passi di quando s’andava a scuola, e le scarpe affondavano in un tappeto colorato. Camminare tra questi alberi spogli, avvolti dal sentore d’umido, cancellava i rumori del mondo accanto. Paesaggio che molte volte accompagnava la malinconia del momentaneo abbandono della persona innamorata e il sopraggiungere di una nostalgia dolce e avvolgente. Quante volte abbiamo sentito di ricevere dalla natura un dono imperdibile, durante le passeggiate tra quegli alberi spogli quando, taciturni, osservavano le loro foglie, cadute ai loro piedi, ma rinfrescate da rugiade e piogge: la nostra inquietudine trovava, in quei momenti, la riva della comprensione per quell’umido silenzio. Capivamo quanto fosse perfetta la descrizione di questo profumo nell’espressione giapponese “Mono no Aware”: che è partecipazione struggente alla bellezza fugace delle cose dell’Universo e che, volendo, possiamo anche viverla se, con attenzione, per esempio, partecipassimo al momento in cui una foglia si stacca dal ramo del suo albero e va a posarsi sul terreno umido.



L’odore delle foglie bagnate è il profumo di un ritorno alla terra, il poetico invito a rallentare, a far silenzio, a ritrovare le proprie radici (“L’autunno è una seconda primavera, dove ogni foglia è un fiore” Albert Camus). Zitti! Sentiamo allora il mormorio della caduta!                                                                                                
“È così strano”. Dice, con un po’ d’affanno per il volo, la foglia appena arrivata a terra. “Il mio mondo, fino a poco fa, era tutto lassù. Ho sempre pensato che la mia vita dovesse svolgersi dove è iniziata e finire su quel ramo e invece … eccomi qui”.                                                                                                       
“Benvenuta”, le dice una foglia di tiglio, “ in questo strano giardino. Anche io vivevo lassù, su quell’albero là, dall’altra parte della strada. Ti devi convincere ed abituare: dove siamo ora, sulla terra, non ci sono rami e condividiamo la stessa sorte. Il cielo è più lontano”.                                                                                                  E un’altra foglia la rincuora: “Coraggio amica cara, so quello che hai provato mentre cadevi. L’ho provato anch’io: la paura di svanire nel nulla. Invece… guardati attorno. Non è così. Siamo in tante e abbiamo ancora quella bellezza che avevamo lassù. Ora la doniamo a questi viali, per quegli uomini che riescono a vederla”. Le foglie, mosse da un vento leggero, le fanno allora posto e la nuova foglia si incastra come una tessera d’un mosaico tra altre foglie e sa di essere diventata parte d’un giardino invisibile, perché non visto dai più degli esseri umani. Invece, chi vede un giardino, dove altri vedono solo delle foglie da spazzare, sente profondamente di aver avuto il dono di poter contemplare l’eterno nel passeggero e il ciclo di una vita che pulsa anche nel letargo. Questa natura spontanea ha la bellezza di nascere senza un ordine prestabilito, obbedisce alla geometria del vento e della pioggia: i giardinieri del tempo. 



Il passo di chi calpesta i versi scritti dagli alberi, e da leggere in questo giardino non recintato, produce un suono e solleva un profumo che si può ascoltare e respirare solo in autunno: nulla che ricordi qualcosa che si sta disfacendo. Armonia per ripensare alla propria traiettoria esistenziale. Perché la caduta delle foglie non è evento crudele: è poetica danza nell’aria non più afosa dell’estate, non ancora rigida dell’inverno. E invita ad accettare la dolcezza dell’abbandono in quello che è il destino d’ogni forma vivente.            
“Si sta come / d’autunno/ sugli alberi/ le foglie” (Giuseppe Ungaretti). È la fragilità non solo del soldato, ma di ognuno di noi. Fragilità che è anche di quel tappeto: visto un mattino, non lo si ritrova più il mattino successivo. Ma per chi lo aveva incontrato rimarrà un paesaggio dell’anima.