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mercoledì 12 febbraio 2014



FARE L’INDIANO
Pensieri forse oziosi e forse no
Su di un detto popolare di grande attualità
 di Paolo Maria Di Stefano
Foto di Paolo Maria Di Stefano



















“Fare l’indiano”
“Ce l’ho”
Ricordo di una scenetta impostata su di un personaggio che coltivava l’hobby della collezione di proverbi e dei modi di dire.
Quasi la preistoria del cabaret. Almeno credo.
I vecchi adagi e i detti della tradizione popolare, riconosciuti come “pillole di saggezza” da non dimenticare, hanno da sempre significati alcune volte assolutamente chiari, altre volte accettati in modo acritico e citati senza essere compresi a fondo, quasi una voce dell’istinto.
Vi è mai capitato di capire d’improvviso, quando meno ce lo saremmo aspettato, il significato recondito di una parola, di una espressione, di un detto popolare?
A me sì.

“Non tutto il male viene per nuocere” è un esempio. Non si tratta di una mera manifestazione di ottimismo, quasi espressione consolatoria e d’un’ombra di speranza. Significa qualcosa di molto più concreto: un invito a guardare a fondo il fenomeno per scoprirne i lati positivi che in qualche modo illuminano quelli giudicati negativi e per qualche ragione evidenziati dalle circostanze di tempo, di luogo, di ambiente.
E allora, la vicenda dei nostri due militari ostaggi in India di una giustizia al confronto della quale la nostra appare fulminea ha, intanto, proprio il vantaggio di dimensionare le critiche di cui da più parti gli italiani fanno oggetto il nostro sistema giudiziario e l’attività dei nostri giudici.
Che è tutt’altro che un male, dal momento che ogni critica, ogni giudizio emesso sull’onda dell’immediato sono probabilmente dimensionati in modo scorretto, per difetto o per eccesso.
E chi ci può assicurare che il comportamento dei magistrati indiani non sia (anche) un modo per comunicare l’invito ad esaminare meglio la situazione, ad approfondirne ogni aspetto in modo tale da consentire alla giustizia di svolgere il compito che le è proprio?

Con qualcosa in più. Gli indiani rivolgono questa esortazione innanzitutto a se stessi, anche in forza di un altro vecchio adagio, “presto e bene raro avviene”, quando si tratta di assumere decisioni importanti, quali quella di individuare correttamente la materia e quindi la o le norme che ad essa si possono o si devono applicare. In questo caso, è bene non aver fretta. Meglio pensare e ripensare e costruire quella certezza che, proprio perché “certa”, ridurrà al minimo le probabilità di errore.

E Giustizia – quella con la “G” maiuscola – sarà fatta.

D’altra parte, non è forse vero che “la libertà è una questione di limiti”?  E dunque, che senso hanno le critiche di coloro che sembrano stigmatizzare il comportamento di uno Stato che tiene prigionieri due militari, quando si pensi che la limitazione oggi imposta alla loro libertà è nulla di fronte alla possibilità di un ergastolo o, addirittura, della pena di morte?
Che sono, entrambi, limiti ben più pesanti.

Foto di Paolo Maria Di Stefano














Dice: ma mentre per l’ergastolo un rimedio è sempre ipotizzabile, la morte non ha vie di uscita.
Balle. E la reincarnazione, allora?
La morte è simile ad una condanna a termine da scontare altrove, con un effetto non trascurabile: il colpevole si reincarnerà in un essere inferiore; l’innocente, in uno superiore.

E ancora una volta Giustizia – quella con la “G” maiuscola - sarà fatta. Per di più, con l’intervento diretto di Dio.

In pratica: se colpevoli e condannati a morte, i militari italiani rinasceranno nella casta – se va male- dei “paria”, dei servi; se va bene, in quella dei cittadini liberi. Se innocenti, le probabilità di rinascere come facenti parte della casta dei guerrieri o addirittura dei bramini non sono assolutamente trascurabili.
Corollario: ma siamo proprio sicuri che i giudici indiani non vogliano condannare a morte i nostri militari perché convinti – i giudici- di far loro un piacere? Sono innocenti? Rinasceranno al vertice della società!
Dice ancora: sì, ma si tratta di italiani, e dunque di appartenenti ad una società diversa da quella indiana, e ad una fede diversa dall’induismo...
È vero, ma volete mettere il vantaggio di rinascere come indiani, e quindi al vertice delle civiltà mondiali?

Sarà, ma frattanto da oltre due anni non si riesce a capire bene di che cosa i militari potrebbero essere accusati.
E allora? Non è forse vero che “il tempo è un grande medico?” Perché “alla lunga tutto si risolve”. E non solo, a pensarci bene.
Un medico, per diventare “grande” ha bisogno di anni di studio e di altri anni di esperienza. Perché per un giudice dovrebbe esser diverso? Anche un giudice, per “fare Giustizia” (sempre quella con la “G” maiuscola), ha necessità di studiare per anni e di aggiungere decenni di esperienza e di pratica.
E non é forse vero che le aspirazioni di ogni individuo sono, se ammalato, di essere curato bene; se imputato, che la Giustizia trionfi ?
E allora, che aspetti!

Ma non è finita.
C’è ancora che un giudice deve essere assolutamente super partes, e non è possibile dubitare che per essere oggettivi i casi sono sostanzialmente due: si ascoltano e si discutono le opinioni di tutti, oppure ci si isola, possibilmente su di un albero oppure in un eremo, in modo che il molesto vociare della gente non turbi il lento e costruttivo elaborare del pensiero vincente.

Nel primo caso – ascoltare- il formarsi di un’opinione oggettiva è reso problematico e difficile, perché se è vero – e lo è – che quot homines tot sententiae, come anche da noi insegnavano i padri latini, sarebbe assolutamente impossibile conoscere tutte le opinioni in materia, e dunque i casi sarebbero ancora due: o tutto va all’eternità, oppure alcune (molte) opinioni non potrebbero essere ascoltate e tanto meno valutate, e dunque la Giustizia stessa sarebbe messa in forse.

Nel secondo caso – isolarsi - meditare su di un albero o in un eremo implica comunque non solo un periodo non breve di “acclimatazione” fisica, ma anche il tempo per “fabbricare il pensiero e la convinzione”. Il tutto complicato, soprattutto se si sceglie l’albero, da problemi di equilibrio anche fisico non del tutto trascurabile. Figuriamoci dunque cosa accadrebbe se i giudici indiani in ritiro su di un albero dovessero anche ascoltare e meditare sulle opinioni di stranieri, italiani o europei che siano!

Foto di Livia Corona
Che suona anche come avvertimento ai nostri: se un giudice indiano decide di ascoltare le voci di noi italiani o – peggio – di noi europei o - peggio ancora - del resto del mondo che noi definiamo occidentale, potrebbero passare secoli…!  D’altra parte, Simeone lo Stilita il Vecchio – che è uno dei nostri santi – trascorse trentasette anni su di una colonna, con un problema in più: non bastandogli, per esser lasciato in pace, quattro metri di altezza, si dovette occupare di sopraelevare la colonna fino a raggiungere i quindici metri. Pare.


Come pare che abbia detto alle donne – per le quali in terra non godeva di particolare simpatia (sempre “pare”!)- “ci vedremo nell’altro mondo”. E allora, perché censurare i giudici indiani dei quali è sempre possibile ipotizzare non solo l’emissione di una sentenza diciamo tra trentasette anni, ma anche che siano l’espressione coerente di una civiltà che risponde alle donne – che in India si dice siano violentate una ogni venti minuti – che chiedono giustizia “ne parleremo nell’altro mondo”.
O no?

Dunque, “fare l’indiano” vuol dire essere talmente saggi da riuscire a non ascoltare nessuno, dare a se stessi il tempo di pensare e di approfondire e di concludere, riconoscere che anche il tempo ha bisogno di tempo e che il tempo degli uomini è nulla a confronto dell’eternità.

E immagino che i giudici indiani in qualche modo si siano isolati non su di una colonna – pessima e pericolosa abitudine dei popoli occidentali – ma più tradizionalmente su di un albero, in qualche modo più sicuro e confortevole. Comunque, su di una colonna o su di un albero, il pericolo è che il supporto per qualche ragione possa cadere, mettendo così a repentaglio la vita stessa dei santoni e degli stiliti di turno.
E allora, ecco la preoccupazione dei giudici che si occupano dei nostri militari: che si tratti di terroristi, inviati da uno Stato, terrorista a sua volta, con il compito di tagliare l’albero, così colpendo uno dei capisaldi della società indiana?

Legittimo dubbio, e forse anche giustificato terrore. Ma alla verità i giudici arriveranno tra qualche anno, forse tra molti anni. Nel frattempo, rassicurano noi italiani: “ci stiamo pensando, e alle idi di febbraio del 2014 vi comunicheremo le conclusioni. Tutti coloro che vorranno ascoltarle saranno i benvenuti. E se non saremo ancora convinti, vuol dire che stiamo pensando, e probabilmente decideremo alle calende di maggio. E voi ne avrete vantaggio, dappoichè avrete la possibilità di approfondire la conoscenza del nostro Paese e della nostra gente.”

E il loro senso della signorilità li spinge a non sottolineare che, nell’attesa non tanto e non solo di una sentenza, ma di una imputazione e dunque del riferimento ad una legge precisa, anche il turismo indiano ne beneficia. Perché più il processo “di pensiero” è lungo, e più esso dura, più si parla dell’India; più si parla dell’India, più si fa pubblicità; più pubblicità si fa, più aumentano le probabilità di fare affari.
Gli indiani sembrano credere fermamente ad una delle più grandi stupidaggini sostenute dai pubblicitari, appunto, e da qualche economista di bocca buona: se ne parli, magari anche male, purché se ne parli! E poiché essi – gli indiani- sono saggi, lasciano che a parlare siano gli altri.

Loro fanno gli indiani. Appunto.

Una nota importante: sembra che “fare l’indiano” affondi le sue radici nel comportamento degli indiani d’America, e che dunque l’estenderlo agli indiani dell’India possa esser considerato un’indebita e gratuita estensione a popolazioni e civiltà e culture tra di loro diversissime. Solo in apparenza, però, perché nella realtà il concetto di eternità e quello di tempo sono assolutamente comuni all’essere umano in quanto tale, e per tutti gli esseri umani il trascorrere del tempo sembra la più concreta speranza di sistemazione delle cose.

Sarà per questa consapevolezza che delle reazioni “occidentali” e in particolare italiane si parla in termini esclusivamente teleologici, senza peraltro concretarne e descriverne neppure una?

In una commedia di Eduardo, il figlio in tono minaccioso avverte “mo’ vidimm int’a sta casa!..” suscitando la reazione di Eduardo in un’irata domanda: “c’avimm  a vede’?”. Sembra l’atteggiamento dell’Italia e – in parte, ma solo in parte – dell’Europa: “mo' vidimmo!”, al quale gli indiani non chiedono neppure cosa si dovrebbe vedere.

Fanno gli indiani.

Foto di Paolo Maria Di Stefano

















È probabile che gli indiani non avrebbero cambiato atteggiamento se noi e l’Europa avessimo indicato esattamente che cosa l’India dovrebbe aspettarsi in caso di applicazione della legge antiterrorismo e soprattutto in caso di condanna.  Senza contare che il tempo trascorso di sostanziale privazione della libertà dei nostri militari già di per sé richiederebbe una ritorsione.
Il problema sta, forse in una “contraddizion che no'l consente”: da noi “la vita è sacra”, ma cosa volete che sia la vita di due militari, per di più esponenti di un Paese che va perdendo anche il diritto all’iniziale maiuscola, di fronte alle esigenze dell’economia?
Che è una opportunità per dare un contenuto a quel  “mo’ vidimm” che andiamo ripetendo: una Europa (ed una Italia) che si rispetti a questo punto potrebbe troncare ogni rapporto economico con un Paese – l’India- che chiaramente dimostra di non rispettare l’Italia e neppure l’Europa, spingendosi fino ad accusarle di terrorismo.
Ma vogliamo, per una volta, metter da parte gli interessi di bottega e attuare sanzioni che convincano l’India a chiedere scusa?
Scuse dovute, io credo, ad un Paese che è stato costretto a difendere le proprie navi dai pirati dai quali l’India non riesce o non vuole liberare i mari di competenza, e i cui militari sono stati attirati in India con l’inganno, approfittando della buona fede di chi sa di compiere il proprio dovere e crede nella educazione e nel rispetto reciproco.
Che è una delle debolezze della democrazia e, forse, anche un elemento di stupidità.