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KAOS

Racconti
UNA PARTICOLARE CREMAZIONE 
di Danilo Caravà
 


Eccomi qui, sull’attenti, in attesa che venga il mio turno, stretto, ogni oltre dire, tra chi segue e mi precede. Eccomi qui solo, malgrado, o piuttosto nella costatazione di essere fra altri… Il pensiero fatalmente è attratto da quell’unico buco nero in grado di deviare, di catturare la sua luce… la mente va a quando tutto questo accadde. Io non ero cosciente, e stavo meglio di ora; vi assicuro che gli anni passati forzatamente a meditare mi hanno confortato in questa nichilistica costatazione, più fredda e tagliente di un aforisma di Cioran. Il tempo mi scivolava addosso senza alcun attrito, ero perfettamente, completamente, indifferente del più remoto eone, e del più distante futuro, nel quale l’universo tutto avrebbe potuto disfarsi e farsi, più volte della tela di Penelope. Nessuna nascita, nessuna morte, solo passiva testimonianza oggettuale, condizione invidiabile dalla più alta forma di meditazione spirituale…  Invece, a un certo punto, chissà per quale caso, eccomi qui, prima di tutto solo, perché, intendiamoci una volta per tutte, l’autocoscienza è prima di tutto uno stato di cattività, di prigionia, di dolorosa separazione da tutto il resto. Come può non essersi accorto di tutto questo Cartesio? Come non può essersi trovato, a un certo punto, murato, attraverso il muro del cogito? Certo, i primi tempi c’era qualcosa che mi regalava una sorta di… voi come lo chiamate? Brivido, ecco, un brivido… ogni volta che venivo scelto, mi sentivo un po’ come quei ragazzi di vita pasoliniani, che vedono la macchina fuoriserie fermarsi giusto davanti a loro… Ti senti importante, senti quanto quella misera esistenza da handicappato, senza braccia e gambe, possa essere riscattata da uno sguardo, da un’attenzione, da una carezza. Ha qualcosa di meravigliosamente sulfureo, profuma di magnifica dannazione… parlo del fatto di sentirsi desiderati, sentire il fiato della passione altrui che ti si riversa addosso, il piacere di chi usa senza limiti il tuo corpo… Io vivevo, in un certo senso, di quel piacere riflesso, osservavo non con semplice curiosità, bensì con la sadica scientificità dell’amante che scruta, dopo il picco del vostro piacere, la sdrucita vulnerabilità del vostro sguardo, ancora provato da quella dolce morte. Mi hanno usato, certo, sono stato oggetto delle più svariate parafilie, dalle più particolari devianze sessuali, potrei dare molto materiale di lavoro al dottor Freud. Mi hanno riempito di tatuaggi, hanno graffiato lacerato, la mia fragile pelle, e non è che il fatto che non potessi lamentarmi, gridare, significava che apprezzassi ogni volta quello che mi si stava facendo… mi hanno addirittura quasi mutilato, e lasciato a brandelli il mio corpo, abbandonandosi all’arte che il marchese de Sade conosce bene. Mi sono sentito un martire… ecco… è il termine giusto, un martire, un san Sebastiano trafitto dalle frecce del vostro grossolano e distruttivo interesse.  Ho persino provato qualcosa di simile all’estasi, arrivando a sfiorare, oserei dire quasi toccare, quel dito del dio michelangiolesco della Cappella Sistina. Ma, al vertice dei lunghi periodi di scoramento, in cui venivo lasciato per ore e ore, per giorni, settimane, mesi, al buio, nella peggiore cella di punizione che possiate mai immaginare, ho bestemmiato ogni possibile divinità, l’ho rinnegata, ho trovato l’insensatezza e l’assurdità come uniche statue votive da adorare. Almeno voi potete piangere… conosco bene le vostre lacrime che, di quando un quando, mi bagnavano la pelle, quella vergogna che sentite, a volte, peggiore del bagnato risultato dei vostri orgasmi, nel mostrare quella condensa dell’anima, quella liquefazione della vostra supposta forza interiore… io non potrò mai piangere, tuttavia ho imparato che si può piangere senza piangere, anche senza lacrime, nello stesso silenzio di un paesaggio che lascia al vento la sua disperata voglia di muoversi… ecco, è arrivato il mio turno…. un attimo è tutto sarà finito, niente più tempo, solo impersonale eternità, di nuovo tutto sarà  perché niente sarà… sento già un caldo terribile che mi ustiona, che mi accende ogni lembo di pelle… cerco disperatamente un ultimo pensiero, mentre mi ricordo che qualcuno ha detto che dove si brucia me e i miei simili prima o poi si bruciano gli esseri umani… poi… mi arrendo all’unica frase sensata che può lasciare in  eredità un libro che sta per essere incenerito, scontata certo, ma terribilmente necessaria, fine!


 

FUORI DA UN LIBRO: un “classico” coming out
di Stefano Molinari
 


Non c'è nulla di nascosto che non sarà rivela­to,
e nulla di segreto che non sarà conosciuto.
(Vangelo di Luca, 12, 2)
 
Uno dei miei primi coming out, particolarmente significativo e memora­bile, accadde sul finire della mia adolescenza con il mio professore di greco del liceo. 
In quel tempo (oltre mezzo secolo fa, all’inizio degli anni Settanta) il pro­fessore aveva una cinquantina d’anni, all’incirca l’età dei miei genitori; era spo­sato e aveva due figli, un maschio e una femmina, che frequentavano il mio stesso liceo. Per la sua bravura divenne celebre a Milano, tanto da essere premiato alla fine della carriera con l’Ambrogino (l’onorificenza che ogni anno il Comune conferisce ai be­nemeriti della città): una fama dovuta non tanto ai suoi studi, benché abbia pubbli­cato due notevoli opere su Omero, quanto alle sue doti di maestro.
Nel penultimo anno, alla fine del primo quadrimestre, un po’ di sorpresa mi chiamò per interrogarmi sui lirici.  Esitai ad uscire perché non avevo stu­diato gli ultimi argomenti, non aspettan­domi l’interrogazione, ma un sesto senso mi indusse a rischiare (“Ma­gari mi chiede Saffo…”); così presi “Chari­tes” (l’antologia dei lirici greci), la mia se­dia (il professore voleva che stes­simo seduti durante l’interrogazione) e mi se­detti presso la cattedra, a sinistra del professore. Non chiamò nessun altro, dunque ero solo al suo cospetto.  Per fortuna mi chiese pro­prio Saffo, e l’Ode seconda, quella che conoscevo me­glio: l’ode dell’Amore («non della gelosia!» come ribadiva il professore), forse il supremo canto dell’Amore.
Poiché è op­portuno riportare questa ode sublime, voglio farlo “personal­mente”, con una breve digressione. Circa un quarto di secolo dopo ne feci una tradu­zione poetica, ispirato da un sorriso di uno dei miei più grandi amori, un giovane di meravigliosa bellezza. Stava uscendo dall’aeroporto di Linate, dove ero andato a incontrarlo, e lo scorsi mentre era ancora un po’ lon­tano: aveva il sole pomeridiano in faccia, e pareva muovere le labbra, e all’improvviso sorrise radiosamente tra sé e sé, per chissà quale pensiero… E allora io mi rammentai nitidamente la se­conda Ode di Saffo, e la sera stessa la tradussi così:
 
Saffo – Ode II
 
Mi sembra che sia simile agli Dei
chi ti siede dinanzi, e da vicino
t'ascolta mentre parli amabilmente
raggiante di sorriso.
Ma questo in petto mi percuote il cuore,
perché ogniqualvolta io ti vedo,
anche se per un attimo soltanto,
la voce mi svanisce,
la lingua mi s'inceppa, e un lieve fuoco
sotto la pelle mi s'insinua subito, 
i miei occhi non vedono più nulla,
le orecchie sono sorde,
il sudore mi bagna eppure tremo,
il mio colore è verde più dell’erba,
ed ho la sensazione di trovarmi
a un passo dalla morte.
Ma tutto va sopportato, poiché...
 
Ritornando alla mia adolescenza, la mia interrogazione (va detto che non ero un gran che dal punto di vista del profitto) fu addirittura spettacolare. Dopo aver tradotto e ri­sposto puntualmente alle questioni grammaticali, ini­ziai a commentare la li­rica con sicura sapienza, addentrandomi in varie osser­vazioni psicologiche e letterarie (citai persino il Cantico dei Cantici – i compa­gni mormoravano sba­lorditi, mentre il professore assentiva energicamente). Quindi l’interroga­zione divenne una conversazione, a conclusione della quale il professore, ribadendo l’assoluta femminilità della passione descritta dalla lirica (di una donna per una donna), disse che io non potevo capirla fino in fondo perché ero un uomo.
Circa un anno dopo, che era il mio ultimo anno, verso la fine del primo qua­drimestre, il professore durante un intervallo mi chiamò e mi invitò a se­dere accanto a lui in fondo alla classe, che in quel momento era vuota, e mi disse che aveva notato un miglioramento nel mio carattere, solitamente intro­verso, turbato e distaccato… Si era sempre chiesto il perché di una tale in­quietudine, che tut­tavia adesso pareva alleggerirsi, e questo si notava anche dal rendimento… Allora osai (era il 1971: mica c’erano i Gay Pride…): «Pro­fessore, si ricorda un’interrogazione che mi fece l’anno scorso, che andò piut­tosto bene, sulla se­conda Ode di Saffo?» Il professore annuì prontamente. «E si ricorda che alla fine lei mi disse che io non potevo capire a fondo quel tipo di emozioni per­ché ero un uomo?» Il professore continuò ad annuire. «Bene: le voglio dire che io le capivo benissimo…» Il professore tacque per qualche se­condo, e poi lentamente disse: «Sei l’ultima persona della classe di cui avrei pen­sato una cosa del genere. Pensavo a un amore infelice…» Parole che mi la­sciarono e mi la­sciano tuttora perplesso, dato che nella classe non manca­vano ragazzi dai modi spavaldi e dall’evidente interesse per le ragazze (tanto che una volta il professore di italiano disse al compagno che era stato appena interrogato: «Ma perché non studi di più invece di fare il “cicisbeo”?»).
Qualche giorno dopo il professore mi telefonò e mi invitò ad andarlo a tro­vare. Ricordo che era un sabato, e mi recai a casa sua nel tardo pomeriggio, e discor­remmo a lungo nel suo studio zeppo di classici greci e latini.



 
LETTERA D’AMORE
di Danilo Reschigna


Carissimo,
non ti preoccupare: non sono omosessuale, non sono un fanatico e nemmeno un poveretto che cerca la carità!
Ma se tu preferisci la fantascienza, l’oroscopo, oppure la cucina: in questo caso dimmelo e non ti disturberò più con le mie continue richieste.
Ti allontani sempre di più lasciandomi solo e alla desolata sconfitta del mio cuore. Ti cerco in continuazione e tu mi sfuggi sempre alludendo al fatto che la vita è corta e sei troppo indaffarato in mille progetti.
Non fare finta di non sapere chi sono io: lo sai perfettamente chi hai di fronte a te!
Io, e soltanto io, sono il tuo libro che racconta la storia dell’uomo: chi non conosce il passato, non potrà capire il presente e riflettere per migliorare il futuro. Scusami se sembrerò banale ma io ci credo molto.
Io non sono geloso dei tuoi interessi: calcio, telefonini e internet ma rivendico il diritto di essere molto più importante per la tua crescita mentale, etica e soprattutto culturale.
Ma tu lo sai che fatica ho fatto per trovare una casa editrice disposta a farmi pubblicare? E per giunta ho dovuto pagare una tangente per far in modo che pochi lettori abbiano il piacere, o almeno spero, di leggermi.
Per te, e solo per te, mi sono vestito con abiti di lusso: una bella copertina con figure belle colorate.
Non mi dire che preferisci le ricette di cucina: non ti vedo preparare manicaretti, con pazienza e dedizione: sei troppo occupato a cercare armi per il tuo sfogo preferito che è la guerra!
Sogghigni?… Non prendermi in giro alludendo che ti affascina l’oroscopo: lo so che la tua è tutta una scusa per addebitare il fallimento della tua esistenza al destino delle stelle e non alla tua incapacità morale e intellettiva.
Non affermare che preferisci la fantascienza: sei troppo pragmatico e privo di fantasia, ti crogioli troppo nelle tue assurdità terrene per affascinarti alla creatività celeste.
Non ti ho mai sorpreso a cercare di varcare lo scoglio della mente umana per entrare in una bella libreria: ormai, con la tua presunzione, credi di aver scoperto il mondo schiacciando un semplice tasto al computer. Ma lo sai che in libreria si trovano persone molto interessanti che con la loro curiosità e coraggio cercano di cambiare la società e in meglio? Forse hai ragione che non ci sono riusciti ma è sempre un apprezzabile tentativo che spero possa stimolare molti giovani nell’avvenire.
Solo una volta ti ho visto in un negozio di libri per ricchi signori e mi avevi adocchiato, stavi pensando di aggrapparti alla mia fantastica copertina e sognavi di leggermi mentre sentivi alla radio l’ultimo successo di Jovanotti ma poi hai scelto di comprarti e costava molto: “La vita del maiale in terra calabrese”.
Ma perché non mi vuoi apprezzare come merito!
Ti ho offeso con qualche frase che ho detto o qualche gesto da te interpretato come offensivo? Se mi è successo mi scuso molto: probabilmente è stata la mia distrazione nel contare le mie pagine: ne ho troppe! Perché oltre al testo completo, devo numerare anche la prefazione, la postfazione, la dedica e l’indice. Ma perdonami ancora e ti giuro, anche se un peccato giurare, che non ho fatto a posta e mi scuso molto ma proprio molto.
Purtroppo, se devo essere onesto, ho sentito altri miei colleghi che hanno il mio stesso problema: in Italia si legge pochissimo!
Anzi, a tanti di loro è andata pure peggio, sono stati emarginati in una stanzetta tutta sporca e zeppa di cimici: quando posso li vado a trovare portandogli un po’ di conforto e sentendo i loro lamenti mi fanno piangere, credimi, e mi ricordano i brutti manicomi di una volta. I ricordi mi fanno anche pensare che molti dei miei compagni, nelle varie dittature storiche e fanatiche espressioni religiose, sono stati arsi vivi: che spaventevole doloroso supplizio è stata la loro lenta implacabile agonia e che perdita di tanti amici e anche fraterni è stata per tutta l’umanità.
Forse non ti sono molto simpatico e ti posso anche capire: molti di noi sono dei barbosi trattati di medicina, di matematica oppure di culti di fede ma caspita ci sono anche tanti amici per la lettura che divertono i bambini e che sono molto importati per la nanna dei piccoli; ci sono, miei stimatissimi alleati, di grandi avventure che fanno compagnia alla solitudine di tanti anziani.
Non oso annoiarti di più: perché capisco che la tua giornata è aggravata da scomodi impegni mondani e allora scusa la mia accorata, angosciosa e supplichevole lettera.
Ma ti volevo annunciare un mio immenso desiderio!
Io ti amo!
 


 
LIBER
di Cesare Vergati
 


Quel cinquenne ancora in piedi (postura milite a riposo certo il crepuscolo in dissipazione appena timide luci remoto sguardo assonnato superstite testimone ultime armi) stette ampia mano aperta la mancina sponda quindi destra sponda mano aperta ampia propriamente ebbene questa lamina
(antica scrittoria materia) in animo evidentemente intimo aspetto corteccia vitale intonso stato la forma quando a ricordo bimbo allora vide padre accanto sì sottili lamine (chissà treenne) l’esiguo ventre asciutto magro in essenza infine l’esame ricercatore (a microscopio) così puranche fini sezioni d’oro d’argento l’orefice presso (probabilmente quattrenne) precisamente (lo seppe) artista da preziosi metalli (e gemme) i gioielli d’orafo per meraviglia ornamenti quanti umani (sublime ozio al risveglio l’aurora l’esempio) quando quel cinquenne ancora in piedi osservò attentamente (paterna lezione imprescindibile a pensiero) e libro tanto sorpreso e medesimo tempo entusiasta (più oltre comune balocco la felicità rudimentale fanciulli spensierati da qui a là l’aia coloniale) sentì insofferente il superfluo buccia (i più frutti) e crosta (pane a sempre per talvolta formaggio) se a mente quel cinquenne ancora in piedi osò più carezzamenti (l’estasi d’amante audace in percezione furto d’amante sensazioni) in mentre gli occhi stralunati (accadde infatti al genitore l’ippopotamo il mangiare quante mele d’un attimo la gola la gelosia insieme lunga attesa il guardiano inatteso tormentato ritardo) questo fanciullo conobbe senz’altro fremito quindi piacere eccitati toccamenti nuda natura l’interno d’albero tuttora come smarrito (il militare denudato gli abituali abiti da guerresca cerimonia il cieco colpisce e nuvole evanescenti sì cangianti) e nondimeno quel cinquenne ancora in piedi per angusta incapace quasi coriacea bisaccia (il tenere in sé poca e poca materia / ebbe difatti a guardare la magnifica meraviglia il viandante in armacollo il doppio sacco a cercare cibo per ogni dove per ogni tempo) sicuramente intesa ed estrazione cinque fogli vergini (vergine cera terreno vergine a memoria) così tuttavia tra denti ferma penna (diceva fiero) d’oca quando ora questo bambino l’estro presente poeta (a parole prime verosimilmente a vista giorni andati il padre il più scrivere appunti le spiegate pagine su ligneo tavolo in atmosfera laboratorio / la gioielleria la sartoria la pasticceria la madre artista in gusti e culinaria la mineralogia) il lasciare d’improvviso allora e strumento a forme e concetti da spalancata bocca (il senso l’urlo la puntura d’insetto insolente) in terra. Quel cinquenne ancora in piedi in ultimo seduto la roccia a quadrato dura (morbida carne fanciullo) tanto in industria parole e parole inconfessabilmente fragile vulnerabile a lui inconsuete saette il caparbio indicibile per cui questo fanciullo pensò l’utile quante figure il senso da lato scarabocchi (innumeri svolazzi il pigro scolaro affaccendato le libere fantasie) da altro curiosi bizzarri comunque sottili arzigogoli l’intento il trovare motivo l’attuale dormiveglia inibito artigiano in forse come fare d’oca la penna perfino represso impulso creare frammenti disonorevoli (frusto animo a squarciare delicata ala piuma delicata) impeto a frangente corteccia e pancia l’amato scrittorio oggetto di sempre così su umida terra di sempre il cinquenne ancora seduto appena chino (riverente cortigiano il massimo timore sovrano accigliato a titolo burbero personaggio a sudditi di sempre) delicatamente deponeva foglio dopo foglio il biancheo loro volto visibile invece le linee orfana ancora mirabile miscela questa volta in animo nereo almeno rivolo d’inchiostro l’irrefrenabile desiderio tre vuote pagine loro insoddisfatto rimanere vacue righe (d’invidia sorelle due già sazie scarabocchi arzigogoli) allora quel cinquenne ancora seduto abbandonò esitazione come risoluto (il milite stanco oramai il ritorno in proprio regno sì suo mestiere il campo a semina alberi a frutti variegati a luci e sapori) afferrò penna d’oca quando a modo irresistibile volontà il nero su bianco iniziò fantastico viaggio certamente incomprensibili detti sconclusionati contraddetti l’intento fare piene le pagine tre tuttora inconcepite sebbene a più sguardi divertito questo bimbo percepì a chiaro motivo piacevole suo svago tali schizzi d’estro e immaginazione (il pittore stranito ai colori inadatti lo scultore alle inadatte forme stranito) ebbene tornò la casa materna paterna i fogli sottobraccio (passeggio d’amici  sì spensierato finalmente d’angustia libero il fine adesso i fratelli a carta distesi (il sorriso gustoso tra labbra birichine) finalmente ligneo tavolo a cucina spostato sua camera a letto grande vistoso all’occhio là dove (il senso quotidiano rito) quel cinquenne consapevole inusitata forza parole e parole decise il tempo a sé davanti andare loro incontro (il crepuscolo in dissipazione) al risveglio occhi svegli ristorata mente decise il tempo davanti a sé giorno a giorno mese a mese anni a anni a sapere la corteccia l’intimo suo l’antica disseccata lamina quindi a tempo manoscritto le tre pagine in caparbia indole d’insieme per cui questa notte a piena visione il poema a figura onirica domani presto a scritte parole il crepuscolo incurante.




BOOKCROSSING UNCINATO short story
di Fabrizio Sebastian Caleffi                                      

 

C'è chi insegue un profumo, chi ricerca un colore, chi rincorre una palla a spicchi arcobaleno e c'è chi trova un sapore: io ho trovato un libro.              
“Heil Heil” suona più come un coro da stadio che come la mistica invocazione a una rock star. Del resto, siamo nel mese di marzo del Trentotto, il rock non è ancora nato e la Coppa Rimet, invece, è già stata e vinta dalla nazionale italiana, che la riconquisterà per la seconda volta consecutiva tra tre mesi allo stadio Yves du Manoir di Colombes, presso Parigi, battendo 4 a 2 i magiari caposcuola danubiani. Fossero intervenuti con le forze ammassate al Brennero, avrebbero respinto anche i tedeschi, appena entrati trionfalmente a Vienna: “heil heil heil”. Da un mezzo militare targato WH32230 è sceso il Capo, al culmine della sfilata tra due ali di folla vociante: “heil heil”. Colmo di una gioia impettita non disgiunta da una punta di malinconia retrospettiva, il Capo si gode solo a metà la sua spropositata rivincita, cercando di nascondersi che avrebbe magari preferito esser celebrato pittore in futuro ricordato campione d'arte degenerata. Non te la mettono più la Bibbia sul comodino della camera d'albergo... scattando a passo marziale, il Capo ha intercettato lo sguardo di una ragazzina, Ilse Paulsen, che agitava freneticamente la sua bandierina uncinata. Ah, averla modella alle lezioni di nudo e ritrarla, scomponendone gli arti in volumi e il torace in cubi! Ma l'imbianchino, come lo chiama, sprezzante, un teppista teatrale che l'ha in antipatia, è diventato il Capo, dopo aver pubblicato un libro di successo. Gli heil si son taciuti, come quando si sta per tirare un calcio di rigore. -Mein Kampf- bercia il Capo e gli scherani schierati in parata tremano: dove trovar seduta stante il gran libro del Capo, richiesto dall'autore in persona? Hai adocchiato la bella Bibbia sontuosamente rilegata su un banchetto di book crossing poco prima di piazza del Popolo e l'hai ghermita, pensando di ricavarci qualcosa. Poi hai scacciato il pensiero speculativo: la regalerai a chi ti sta aspettando da Rosati. Se mai ci arriverai: fin dai Greci in via del Babuino arriva l'eco d'un tumulto.                                                                                                        
Facendo scattare un braccio nell'heil più teso che si sia mai visto e porgendo con l'altro un volume dalla cover gotica, uno spettatore a tiro di voce s'è avvicinato al Capo, che lo lascia fare, bloccando l'intervento dei suoi gorilla.                   
- La Tua Battaglia - gli sussurra il fan col tono di un cameriere che stia offrendo a un cliente di riguardo una saftige Forelle, una trota succulenta. - Ein Stift - strepita il Capo. -Una penna, una penna- ripete il seguito, con la modalità degli infermieri in sala operatoria. E la penna salta fuori. Ora il Capo vorrebbe scrivere una bella dedica a Ilse Paulsen e sta per ordinare che gliene declinino le generalità, ma, alzato lo sguardo sulla folla, si rende conto che la ragazza s'è eclissata con la sua bandierina e allora “Wie heissen Sie?” lo domanda al fan, pronto a rispondere -Heinrich von Mayerling - così aggiungendosi al volo sia il von che il ling, che, anni dopo, il concittadino Wilder userà per il personaggio dell'autista della diva del muto, l'ex regista von Mayerling, nel suo film “Viale del Tramonto”. E qui, malgrado l'onniscienza del narratore, tramontano le nostre informazioni sul Mein Kampf con dedica... e sulle peripezie che l'hanno fatto finire, occultato nella rilegatura di una Bibbia, sul banchetto di un book crossing romano. Tu hai cercato di arrivar da Rosati, accodandoti alla marcia di Roma degli squadristi no vax che sta sconvolgendo la zona. Ma, tra marciatori disordinati e forze dell'ordine, preso in mezzo, hai dovuto tagliare la corda. Solo una volta rientrato all'hotel, ti rendi conto che della Bibbia t'è rimasta solo la copertina. Il contenuto l'hai perduto scappando. E l'ha raccolto un inquilino di Casa Pound. Il ragazzotto cortocrinuto legge solo alcune key worlds: una è nome e cognome del Capo in copertina. Porta il trofeo a “casa”, senza aprirlo. Dove il solo a dargli una guardata è uno strano simpatizzante, testa da skin con capigliatura punk, vegano devoto alla fiorentina, laziale con segreta propensione romanista maturata attraverso un vecchio amore nerazzurro focalizzato su SpecialOne e quindi giallorossizzatosi all'arrivo di Mou alla guida dei Lupi. Il nostro, che si fa chiamare Aquila, forse in riferimento all'animale totemico della Lazio, trafuga il Mein Kampf autografato, intenzionato a svenderlo come un Pinocchio che baratti un libro di scuola con l'ingresso al circo. Aquila, però, strada facendo, preda di una curiosità anomala nel suo ambiente abituale, cede alla tentazione di sfogliare il libro al punto di mettersi a leggerlo. Lo fa sedendosi su una panchina, occupata da un sacco a pelo che la indica domicilio notturno di un homeless. E su quel giaciglio Aquila Lupo s'accascia, assumendo la posa di un tossico in viaggio. La sostanza da lui assunta è la memoria di una giovane olandese che ha perso la vita e trovato l'eternità in un campo di sterminio, dove incontrò il suo destino e, forza del destino... osiamo?... oso... sì, osiamo... la coetanea viennese, destinataria iniziale del dono di un pittore mancato. Qualcuno... no, non sapremo mai chi... né quando... o perché... qualcuno ha incollato, dopo il frontespizio, sulle pagine del Mein Kampf le pagine del Diario di Anna. E Lupo Aquila, leggendone le parole, ha le guance inumidite di pianto. Quella lacrima sul viso ha spiegato molte cose. Molte. Non tutte.
(10/10/2021)

 
[Fabrizio Caleffi: Scrittore, Commediografo, Attore]


IL LIBRO DI KUAN 

L'aveva trovato sulla panchina del parco, dove si recava spesso a praticare il Tai Chi Chuan. Lesse il titolo. Lo masticò. Aveva osservato con attenzione anche la figura riportata sulla copertina. Si trattava di una ragazzina che, nei lineamenti del volto, svelava la purezza della sua età. Rimise il libro al suo posto. Kuan era arrivato da poco tempo in Italia e non ne comprendeva ancora la lingua. Giorni dopo, ritornato al parco per i suoi esercizi Tai, non lontano dalla panchina, si accorse che, in una pozzanghera, tra le foglie imbevute, c'era anche un libro. Si avvicinò. Lo riconobbe. Lo raccolse. Rimasticò il titolo. Strati di copertina, tamburellati dalla pioggia delle notti precedenti, si erano staccati. Del volto della giovinetta, in gran parte cancellato, restavano residui sparsi nel bianco. Non lo aprì. Lo espose in un punto dove arrivavano i raggi del sole. Restò a lungo a guardarlo. Decise di portarlo a casa. Intervenne con dei fogli assorbenti e lasciò che si asciugasse.
Sul tavolo poteva osservarlo meglio. La pioggia aveva cancellato alcune lettere del titolo, il nome dell'autrice, invece, era rimasto inalterato. Kuan, ogni giorno, osservava i livelli di asciugatura. Quando, finalmente, aprì il libro, si accorse che alcune pagine erano incollate. Con molta prudenza, riuscì a staccarle, salvandone, in parte, il contenuto. In parecchie di esse la scrittura era stata assorbita dall'acqua, in altre, restavano frammenti o lettere dell'alfabeto, sparse o consumate. Poche pagine, fedeli alla grafica originaria, risultavano leggibili. Quel libro, per Kuan, era diventato emblema di tutti i libri. Gli venne in mente Fahrenheit 451, e, come i personaggi del romanzo, anche lui cominciò a memorizzare alcuni frammenti. Non conoscendo la lingua, gli sembrava di entrare in punta di piedi in quell'oggetto, che si imponeva desertificando ogni logica. Ridisegnò le lettere mancanti del titolo, inserendole al loro posto. Compiaciuto dell'effetto visivo ottenuto, fece dei ritocchi anche sull'immagine di copertina. Sulle pagine bianche sovrappose lettere dell'alfabeto italiano insieme ad altre della sua lingua d'origine. Kuan ripeteva a voce alta cercando di cogliere il suono di ogni fonema, di ogni sillaba. Pensieri mormorati, come una preghiera, gli svelavano i segreti della nuova lingua. Tacque. Un mattino vide una parola vivere.

[Angela Passarello: Poeta]

* 

IO SONO HEMINGWAY



Buongiorno, mi presento: sono Ernest Hemingway. Lo scrittore. Un po' sgualcito, incipriato, ma sempre il vecchio Ernest: l'originale, ve l'assicuro. Come dice, signora? No, non ho i peli sul petto. Quello con l'Amazzonia sul petto era il mio avatar. Volete sapere perché avevo un avatar? Perché ero un fuggitivo. Sì, fuggo da quando sono nato. Ma ora sono stanco. Questo non vi interessa? Come? Volete un gossip letterario, qualcosa di inedito sul mio lavoro? Volete sapere come ho scritto i miei quarantanove racconti? Quei racconti li aveva scritti il mio primo avatar. Storie americane. Io non sono americano. Quel mio avatar era un tipo ambizioso. Si era messo in testa di fare lo scrittore per diventare famoso. Me li fece leggere. Per avere un mio parere. Ero stato allievo di Tolstoj e potevo dargli un parere onesto. Li lessi e pensai che fossero spazzatura. Proprio così. Ma chissà?! Forse mi sbagliavo. Era l'unica copia. All'epoca non esistevano i file riproducibili con un click e non c'erano altre copie di quei racconti in circolazione. Non ricordo nemmeno se fossero quarantanove o qualcuno in meno. Non importa quanti fossero. Li buttai. Avete capito bene. Letteralmente li buttai nell'immondizia. O in un fiume? No, non mi ricordo dove li buttai. Ma non ci sono più. Puff! Spariti. Ogni tanto me ne pento e vorrei rileggerli. Qualche volta fantastico che non fossero poi così male, ma che fossi io il retrogrado, quello che non li aveva capiti. Sogno che fossero troppo moderni per poterli apprezzare. Ma la verità è che non lo so. Non lo so più. È passato un secolo. Non mi ricordo più niente e non posso dirvi se ho buttato un capolavoro nell'immondizia o se fosse spazzatura. Come dite? Volete sapere che cosa è successo dopo? Poi dissi al mio avatar che li avevo persi. Proprio così. Li avevo messi in una valigia e li avevo persi in una stazione. Qualcuno mi aveva rubato la valigia. Non potete nemmeno immaginare la disperazione di quel ragazzo. Per rimediare mi offrii di riscriverli da capo perché mi ricordavo la trama di tutti i racconti. E quel che non ricordavo, lo inventavo. Forse ne aggiunsi qualcuno mio, originale, ispirato alle sue storie americane. Li riscrissi tutti da capo a modo mio: quarantanove racconti. Non fu un editing o una revisione. Fu la scrittura da zero di quei racconti sui ricordi di un giovanotto americano. Allora pensavo che fosse tutta farina del mio sacco. Mi ero ispirato solo alle sue storie, ma i racconti li avevo scritti io da cima a fondo. Oggi ammetto che senza i ricordi americani di quel ragazzo di nome Ernest Hemingway, forse quei racconti non sarebbero stati gli stessi. Io che cosa potevo raccontare ai miei lettori? La mia fuga precipitosa dal vecchio mondo. Non ero americano. Ero un fuggitivo e non potevo raccontare la mia vita a nessuno. Così prendevo in prestito le vite degli altri. L'editore accettò subito i nostri racconti. Ebbero un grande successo popolare. Fu così che dissi ad Ernest Hemingway: “Ora sei uno scrittore di successo. Adesso puoi scrivere tutto quello che vuoi ed il pubblico lo leggerà”. Ma lui non la pensava così. Era felice del successo e basta. Perché rovinarlo e sprecarlo con i suoi libri? Forse era stata una fortuna aver perso il suo manoscritto. Non gli interessava più scrivere. Con la scrittura aveva chiuso. Per sempre. O quasi. Come giornalista forse avrebbe potuto scrivere ancora qualcosa, ma non più come scrittore. Ora gli interessava solo essere quello scrittore di successo che si era immaginato. Fu così che decidemmo che io avrei continuato a scrivere, mentre lui se ne sarebbe andato in giro per il mondo a raccogliere il mio successo. I diritti restavano a me: la signora Hemingway. Ma senza il signor Ernest Hemingway quel successo non sarebbe stato lo stesso. Già! Proprio così. Allora ero giovane e ritenevo che tutto quel successo fosse unicamente dovuto a me, ai miei scritti. Ma oggi ho passato il secolo e penso che dopotutto metà di quel successo fosse dovuto a lui: Ernest Hemingway. A quel suo modo di essere scrittore nel mondo. Cosa? Volete sapere se ho scritto io “Il Vecchio e il mare”? Certo che l'ho scritto io. Ero in gita in barca con un paio di miei amici rivoluzionari. Me ne stavo lì seduto e pescavo. Ad un tratto un grosso Merlin ha abboccato all'amo. Tirò per ore. Finché alla fine lo liberammo. Quando ci raggiunse la notizia del Nobel, dissi no. Questa volta non sarebbe andato il mio avatar a ritirarlo. Se non potevo ritirarlo io, allora non sarebbe andato nessuno. Scrissi un bel discorso pieno di grandi ideali e glielo feci leggere davanti a me. Lui mentre lo leggeva era rassegnato. Immagino che gli sarebbe piaciuto molto ritirare quel premio. Ho perso la memoria delle cose passate, ma a sprazzi mi tornano ancora in mente quei giorni. Volete sapere come sono finito qui? Non lo so più. Anzi. Lo so bene, ma è una storia troppo fantasy per essere raccontata da me. Non è adatta al mio piglio asciutto. La verità è che sono solo. Sì. Solo in un mondo che non è il mio. Il mio avatar non c'è più da tanto tempo. E con lui sono morto anch'io come scrittore. Ho provato a rimettere insieme degli appunti e a far uscire qualcosa di postumo. Ma alla fine ho smesso. Certo. Non ero solo Hemingway. Ero anche altri scrittori. Quelli hanno continuato a vivere per un po'. Ma poi con Lady D è finito il Novecento. Ho passato il secolo da un pezzo e ho visto il nuovo millennio. E ora conto i miei anni al contrario come i gamberi. Sono sempre stato un tipo curioso. Cerco di essere moderno e curioso a modo mio, per quel che posso. Quando qualcuno mi parla della Prima guerra mondiale, posso dire: io c'ero. Se mi parlano della seconda, io c'ero. La rivoluzione a Cuba me la ricordo. In Vietnam ero sopravvissuto al mio avatar e anche lì c'ero. Il mio secolo è stato tutto il Novecento, se volete saperlo. Ed ora siamo qui. Ogni tanto riconosco qualche vecchio amico, vecchio forse quanto me. La cosa mi fa piacere. Mi fa sentire meno solo. Ma siete venuti tutti qui per una ragione. Anzi: vi siete tutti connessi oggi per una ragione ed io con i miei discorsi perdo la ragione. Sono qui per presentarvi il mio nuovo libro. Volete sapere il titolo? Vi accontento subito: Oltre il tempo. Come me. Per chi si fosse connesso solo ora a questa video presentazione, io sono Hemingway e questo è il mio ultimo romanzo: Oltre il tempo

    
[Kyara van Ellinkhuizen: drammaturgo e cineasta]


A FIUTO

 
Quando ormai in agonia tale vecchiardo (il tempo quanto moribondo) a esauste forze su impiantito riverso certo se rovinò le piastrelle per ceramica in veste unica tinta chissà sbiadito giallo (il simile appassita gerbera fin dentro abito suo sì a croma morto volto malato genitore perché malefico morbo) ché non ebbe sostegno dove solo la cucina l’uomo su umido panno tralasciato malandato straccio in abuso mattutino lavoro pulitore (il labride che accudisce a pulizia pesci altri e maggiori) finalmente defesso / e tuttora ansimante il capo duramente e battuto come aguzza pietra a mortifero spigolo lungamente disteso vaso scarlatta pianta cadavere l’aspetto accanto se in angolo la spalancata porta grande osservò una volta in più (lo stato quasi il dormiveglia questo infinito tempo presente) ebbene lustra teoria d’avorio i birilli perfettamente giustapposti (la linea minima schiera i giocatori pronti all’agone) la domestica gara perché generazioni per ludico certame (a parole padre solenne e guerriero) una volta in più il vecchiardo osservò se dormiveglia a sentimento (mancino occhio davvero chiuso al mondo destro occhio davvero al mondo smarrito) lo sgomento probabilmente (accade ché la caduta turba invero persino frutto in terra alfine sciupato) così l’agonia in animo in corpo l’agonia (certo l’affievolimento visibile marasma in decadente lucignolo sfibrato volto all’oscurità) questo uomo sì morente stremato a vita a vita spossato nondimeno fece l’atto (il sovrumano sforzo ultimo) lento afferrare l’antico libro a giallastre pagine malandato in forma e parvenza a lui appena accanto l’idea primeva ancora in mente ebbene (il ritorno l’infantile evo) irresistibile desiderio l’annusamento quindi difatti naturalmente (qui sovrumano bisogno) a vista insanguinata bocca labbra vermiglie a visione tutta serrata l’intento (per l’appunto) in forte aspirazione il naso tramite l’odore il ventre il prezioso cartaceo bene materia adesso profumo al morente uomo la testa offesa poggia sottile mantello rappreso sangue ora il nero quando il buio la notte le intemperie a ricordo allora ancora adolescente (il magnifico ozio la stagione a sole a mare in abitudine dispetti e pensieri altisonanti esibizioni e nascondimenti) usò sì carezzevole l’atto mettere naso in libro gli studi nuovi a suo esclusivo possesso poi quotidiano inebriamento prima certo delibare parola e parole (la gioia il gustare poesia il vino schietto) verosimilmente il piacere l’artista l’alta qualità in lavoro il cesello scalpello a dire a dura pietra figura finalmente fatta. Il vecchiardo tornò a mente gli attimi (a sapere a breve il decesso) l’emozione nuovamente l’annusare quando puranche in difetto d’aria (succede indubitabilmente il minatore il luogo l’operaio in asfissia il panico se invade ineluttabile inviso eppur immancabilmente presuntuoso) pensò destino eguale fuor d’acqua la quale tracina sé batte numerose volte coda testa ventre vivido a mostra ( la meta ritorno a casa ) su scabro in quel mentre superiore ponte lungo l’imbarcazione veloce certa enorme pesca a festa (quel prossimo convivio artigiani e cortigiani) così l’occhio spento e mancino l’occhio destro estremamente affaticato (il dormiveglia il pensiero) provò effimero sguardo il malandato libro ben serrato mani per ultimo atto (la forza inattesa il moribondo a dire la sua nell’essenziale) perché tuttora l’annusamento l’estasi tuttora il passeggero sovvenimento l’immagine i birilli la oblunga forma panciuti (quale il soddisfatto locandiere a fine pasto fiero la sua cucina a sé lauta cena prima il profondo sonno a rimedio massacrante opera esaudire desideri e bisogni viandanti e nobili il brevissimo soggiorno suo ostello) grassi a base a cima magri il sovvenimento passeggero certo se rovinò le piastrelle per ceramica in veste unica tinta chissà sbiadito giallo (il simile gerbera appassita fin dentro abito suo sì a croma morto volto malato genitore perché malefico morbo) ebbene in apparenza instancabile vecchiardo (l’agone la vita tuttavia la morte comunque) fece segno a sé l’annusare lo sgualcito libro in animo profumo inebriante sebbene in vestito il poco malandato odore volatile patina in indole muffa (propriamente l’immagine il micelio per vissuto saprofito  appena evanescente patina il soffice il velluto) perché infine il vecchiardo il respiro sfinito ancora spasmi d’infanzia (d’esofago l’allor timore soffocamento l’incubo seppellimento vivo in bara lignea chiusa a sempre) in preda dunque convulsioni questi il busto contorcimenti (dolorosissimo calpestamento quando involuto natrice dal collare a sapere aglifo al morso inoffensivo a corta sosta il suolo bagnato il dopo magniloquente temporale) tremebonde braccia il maldestro fare naufrago il quale annaspa senza remore la cerca d’appiglio chissà sperso pezzo il legno sicuramente galleggiante per cui a fine la vista l’udito a fine le dita in sensibilità defunta defunto gusto la serrata bocca d’acciaio il parere blocco a monolito ebbene il capo su aperto libro a grinze il volto a pieghe la carta elegantemente poggio (l’amante su seno su petto l’amante) a lato mancino tuttora in animo quel corpo il naso fermo a sembianza la sospensione il respiro come il volere a sempre quello trattenere senza remore.
 
[Cesare Vergati: Scrittore Poeta]

*

La poesia

Inverno
 
Salotto Bisutti
Solstizio d'inverno e letterati
(Zanini è il secondo a sinistra
seduto vicino a Marina Corona)
                                                                                                                                            
Bordi non ha, il pallore terso dell’alba,
un cristallo esangue è il sole mattutino
bianca luce d’affievolite risonanze.

Verso svaporate linee d’orizzonte
arduo è percorre le innevate strade.
Attenti alle incrinature nel silenzio,
si seguono orme appena impresse
e quasi allo sguardo impercettibili,
passo dopo passo. Scricchiolando,
lievi alle spalle, svaniscon subitanee.

Il bianco non permette nascondigli,
minime suture d’ombra non concede
né assottigliata piega d’orizzonte, 
alle esangui palpebre socchiuse,

oh, infinite son le gradazioni
dal bianco al bianco, e così ci si avventura,
senza lasciar tracce, senza ricordare
l’ansia indicibile nell’attraversamento.
[Claudio Zanini]

***
  Omaggio al Racconto



In occasione di Bookcity Cesare Vergati ha curato un’interessante incontro sul racconto alla Biblioteca Vigentina di Milano, invitando una serie di autori. Siamo lieti di offrili in lettura ai nostri lettori.  

Tiziano Rossi
Vecchiaia



I suoi congegni corporei sono da tempo in avaria, ma il vecchio e solitario signor Stovvi convive cordialmente con i tanti acciacchi che lo affliggono, li chiama per nome come fossero dei cuccioli e addirittura gli parla: a uno dice “Vieni qua”, a un altro intima “Non fare i capricci!”, a un altro ancora domanda “Vuoi la pappa?”. Così si animano i giorni del signor Stovvi, che in qualche modo ha rimesso insieme una famigliola, perché la sua da molti anni non c’è più.

Concerto


Oggi l’orchestra “Ad maiora” ha accettato di tenere un concerto di beneficenza nel cortile di una casa di cura riservata a persone con disturbi psichici. Durante l’esecuzione di un brano di Mozart, dolcissimo e - per così dire - aereo, tutti i pazienti, radunatisi sui balconi o affacciatisi alle finestre, hanno però espresso un forte disappunto con grida ostili o facendo boccacce. Di lì a poco si è levato all’improvviso - come talvolta capita in primavera - un gran vento che ha rovesciato i leggii degli orchestrali e disperso qua e à gli spartiti. Siccome questi sono stati recuperati e sistemati in modo frettoloso e caotico, la strumentazione si è quindi tradotta in un gran pasticcio e la musica ha patito mille stridori e dissonanze, ma i ricoverati hanno gradito moltissimo tale metamorfosi, battendo le mani e incitando a gran voce tutti gli interpreti.


Cesare Vergati
VIANDANTI

Caspar David F.
Viandante su mare di nebbia

Certo il tempo attuale quest’uomo lo sguardo alfine visione osservava - quasi l’indole il contemplatore mistero d’infinito eppure a timore - lassù quaggiù là in alto qua in basso (fanno gli occhi curiosi e pretenziosi il tutto abbracciare un elemento mezzo un cosmo invedibile) a ricordo perfino il pastore l’alloro in capo a declamare canti per musica intesi inintesi per poema esattamente (l’intento teatrale) a fronte pastora il sorriso a pieno compiaciuto ferma la laurea stretta tra mani a breve l’atto l’incoronamento - ed allora quella persona a tempo la vita matura scrutava chissà quale ansia se angoscia a tripudio massima incertezza d’animo lo stato tremulo (se filo d’erba la carezza brezza appena violenta il vento di passo) - scrutava questo individuo comunque a presente preso d’esuberanza nuovamente la vista preziosa materia a visione là in alto qui in basso a settentrione a meridione a oriente a occidente quando d’improvviso  il bibliofilo - l’amore usuale a cosa in sé a riguardo tale collezionista illustrate cartoline il retrobottega gente di famiglia e tante  la forza imponente la timorosa tradizione paura quindi spiacevole a suo reame disormeggio tutta convenzione in questo luogo in àncora un corpo morto - la vista nuovamente preziosa a visione sapeva maggiore rovina (accade così quando il tetto a crollo perché strage d’innocenti) i libri i libri i libri e frana tutta stanza - patria a letture e dormimenti - così pure immancabile guastamento (la disfatta delicato oggetto in sottile fragile porcellana forse in remoto etimo cinese/ fine vitrea critta minima teca se il fervore adepto custodia per tessuto per ossa laddove quest’uomo in uso in perfetta conservazione disseccata lamina animo di pianta crosta per cui succedeva veramente dispersione sicura opere diverse nature narrazioni diverse così modo aveva questa volta alta attenzione - il guerriero a non morire lo scontro d’armi in indole d’acciaio - si avvedeva (genio a coscienza colui a scorgere reconditi viaggi lo scorpione in arido luogo il nascondimento) - il bibliofilo questa volta conosceva finalmente ed aperti libri su ventre duro a ruvida veste l’impiantito in impressione gres ceramico finalmente conosceva pagine pagine pagine paole parole parole fogli fogli fogli a più alto dono a mondo alberi nel mentre in inopinato impulso e brevemente volgeva umidi occhi in verità (l’esempio porta finestra abbondante alito l’appannare l’arrivo felice d’amante deluso inconsapevole ovviamente a suo saluto il silenzio d’abbraccio l’amante) in alto i quanti vuoti la biblioteca scaffali vani il senso ripiani lignei (il vivido eburneo aspetto in meridiana luce d’oggi). A ripresa il coraggio tale meschino naufrago tuttora e in profondo stordimento nondimeno - a pensiero istinto benevolo la sopravvivenza - fermava sguardo su aperti distesi libri la caduta maltrattati per capo e coda sfiancati in tonfo - sgradevole e fracasso i duellanti a spade spuntate il grottesco usticano combattimento se in ultimo a ripresa il coraggio il bibliofilo aveva in mente infelici opere se dappresso vedere - la passione il corpo ardente in amplesso l’ardente corpo - ammirare le parole e disgustare al medesimo tempo oramai compreso di solo quell’atto a meta sapere e sapere i giorni i mesi a sapere l’ammirare gli uni libri il disgustare gli altri la pazienza l’immagine a pensiero quali allora riporre lassù quaggiù a mancino lato a lato destro in accompagnamento pulizia lo spesso pulviscolo su cencioso panno - la stantia carne il cadavere obliato in segreta la isolata cella il detenuto sua manifesta trasgressione l’impero di despota per apparenza invincibile - rancido pane certamente inedibile adesso consapevole la disgrazia - sventura a cose di valore - la tutta cura (la scoperta malattia) le mani sicure (il fascino l’entomologo a pensare gli insetti loro ita ed abitudini secondo ) credeva nuova epoca - il tutto tempo necessario - libri a riporre in attuali vane scansie l’intento compagni il viaggio prossimo e lungo nel mentre che consapevole cercava febbrilmente in angolo la camera appena a curva d’entrata il fianco sinistro lo spazio minimo qual vecchio mobile in unico cassetto in unico contenuto certo desueta cartolina unica tinta a bianco oppresso oramai smorta al colore sbiadito vecchio cartoncino a ritratto vecchiardo in canuta indole moribondo l’avido suo volto coperto i minuzzoli (se cadono il rotto alimento di tutti da megera in volontà il male i miserabili della terra) una volta intero fresco pane ben cotto questa volta raffermo per sempre così la maniera solenne a sovrano in animo d’accettare solo regali in meraviglia e lentamente in delicate dita - quelle a sfogliare corpo a materia pensiero a poesia materia a corpo - i giorni i mesi i tempi il valore secoli - (a disdire naturalmente vetusta malmenata cartolina defunta sensibilità) quando a passo l’intenditore più bella pietra più magnifico albero più sublime animale più alto mondo così in liberazione da contratto precedente stirpe osava il libro amato mettere in serbo in primo scaffale amati libri i tre orizzontali ripiani come guerrieri a vinta battaglia il privilegio la leggenda in onore di luogo eletto così in proposito le illette opere il riporre scaffale secondo a pensiero quando giusto aver in compagnia le lunghe passeggiate il viale per eccelsi platani quale conversazione compagnons de route certamente a pelle qualche poco feriti libri la grande rovina a suolo e tuttavia a sapere il superfluo da essenziale il mito da ciarla il gusto da disgusto il piacere da dispiacere l’intenso da risibile.



Tomaso Kemeny
“Il mio Libro”



La mano invisibile di scrittori e poeti mi torna in sogno.
Gertrude Stein aveva definito la generazione di Joyce, Pound, Hemingway, Fitzgerald “une génération perdue”. A proposito di smarrimenti, Ernest Hemingway in “Moveable Feats” attesta come la sua prima moglie, Hadley, avesse perduto una valigia alla Gare de Lyon, a Parigi, valigia in cui c’era il manoscritto di un libro, che doveva portare a Ernest in Svizzera, a Losanna.
Mallarmé, in un verso mirabile, sospira “La carne è triste e ho letto tutti i libri”. Paradossalmente l’immenso poeta doveva morire prima di poterci lasciare “Il Libro”, che come un moderno giornale, doveva includere tutto il mondo.
Come il mio amatissimo Torquato Tasso che nell’invocare la Musa la invita a spirare “... nel petto mio celesti ardori...”, così io invocai mia madre defunta a cantarmi “... della pianura/ profumata di timo,/ lontana e fragrante/ del latte delle cavalle di fumo/ e di vento...”. Se Hemingway, con l’aiuto della prima moglie, aveva perduto un libro, io, a nove anni, ho perso la mia patria d’origine, dovendo la mia famiglia, di social-democratici, fuggire dalla Ungheria devastata dai furori dei servi di Mosca o, se volete dai comunisti stalinisti.
La mia “Transilvania Liberata-poema epiconirico”, nel titolo, come è ovvio, evoca l’intramontabile capolavoro del Cinquecento italiano, la “Gerusalemme Liberata”. Mio padre, nella Seconda guerra mondiale, cadde nel tentativo di liberare la Transilvania, terra madre di poeti come Ady Endre, di musicisti come Béla Bartòk, terra assegnata alla Romania alla conclusione della prima guerra mondiale.
Nella mia prima infanzia, assimilai il sogno di riconquista della Transilvania,. Ancora ricordo il canto delle truppe in partenza per la riconquista “Dolce Transilvania, da Te veniamo,/ per Te viviamo, per Te moriamo.” Divenuto un poeta italiano nato a Budapest, alla morte di mia Madre, che mi narrava delle leggende e degli eventi transilvani, decisi di scrivere un libro che potesse custodire la mia anima nel volo visionario affollato di dei e di demoni, re ed eroi leggendari, di angeli vendicatori degli atti infami degli invasori.
Nella discesa redentrice negli Inferi, incontro Ezra Pound e Torquato Tasso che vanamente si cercano tra le ombre. L’autore del libro, caduto eroicamente, a conclusione viene accolto tra le braccia della Madre, divenuta, dopo la sua morte, una dea primigenia. Come Goffredo, dopo la liberazione del Santo Sepolcro, “scioglie il voto”, così alla conclusione del mio poemetto mi illudo di avere riconquistato la terra per cui mio padre è caduto.

Penso di avere lasciato nel libro la traccia della tragedia di una famiglia e di un popolo, contraddicendo il verso in cui Cesare Pavese afferma che “Non c’è uomo che giunga a lasciare una traccia...”. E, in accordo con Dino Campana, finché vivrò ti chiamerò Transilvania… “E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.”



Rinaldo Caddeo
NELLA TORRE D’AVORIO


Nella torre d’avorio è ancora buio ma la scrivania, la pagina, la penna, la mano, attendono di ricevere, tra pochi istanti, la prima luce del sole.
Da mesi, forse da anni, non aveva scritto un rigo.
Queste sono le prime parole.
È così immerso nei pensieri che anche la memoria si dilegua nella scia luminosa del loro rapido succedersi.
Eppure è tutto così calmo fuori di lui. Niente e nessuno li disturba: uno che bussa, lo squillo di un telefono, una voce, un eco o un alito di vento.
Tutto è immobile.
In camera c’è l’essenziale: un tavolino con un libro, una sedia, un letto, un catino d’acqua, una finestra.
La sua biblioteca è costituita solo da quel libro. Lui lo sfoglia tutte le mattine, a volte per pochi minuti, a volte per ore. È un libro bianco. Sulla copertina, sul dorso, nelle sue pagine, non c’è scritto niente. La notte, però, quando lui dorme, si riempie di segni oscuri.
C’è una scala a chiocciola, sempre d’avorio, che, inerpicandosi dal centro della stanza, porta in alto.
Dalla terrazza, in cima, si può vedere la pianura illimitata. Di giorno è un luogo silenzioso. La notte, invece, si anima di ululati, risa, lamenti, rulli di tamburo.
In un raggio di sole, entrato adesso nella stanza, rotea la polvere dorata. Si possono distinguere gli atomi leggeri che come cosmonauti volteggiano nel vuoto. Una rete di riflessi, nata nella superficie dell’acqua del catino, palpita dal soffitto. Crea e distrugge tentacoli incandescenti, meduse d’aria. L’ombra delle nubi, che corrono in cielo, si avvinghia ai muri, li ricopre e si ritrae come una legione di rapidi fantasmi nel pavimento.
Le giornate sono sempre uguali e se piove o nevica o tira vento, tira vento, nevica o piove con indifferenza.
Insomma, non capita niente, né di buono né di cattivo, non arriva nessuna notizia né brutta né bella.
Uccelli migratori passano, volano alti, come le nuvole.
Uno, una volta, s’è posato su di merlo della terrazza, esausto. Lui l’ha soccorso. L’uccello dalle grandi ali, si è fatto nutrire e curare. Poi, ristabilito, è volato via.
La notte porta battaglie, ingorghi, confusione, ma l’alba li spazza via.
Non sente la mancanza di niente. Il filo che lo tiene legato al mondo è tutta la vita che la natura di questi luoghi concede.
Come è arrivato? Quando? Perché? Nemmeno se lo ricorda. Si ricorda soltanto che nella vita precedente a lui piaceva leggere e scrivere.
Stanotte, per la prima volta, è successa una cosa singolare: una folata ha strappato una pagina del libro o la mano di qualcuno ha infilato un foglio da sotto la porta.
Adesso quel foglio è adagiato alla sua scrivania.
Che cosa c’è scritto, se c’è scritto qualcosa?
Lui è pensieroso. Ha preso la penna. Vuole scrivere, forse, vuole rispondere.