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domenica 9 febbraio 2014

TERRITORIO E BARBARI
di Fulvio Papi

Se si facesse la storia materiale dell’uso del territorio italiano,
pochissimi potrebbero ritenersi innocenti.



Il cardinale Federico Borromeo che tanto si prodigò durante la famosa peste descritta da Manzoni, disse anche che questo flagello derivava dai nostri peccati. Anche se per la verità sarebbe stato difficile dire quali peccati di gente laboriosa e pacifica quali erano i milanesi sotto il dominio spagnolo. La stessa tesi fu diffusa da ecclesiastici in occasione del terremoto di Lisbona del 1755 che si avvertì in larga parte d’Europa. Fu questa una chiacchiera colpevolizzante ironizzata dal poema di Voltaire. Nello stesso periodo si poteva leggere su un modesto giornale di Königsberg la spiegazione che il giovane professore Kant dava dell’origine dei terremoti, anche se il filosofo, educato al pietismo della mamma, aggiungeva che non siamo nati per “costruire capanne eterne in questo teatro della vanità”.
Naturalmente sono d’accordo anch’io contro quello pseudo-umanesimo che vedeva la prova dell’assoluto potere dell’uomo sul mondo sostanzialmente attraverso la moltiplicazione del profitto. Quindi non era necessario costruire case dove le piogge possono far franare il terreno proprio perché disboscato o dove corsi d’acqua come barbari crudeli e impazziti possono invadere spazi urbani. I peccati del cardinale Federico Borromeo o quelli degli ecclesiastici del ’700 sono oggetti storici. Ma la domanda sulle possibili colpe, non peccati, resta attuale. Gli esperti che ancora considerano il rapporto stretto tra scienza e verità (non gli “scienziati” che per anni, per ragioni non nobilissime, hanno sempre voltato la testa) hanno previsto che ampliandosi l’area produttiva del mondo con le stesse energie attuali, vi sarebbero stati seri mutamenti climatici: in prospettiva ipotetica, ma non immaginaria, la trasformazione di zone fertili in una desertificazione e, per essere aggraziati, i mandorli in fiore in Siberia. È il caso di un tempo naturale che diventa tempo storico. In tedesco, per esempio, quello naturale è Wetter, e quello comunemente storico è Zeit. Ma non esiste alcuna parola che indichi il passaggio dall’una all’altra perché l’umanità di cui conserviamo la memoria scritta, non ha mai vissuto questa esperienza.




Di fronte ai disastri che conosciamo è molto più semplice convenire che è il caso, che esiste certamente e talvolta in modo crudele, ma che non può essere imputato dalle colpe dell’incuria, della trascuratezza, dell’ignoranza, dell’ingordigia economica che, questo sì, almeno in coloro che hanno la diretta responsabilità del territorio, non dovrebbero essere in alcun modo diffuse.
“Vietato proibire” è un detto demagogico, pseudolibertario, delirio piccolo borghese. Mettere limiti e veti sensati fa parte della intelligenza, della prevenzione, e della conoscenza. Fare finta di niente attraverso complicità di interessi è invece una colpa, anche se forse ci sono difficoltà a stabilire il reato. Quando sento un geologo di primissimo livello dire che per sanare il disastro idrogeologico del paese ci vorrebbero 11.000 miliardi, allora penso subito come sono stati spesi i pubblici denari per decine d’anni attraverso cricche mafiose, bande di profittatori della doviziosa rete politica (l’assalto ai soldi non la modestia morale del servizio sociale). E ricordo le decine e decine di casi di opere, per lo meno, di incerta utilità, a povera gente che avrebbe poi dovuto riconoscenza ai potenti. Si potevano o no spezzare queste situazioni? Chi avrebbe dovuto avere cura del territorio come bene comune? Chi avrebbe dovuto impedire, per prendere un altro caso, che venisse intossicato il territorio con tonnellate di rifiuti? E siccome non mi va di stare nel giardino della demagogia, desidero anche domandarmi: dove era la gente che adesso giustamente protesta? Meno passioni futili e più di attenzione di quel “se stessi” che è il nostro territorio. Perché non curarsi di sé? Perché credere che la salvezza consiste solo nel chiudere la porta? E adesso?




Un capro espiatorio con nome e cognome non c’è. C’è tutta una storia. E si tratta di quella storia d’Italia che non è stata quella delle elevate chiacchiere dei palazzi politici, delle conflittualità e delle
Solidarietà di basso raggio. C’è tutta un’altra storia da scrivere. Ed è quella per cui dalla “materia” viene fuori lo “spirito”. E qui temo che forse pochi, degnissimi, coraggiosi, donativi, si salveranno.

Gli altri troveranno un poeta che designerà loro l’inferno.