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sabato 8 febbraio 2014

ANDY WHAROL E LA COLLEZIONE BRANT

di Angelo Gaccione

I lettori si chiederanno come mai questo scritto sull’arte si trovi qui in Prima Pagina, e non in una delle preziose e prestigiose rubriche del giornale (Quartiere Latino, Campi Elisi, Il Pane e le Rose). La ragione c’è. Questa non è una semplice nota d’arte, è qualcosa di più: è anche una riflessione morale che intende registrare (questa volta in positivo), il comportamento esemplare di una persona ammirevole per il grado di sensibilità, di professionalità, di civiltà, a cui forse non siamo più abituati. Dirò più avanti il nome di questa persona. Il degrado morale del nostro Paese ha molte cause. Il comportamento indegno della maggioranza degli uomini politici è una di esse, ma non è la sola: quello degli ambienti culturali (che conosco bene), è di gran lunga più indegno e spregevole di quello dei politici. L’ho potuto constatare nella mia lunga carriera di scrittore. Non parliamo di quello del settore dell’informazione, che resta una casta chiusa affollata per il 99% di mediocri ed ignoranti. È in queste mani che sta spesso la fortuna di un libro, di un’opera teatrale, di un musicista, di un artista. Ma con i nostri consimili non va meglio: lo possiamo verificare quotidianamente quando siamo costretti a venire in contatto con Uffici Stampa, ospedali, centralini di ogni sorta, gente che sta dietro una scrivania, uno sportello, o dentro la stanza di un ufficio. Il più delle volte restiamo così mortificati e delusi del loro comportamento, che disperiamo di un miglioramento del genere umano. Qualche volta (sempre più raramente), avvengono dei piccoli miracoli e sono come delle epifanie; ci imbattiamo in persone così delicate e civili che ci riconciliano con l’esistenza. Allora torniamo a sperare e ci diciamo che forse non tutto è perduto nella giungla urbana; che c’è rimasta qualche “isola felice” dentro la polis del XXI secolo.
La persona a cui mi riferivo, all’inizio di questo scritto, si chiama Elisa Lissoni. Non ne conosco né il volto e tanto meno l’età. Il nostro rapporto si è svolto in maniera anonima nei freddi circuiti di quello che oggi chiamiamo Rete: attraverso lo scambio di alcune email, per concordare una mia visita alla mostra di Andy Wharol, in corso al Palazzo Reale di Milano, dove resterà fino al 9 marzo di quest’anno. La signora Lissoni mi era stata indicata come una delle referenti di “24 Ore Cultura - Gruppo 24 Ore”, che assieme ad altri sponsor e al Comune di Milano, ha reso possibile questa mostra dell’artista americano. La pazienza che Elisa Lissoni ha avuto nei miei riguardi, la disponibilità a tener conto dei miei impegni, a concordare giorno ed ora per agevolarmi, sono stati davvero encomiabili, ed era per me doveroso dargliene atto qui pubblicamente. È davvero una fortuna quando scopriamo una persona giusta nel posto giusto.




Ed ora veniamo alla mostra. Cominciamo con una serie di riflessioni: “Non ho mai desiderato diventare pittore, volevo fare il ballerino di tip tap”; “Sono convinto di rappresentare gli Stati Uniti con la mia arte, ma non sono un critico sociale. Dipingo questi oggetti perché sono le cose che meglio conosco”; “Fare soldi è arte e lavorare è arte e i buoni affari sono la migliore forma d’arte”; “Non pensare di fare arte, falla e basta. Lascia che siano gli altri a decidere se è buona o cattiva, se gli piace o gli fa schifo. Intanto mentre gli altri sono lì a decidere tu fai ancora arte”.
In questo grumo di parole è racchiusa la concezione di vita (e la pulsione estetica) di quello che è sicuramente il rappresentante iconografico più appariscente della società dei feticci, dei miti e della opulenza americana. Che non avesse desiderato fare il pittore possiamo credergli, ma ad una scuola di Arte pubblicitaria si era tuttavia iscritto, così come lavorerà da illustratore, a riviste di moda come Vogue e Glamour. Dipinse oggetti comuni come bottiglie di Coca Cola e lattine di zuppa Campbell’s riproducendole in serie da cui ricaverà molti soldi, con una ossessione simile a quella di Morandi per brocche, tazze e bottiglie. Questi oggetti popolari, quotidiani e domestici che Warhol riproduce e moltiplica sulle tele, sono il contraltare di tante nature morte che artisti fra i più vari e in ogni tempo raffigurano. Sono qui e ci appartengono, non sono scarti delle nostre vite; il pittore conferisce loro una seconda vita, una effimera eternità.




Figlio di immigrati slovacchi (il cognome del padre era Warhola), era nato a Pittsburg nel 1928. Aveva capacità creative da vendere: pittore, scultore, fotografo, regista, sceneggiatore, produttore cinematografico, attore e anche dandy, (Dandy Warhol definirono il suo stile di vita e quello dell’entourage che lo attorniava), il suo arrivo a New York è segnato da un notevole successo in
questi vari campi del fare artistico. E sebbene i suoi aforismi non convincessero un poeta e critico come Giovanni Raboni (li aveva definiti barzellette), non c’è dubbio che Wharol era dotato di un singolare talento e di un’ottima mano di disegnatore. Il visitatore di questa mostra milanese (sono opere provenienti dalla Fondazione del suo amico collezionista Peter Brant, che gli fu vicino fino alle fine), ne avrà subito la prova sostando davanti ai lavori realizzati negli anni Cinquanta: il paravento intitolato “Attacca la coda all’asino” (1954-55), “Uomo in piedi” (1957, realizzato a penna su carta da pacchi), la spiritosissima “Nativity” (che è dello stesso anno), e dove un Gesù Bambino ben cresciuto e già carico di capelli, tiene in braccio un enorme gatto che è il doppio della sua statura. Anche il ritratto a penna di James Dean è di quegli anni, così come “Dead stop” (Fermata mortale) e le scarpe a foglia d’oro con i ricami nobiliari e barocchi che sembrano realizzate da uno stilista per una rivista di moda. Sono tecniche e stili che Warhol non abbandonerà mai e che arricchirà via via di nuovi materiali per le sue serialità, per le sue provocazioni.




Gli anni Sessanta sono fruttuosi dal punto di vista creativo, ma sono altresì carichi di eventi politici e di trasformazioni sociali e culturali enormi. Si fa strada il consumismo delle società opulente (l’America con il suo capitalismo trionfante è all’apice), le merci invadono i grandi magazzini, la pubblicità dispiega tutta la sua invadenza tentacolare, il cinema, la televisione e la moda impongono e solidificano i loro miti, la musica diffonde il suo messaggio in ogni dove, e i comportamenti di massa uniformano le culture e gli stili di vita. I giovani europei vestono come i giovani americani,  ma nasce anche la contestazione delle nuove generazioni, ci sono le guerre di liberazione e i miti politici accanto alle minigonne e ai capelli lunghi. Warhol raffigurerà alcuni di questi miti e di questi simboli che diverranno universali, come certe merci divenute internazionali grazie alla estensione dei mercati e alla forza invasiva della pubblicità. Alcune di queste merci si trasformeranno in vere e proprie icone: forme, immagini e simboli di uno status, di una concezione, di un dominio, di una libertà. Wharol è subito dentro questo mondo: tra il 1960 e il 1961 riproduce 32 esemplari della Zuppa Campbell’s, bottiglie di coca cola di ogni tipo e lattine di minestra. L’anno successivo realizza una tela enorme riproducendo con inchiostro serigrafico e pittura acrilica, 192 banconote da un dollaro. Il simbolo del profitto e del dominio economico americano sui mercati del mondo. Il simbolo gigantesco del dollaro tornerà in una tela del 1981, a conferma del suo aforisma che fare soldi è arte e che i buoni affari sono la migliore forma d’arte.




Non dimentichiamo che l’America è divenuta la patria del cinema, dello star system, che ha soppiantato la Ville Lumière, e la moda ha un peso notevole. Nel 1962 muore Marilyn Monroe, icona del cinema americano e Warhol ne riproduce il volto nei colori più diversi, spesso in sequenze multiple che si differenziano fra loro di qualche dettaglio. Multipli e grandi ritratti acrilici che riguardano personaggi fra i più diversi: da Mao a Che Guevara, da Liz Taylor a Mona Lisa.
 “La Gioconda” leonardesca, una tela gigante del 1963 intitolata “Trenta sono meglio di una”, viene riprodotta ben trenta volte, usando la tecnica serigrafica e una pittura polimerica. Del 1962 è anche la realizzazione in vernice alla caseina e matita su lino, di due silhouette che riproducono le piante di due scarpe gigantesche su una tela altrettanto gigantesca. Il fondo è lasciato bianco mentre i contorni delle scarpe sono marcati da due lettere: la lettera L nera riprodotta sul sottoscarpa bianco; la lettera R bianca sul sottoscarpa nero. Vengono in quegli anni realizzati manifesti per film e opere seriali che hanno per tema incidenti d’auto: “Disastro verde/ Doppio disastro” (1963), che non è altro che lo stesso incidente d’auto replicato. Ricordiamo la morte di James Dean in un incidente d’auto, ma anche il trionfo della macchina nella società americana, come simbolo di libertà. Sono quadri dallo stile freddo, meccanico, tipico del mondo pubblicitario. Warhol non li inventa, gli sono familiari e “li riproduce”, li “ripete all’infinito”, che siano oggetti della realtà più banale (una banana) o strumenti sanguinari (la sedia elettrica) poco importa, lui si limita a metterceli davanti, a dirci: “eccoli sono qui, appartengono all’America”. Nel 1964 riproduce sulla stessa tela dodici sedie elettriche, usando il colore giallo, rosso, verde, viola, bianco, nero. Ma la presenza della morte si farà più pressante dopo l’attentato del 3 giugno del 1968, quando la militante femminista Valerie Solanas, l’autrice de “Il manifesto per l’eliminazione dei maschi”, spara alcuni colpi di pistola a lui e al suo compagno Mario Amaya, alla “Factory”, luogo divenuto ritrovo di artisti, attori, personaggi fra i più vari ed anticonformisti dell’universo newyorkese. Warhol entra in coma e si salverà miracolosamente. In seguito a quell’evento realizza una serie di teschi (skulls). E un teschio si porterà in America, comprato durante un viaggio in Europa nel 1976.




Provocatoria, in questa esposizione, la vasta tela in orizzontale “Oxidation painting” (1978), realizzata impiegando pigmenti di rame e schizzi di orina, suoi e dei suoi amici. Le “macchie” che vanno a comporre la trama, realizzano un quadro astratto; macchie che ritorneranno nel 1984 nella tela realizzata con il procedimento di Rorschach, e che titolerà proprio “Rorschach”; e macchie  ritroveremo nella gigantesca tela “Camouflage” (Mimetizzazione) due anni dopo, nel 1986.
Questa, e “L’ultima cena”, coprono due intere pareti dell’ultima sala dell’allestimento: all’incirca dodici metri, ho misurato a passi. “Camouflage” è posta di fronte a “L’ultima cena”, e come dice il titolo, richiama le macchie delle tute mimetiche militari. Anche questa un’icona nella società americana imperialista, che ha fatto della sua potenza militare e del suo esercito, il gendarme del mondo.  “L’ultima cena” (1986) è monocromatica: è una pittura polimerica su tela il cui fondo bianco è marcato dai tratti neri, grossi, pastosi che disegnano il Cristo e gli apostoli a grandezza naturale. Warhol ha realizzato più di un centinaio di opere ispirate all’Ultima cena; la cosa curiosa è che proprio da Milano gli era giunto l’invito (dal gallerista Alexandre Jolas) per un ciclo ispirato al Cenacolo leonardesco da esporre nella città meneghina assieme a quelli di altri artisti, chiamati a misurarsi sullo stesso tema. Per uno strano e misterioso destino, quest’opera, l’ultima del pittore americano, sarà esposta alle Stelline di corso Magenta a Milano, quasi di fronte alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, proprio un mese prima della morte, avvenuta il 22 febbraio del 1987.
Quello che non era riuscito a fare la pistola di Valerie Solanas, faranno i bisturi dei medici: morirà a seguito di un banale intervento alla cistifellea, all’età di 59 anni.




Contrariamente alle sue pessimistiche previsioni la sua opera ha resistito. Era convinto che non avrebbe avuto futuro e che avrebbe perso di significato. Ristabilite le dovute differenze storiche e le proporzioni sociali, sono convinto che alcune sue icone conserveranno la loro presa e la loro efficacia (come marchio di un’epoca), allo stesso modo di alcune fotografie di guerra di Frank Capa e di quelle di Lewis Hine, con i suoi operai volanti e sospesi nel vuoto, sulle impalcature dei grattacieli di New York in costruzione.