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venerdì 21 novembre 2014

INTELLETTUALI
Una nota di Gianni Bernardini, sul dibattito aperto da “Odissea”

Denis Diderot

Vorrei inserirmi, se possibile, nella“ricerca” sugli intellettuali proposta da “Odissea”. Con non più di una nota, una sorta di promemoria; ripreso da un libro che (non solo) per me e gli altri curatori e autori ha segnato un momento particolarmente importante e significativo: AA. VV., Scritti in ricordo di Luciana Fortina, Pagnini, Firenze 2013 (dal quale qui ho tolto, per non appesantire, le virgolette segnalanti le citazioni). Luciana Fortina è stata, in una parola, un’importante intellettuale; il libro è stato pubblicato con fondi di ricerca universitaria dell’Università di Siena; e qualcosa della presentazione e di altro si ritrova anche in “Odissea”.
Gli studi che compongono il reading tendono, appunto, a corrispondere a aspetti della “cultura” di colui che ne è un professionista, che la usa come strumento di interpretazione del “mondo”, e anche per agirvi, apportarvi, per quanto in grado, cambiamenti ritenuti migliorativi; operarvi insomma “rivoluzioni” a vari livelli. In altri termini, una cultura “presa sul serio” - parafrasando il titolo di un libro assai noto del filosofo statunitense Ronald Dworkin, Taking Rights Seriously (1977) -; un insieme di conoscenze dagli aspetti specializzabili e universalizzabili. I primi destinatari di questi testi sono quindi, per servirmi di un termine del quale l’abuso ha fatto scempio, e la storia più recente, e la politica hanno variamente deteriorato, inquinandone il significato, gli intellettuali. Di questo termine-concetto vorrei recuperare anzitutto, per l’autorevolezza, lo stacco temporale, e come a evitare equivoci risultanti da polemiche anche (soprattutto?) all’interno della “sinistra”, l’accezione kantiana: che, in breve, a tale condizione ricollega l’uso pubblico della ragione. (In altro senso, forse potrei anche scomodare quell’insieme di strategie interpretative che si raccolgono, in breve, nel concetto di lettore modello di Umberto Eco.).

Jean D'Alembert

Il termine ha comunque una presenza ineludibile in dibattiti attuali. (Sintomatico, per tutti, il recente volume di: Rino Genovese, Il destino dell’intellettuale, Manifestolibri, Roma 2013.) La problematicità del ruolo, della posizione, della stessa definizione di ‘intellettuale’ è oggi, peraltro, anche più sensibile che nel periodo tra la metà del secolo scorso e la fine del precedente: quando il termine, detto sommariamente, poteva essere ricondotto, almeno in parte, a ciò che allora si intendeva con intellighenzia. Né può essere trascurata almeno la sorta di identificazione di intellectuel con dreyfusard, appunto al tempo dell’affaire Dreyfus, quando il primo termine acquistò l’accezione di militante: in contrapposizione agli antidreyfusards -sostanziale espressione della destra nazionalista-. Allora, insomma, gli “intellettuali” (dreyfusardi) erano un po’ una “sinistra” che si opponeva alla “destra”; prima delle “condanne” e specificazioni (per la verità, anche illuminanti), in Italia, tra gli altri, dopo Gramsci -che riprende dal comunismo del suo tempo, e precedente, come è noto, la teoria dell’intellettuale organico-, di un Togliatti ma anche di un Pasolini.
Quale quindi, attualmente, la “funzione” dell’intellettuale (se ancora è possibile attribuirgliene)? Mi sembra che l’“intellettuale” contemporaneo, piuttosto che come specie in via d’estinzione -perché altre figure di operatori e attori culturali appaiono più up-to-date- possa, comunque, essere ancora individuabile come “disorganico” nel “caos” della comunicazione sociale (e mi chiedo quanto ci sia di ancora eventualmente “postmoderno”, in senso lato, in questa ascrizione); e se qualcuno tende a riproporne l’immagine in un senso quasi “eroico” in questo groviglio, io ne sottolineerei piuttosto la residualità -che può non essere priva di utilità, soprattutto da un punto di vista storico-. Ma la postmodernità -e chi la rappresenterebbe- è oggi un lusso che non possiamo più permetterci.
*Gianni Bernardini (Università di Siena, Dipartimento di Giurisprudenza, Filosofia