Pagine

lunedì 15 settembre 2014


PERCHÉ RENZI FARÀ UNA BRUTTA FINE
di Piemme

Renzi che non corre più
Renzi ha chiesto di essere valutato dopo 1.000 giorni.
Ma non dovevano essere 100?
Ma non doveva fare a febbraio, marzo, aprile e maggio una riforma al mese?

Anche Renzi non è più quello di una volta.


Cresce il divario tra chi sta in alto e chi sta in basso, la ricchezza si concentra più che mai nei forzieri di alcune frazioni predatorie dei dominanti, ma il tutto non in un periodo di avanzata bensì di crisi del sistema capitalistico - crisi che in Italia non ha precedenti. E' il motore che ha spinto avanti il capitalismo mondiale ad essersi inceppato, ovvero i paesi di quello che si definisce "Occidente". L'avanzata di paesi come la Cina ha evitato che il crack fosse catastrofico come lo fu quello del 1929. Ora anche i capitalismi "emergenti" stanno dando segni di stanchezza. Resta che l'Unione europea è il baricentro della crisi occidentale, e che anche la Germania, proprio a causa dei vincoli euristi e della sua politica mercantilistica, è in grande affanno. Ripetiamoci: con l'Italia che si conferma l'anello debole della catena europea. Se non fosse così, se non fossimo in presenza di una crisi generale (economica, politica, istituzionale e morale) Renzi avrebbe vita lunga. E invece, siccome la crisi ha la testa dura, avrà vita breve. Forse più breve di quanto noi stessi supponiamo. Così si spiega come mai il Nostro è passato dai "cento giorni" ai "mille". Da furbo piazzista qual è Renzi ha tentato di spacciare il pacco, camuffando il fallimento del suo slancio volontaristico e megalomane.
Tutti i dati che arrivano dal fronte economico parlano chiaro: discesa del Pil, discesa dei consumi, deflazione, aumento della disoccupazione, aumento del debito pubblico. Che l'ascesa di Matteo Renzi sia la spia della putrefazione populistica del Pd, ovvero del suo processo di berlusconizzazione senile, è evidente.
Tuttavia sarebbe sbagliato pensare che il Renzi sia solo proprio un pallonaro visionario, che egli, appena insediatosi al governo, abbia fondato le sue ottimistiche previsioni sul niente. Egli si basava sulle proiezioni e sulle previsioni che all'inizio 2014 davano per certa la "ripresa". E su cosa si basavano a loro volta quelle proiezioni? Sul buon andamento delle esportazioni, che hanno prodotto in un anno un surplus commerciale di 114 Mld di euro. Le dure politiche austeritarie e mercantilistiche (export-oriented) adottate dai governi Monti e Letta in effetti avevano fatto sì che l'Italia si attestasse quarta in quanto a surplus commerciale. Sembrava plausibile a Lorsignori che, senza affatto invertire la rotta mercantilistica, la questua di 80 euro, oltre che a far vincere le elezioni, avrebbe risvegliato almeno un po' i consumi interni, spostando sul più la cifra del Pil.
Invece i consumi non solo non sono ripartiti, ma sono calati, ciò che ha causato una ulteriore discesa dei prezzi. Malgrado l'export abbiamo così avuto un altro trimestre di recessione. Segno evidente che le esportazioni non sono sufficienti a trainare la "ripresa economica", che le politiche austeritarie basate sul rigore di bilancio, alta disoccupazione e quindi bassi salari hanno fatto completamente fiasco. E tutte le sviolinate sul bell'esempio spagnolo sono andate a farsi friggere.
C'è stato chi, utilizzando il concetto misterico che tutto in ambiente capitalistico si baserebbe sulle "aspettative", ha sostenuto che il calo dei consumi sia dovuto al fatto che "la gente" invece che spendere, preferisce risparmiare. E' così? Noi ne dubitiamo. Vero è che in Italia la quota di ricchezza depositata nelle banche, investita in titoli o in azioni, è tra le più alte d'Europa. Ma questa negli ultimi anni ha subito un'erosione senza precedenti. La realtà è che ceti medi e lavoratori salariati non consumano né riescono più a risparmiare, semplicemente perché la quota di reddito nazionale a loro disposizione si è erosa in modo macroscopico.
Le cose per Renzi e il suo governo di mezze calzette si fanno quindi davvero complicate. La ricreazione è finita e la luna di miele con buona parte dei suoi stessi elettori sta già finendo. Diffusi i dati su debito, disoccupazione, consumi interni e deflazione, sono stati i principali organi di stampa della borghesia a dare voce al malumore che serpeggia nei circoli delle classi dominanti. In attesa che si consumi definitivamente il divorzio con i cittadini che gli hanno creduto, sembra che il connubio tra Renzi e la borghesia che conta sia agli sgoccioli. Le teste d'uovo della grande borghesia non nascondono la loro preoccupazione. Quale? Che Renzi sia davvero ciò che essi forse più temono, che sia un Berlusconi sotto mentite spoglie, un "populista" narcisista che pensa anzitutto alla sua vanagloria personale piuttosto che agli interessi di classe di chi l'ha messo al potere. Così si spiega perché Eugenio Scalfari, preso atto del personaggio, abbia avuto l'ardire di invocare la troika.
"Mille giorni". Renzi si sente alle corde, sente che la grande crisi non consente traccheggiamenti, che da tutte le parti si esigono "scelte coraggiose", che da ogni lato gli dicono che occorre una "terapia shock". Anche Draghi e i tedeschi sono stati espliciti. Sentendo odore di bluff gli hanno ricordato che non si può deviare dal rigore di bilancio, che anzitutto vanno rimborsati i predatori della finanza, che la cura da cavallo a base di tagli ai salari e ai diritti dei lavoratori va continuata fino in fondo. Non a caso gli hanno messo Padoan alle calcagna. Deroghe al Fiscal compact? Uno specchietto per le allodole. Nel caso si vedrà, dopo che il governo avrà disegnato una Legge di stabilità lacrime e sangue, nel pieno rispetto dei vincoli euro-tedeschi.


Che al Paese, dopo le cure da cavallo liberiste, serva infine una "terapia shock" per uscire dal burrone in cui è stato precipitato, non c'è alcun dubbio. Sarà dura per il Renzi prenderne atto, ma sarà obbligato a farlo se non vorrà essere ingloriosamente defenestrato. Ma ci sono terapie shock e terapie shock. Due per farla breve: o a favore dei dominanti, seguendo il solco già tracciato, o contro. O rispettare i vincoli euro-tedeschi, che fanno tutt'uno con gli interessi della finanza predatoria globale, radicalizzando dunque la terapia neoliberista, o "cambiare verso", adottando politiche volte al rilancio degli investimenti pubblici e alla piena occupazione; ciò che implica politiche di "deficit spending" e misure di salvaguardia della produzione e del mercato nazionali, che a loro volta sono possibili solo uscendo dall'Unione e riconquistando la piena sovranità nazionale di cui quella monetaria. Indugiare Renzi non potrà a lungo. Né può illudersi, coi i numeri spietati della crisi che incalzano, di stare in mezzo al guado, di sperare nella Divina provvidenza, di fare le nozze coi fichi secchi.
Grandi tensioni politiche e sociali si stagliano sul suo orizzonte. L'attacco di D'Alema e la sortita di Fassina e della sinistra piddina (che dopo aver solo due anni fa votato per introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione ora, con impressionante faccia tosta, ne chiedono la cancellazione) sono un segno delle battaglie durissime che si annunciano. Di certo in seno al palazzo. Noi, da parte nostra, speriamo poi che Marx abbia avuto ragione, che cioè "la crisi avrebbe fatto entrare la necessità della rivoluzione anche nelle teste di legno".