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sabato 3 maggio 2014

MINIMA IMMORALIA




Scrivo proprio mentre è in corso la discussione parlamentare intorno all’abolizione del Senato. Sono un poco pessimista perché non mi pare facilissimo che se ne vadano  abitues di palazzo Madama e novelli tangheri decidano di rinunciare alla “süsse Leben” felliniana (oggi dicono molto peggiorata) per tornare al paesello a una problematica professione. E previsione per previsione anche il disegno del nuovo Senato mi pare sulle nuvole perché senatori alla Peto Trasca (rivedere Tacito) mi paiono inesistenti, e temo che a quell’assise non arriverà nessuno poiché l’educazione politica ha insegnato il valore di scambio meglio dei commercianti fenici.
L’onore (per la mia generazione era un onore passare 5 giorni alla settimana a Roma al Senato, magari in biblioteca quando i tempi languivano) è simile a quei “derivati” che le banche americane hanno rifilato ad amministratori incompetenti per arricchire il deficit del bilancio.
Se si vola più in alto, ma molto più in alto, si incontrano i pareri dei costituzionalisti, più che onorevoli. Ma qualche osservazione si può fare anche a questo livello. A me pare (ma l’errore è tutto sul terreno della verità) che tutti i loro ragionamenti derivino da un’idea di democrazia, molto bene modellata, ma che non è analizzata né da un punto di vista genealogico, né da un punto di vista storico, né comparativo tenendo conto delle mutazioni geopolitiche e, purtroppo, non per l’analisi ma per il fatto, nemmeno dal senso che può avere per gli abitanti della comune terra il valore di un modello democratico piuttosto che un altro. Malvolentieri devo ricordare che il desiderio di qualcosa non è sempre a livello fantasmatico ed è mutevole. In genere le forme nascono e muoiono in relazione ai contenuti. Tenere conto delle prospettive evocate è non solo molto complesso ma anche spontaneamente estraneo a un discorso costituzionalista che nella congiuntura che accade è connesso con un’idea di bene unita ad una idea di efficienza.
Una proposta etica, anche nella sua dignità intellettuale, è poi necessariamente un colpo di forza. È sempre stato così. Tuttavia la Wirklichkeit con tutti i suoi intrecci (che diviene persino complesso elencare), crea un terreno molto difficile per il pensiero che progetta. Pensare ha proprio questa caratteristica di nascere in un presente non edificante ed essere sconfitto proprio dal terreno su cui nasce.
Per esempio ricordo le ragioni ideali che legittimarono l’istituzione delle regioni. Erano tutte quasi perfette, ma lasciavano ai margini quello che, nella congiuntura, non si poteva pensare. Ora abbiamo appreso che nella regione più ricca d’Italia (che non vuole dire la più civile) i consiglieri regionali hanno speso cifre di tutto rilievo per comodità private, dove i pranzi tengono un posto preminente. E se selezionassimo le candidature secondo curriculum pubblici? E se pagassimo gli eletti quanto un professionista di buon livello, ma niente più? Non dovrebbe essere una impresa sovrumana, e si eviterebbero quelle caccie al tesoro che caratterizzano le candidature.
Ancora un’osservazione su questa scivolosa realtà. La teoria delle quote rosa mi appare un rimedio banale. Dalla mia esperienza posso dire che a livello pubblicistico e didattico il rendimento femminile è superiore. Tuttavia, in generale, si può dire che capaci e cretini si trovano egualmente tra gli uomini anziani e giovani e lo stesso capita per le donne. La proporzione migliore nasce dalle ragioni selettive non da norme di legge che “scendono” a livello biologico.
Quello che la legge mi pare dica è che una scelta ragionevole è impossibile. E allora che cosa impedisce, come nelle Università americane, di stabilire delle quote? Stiamo cadendo nel ridicolo: un disastro.
Fulvio Papi