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domenica 27 settembre 2015

Politica ed Economia: rinasce la Commedia dell’Arte
di Paolo Maria Di Stefano


…E poi, la folgorazione: da lungo tempo superato il mezzo del cammin di nostra vita, ho finalmente trovato la definizione di Politica! Meglio: la descrizione delle sue componenti essenziali, degli elementi distintivi da qualsiasi altra attività umana, proprio quelli che hanno tormentato la vita di Filosofi e uomini di cultura fin dall’inizio della storia dell’umanità. Non dei politici, naturalmente, troppo impegnati in quello che loro chiamano “fare” e troppo convinti che quel “fare” debba innanzitutto portare a prodotti adatti a soddisfare bisogni propri e tutelare altrettanto propri interessi.
Con una concessione ai bisogni ed agli interessi del ristretto gruppo di appartenenza.
E questi sono gli elementi essenziali, in assenza anche di uno soltanto dei quali non è possibile parlare di Politica e neppure di politiche:
1. l’esistenza di un “canovaccio”, di una traccia schematica di riferimento senza la quale sarebbe particolarmente difficile coagulare i propri con gli interessi di altri, necessario per moltiplicare le forze dei singoli, altrimenti insufficienti. Raggiungere un qualsiasi obbiettivo è di gran lunga più facile quando in qualche modo ci si unisce. E a sua volta l’unione è meno difficile se in qualche modo si disegna una traccia di cammino.
Non si ha la certezza del risultato, ovviamente, ma una maggiore probabilità di riuscita sì.
2. la “improvvisazione”, che consiste nell’“inventare” quanto di volta in volta ritenuto meglio adatto a consentire lo sviluppo del canovaccio e l’eventuale raggiungimento di ogni singolo obbiettivo, e dunque anche – se e quando necessario ed opportuno – creare il consenso del pubblico cui ci si rivolge.
3. il “mestiere” o “la professione”, che indica una qualità di chi alla Politica vuole dedicarsi: quella di “farlo per mestiere o per professione”, cioè con una conoscenza certamente pratica del fenomeno, non necessariamente anche “scientifica”. Soprattutto o esclusivamente “pratica” dal momento che ogniqualvolta “la scienza” intervenga, la “pratica” si complica fino a divenire impossibile.
Naturalmente, non ho potuto non notare come gli stessi elementi essenziali siano propri anche dell’economia. Meglio: del sistema economico con il quale viviamo.
1 bis. L’esistenza di un “canovaccio”. In economia, la traccia schematica di riferimento è costituita dalla creazione di profitto a vantaggio del capitale impegnato in una con l’affermazione della necessità di una libertà assoluta nei comportamenti. E si tratta di una pura indicazione di intenti, dal momento che quanto ai modi per fare profitto ciascuno è lasciato libero di muoversi come gli pare. Non a caso nelle nostre Università si insegna ancora che l’economia è un fenomeno che nulla ha a che vedere con l’etica, con la morale, con il diritto.
2 bis. La “improvvisazione”, che in economia significa soprattutto la “invenzione” di ogni e qualsiasi sistema sia ritenuto adatto a creare e ad incrementare il profitto. Non solo: dal momento che si assume che l’economia sia qualcosa di diverso e in qualche modo di estraneo dall’etica, dalla morale e dal diritto, il campo della improvvisazione si allarga fino a comprendere “l’invenzione” dei modi più idonei ad aggirare i vincoli che le tre discipline citate imporrebbero, se rispettati, all’azione strettamente economica.
3 bis.  Il mestiere o la professione esercitati da chi in economia intende operare. Anche in questa ipotesi – in economia, appunto – sembra necessaria una conoscenza pratica del fenomeno, ma  non altrettanto il possesso della “scienza”, ed anche in questo caso, ogniqualvolta quella che gli economisti chiamano “scienza” interviene, la pratica si complica e la gestione del fenomeno diviene, se non impossibile, certamente più difficile.
Subito un dubbio, ovviamente: non è possibile che gli stessi elementi essenziali siano comuni a più fenomeni. Se così fosse, quei fenomeni sarebbero sempre uno ed uno soltanto. Nello specifico, significherebbe che Politica ed Economia sarebbero la stessa cosa, solo chiamata in modo diverso.
Che è una possibilità, ovviamente, e più concreta di quanto possa non apparire, tanto da essere sotto gli occhi di tutti e da costituire argomento di studio e di disputa, nel tentativo di indicare differenze significative tra le due “discipline”.
Ma a mio modo di vedere, appare più razionale l’opinione di coloro che pensano che l’economia sia in un certo modo una specificazione della Politica: questa, per la vastità del campo d’azione, assorbirebbe il mondo degli scambi “economici”, così che quando si fa Politica nel mondo degli scambi e delle relazioni che investono la creazione e la distribuzione della ricchezza, si parla più propriamente di “Economia”.
 Certo è che della Politica l’Economia appare il settore, la categoria più evidente nella pratica di ogni giorno. Un altro dubbio: il canovaccio, la improvvisazione e il mestiere si dice siano gli elementi costitutivi di quella Commedia dell’Arte che, nata in Italia attorno al cinquecento, dai più si assume estinta alla fine del settecento. E’ in sintesi estrema quanto sostengono unanimi gli studiosi del teatro, e non soltanto in Italia. Se questo è vero, la coincidenza tra Commedia dell’Arte, Politica ed Economia sembra difficilmente contestabile. E allora: come riusciamo a distinguere quel genere teatrale per qualche verso glorioso dalla Politica e dalla Economia?
Ed ecco venire in soccorso un rapido esame di quanto è accaduto e accade in Politica e in Economia in questi ultimi giorni, e forse la risposta è a portata di mano.
In Politica, sembra non facilmente contestabile che si sia da sempre recitato a soggetto, improvvisando di volta in volta soluzioni più o meno efficaci, più o meno credibili, a problemi che si tenta di far credere propri della comunità di riferimento. “La buona scuola” è una di queste, improvvisata e pasticciata quanto si vuole, ma in grado di attirare l’attenzione.
Ma il massimo della improvvisazione si è raggiunto con la minacciata presentazione al Senato di circa ottantacinquemilioni di emendamenti alla legge che dovrebbe modificare l’assetto ed i rapporti tra le camere. E l’idea pare risponda appieno a quella “Commedia ridicolosa” che (cito testualmente) “si assume essere la versione cortigiana della commedia dell’arte che sostituì in parte quest’ultima dopo la partenza dei maggiori attori italiani verso Parigi, Vienna, La Penisola Iberica e la Moscova”.
L’Economia non sembra da meno. Perseguire la massimizzazione del profitto -uno dei cardini del canovaccio economico- è da sempre uno degli elementi fondanti del sistema. Con questo in più: che il successo nel fare profitto e nel continuare ad aumentarlo sembra garantire da ogni eventuale ingerenza delle leggi, almeno nel senso che queste sono invocate e talvolta addirittura applicate prevalentemente quando l’attività economica fallisce. Solo in quel caso ci si accorge che le leggi sono state violate e che i responsabili dovrebbero essere puniti.
È ancora una volta di questi giorni la tempesta Volkswagen, la quale ha aumentato i volumi di vendita e i profitti anche con l’utilizzo di programmi atti ad ingannare i sistemi di controllo sulle emissioni nocive degli scarichi dei veicoli. Risultato: forse diciotto miliardi di dollari di multa; forse alcuni milioni di autovetture richiamate in fabbrica; certamente un danno enorme all’immagine della Germania, ed altro ancora. E il più bello è che del tutto si è protestato completamente all’oscuro un AD che ha resistito fino all’ultimo secondo, cercando addirittura di raggiungere un posto di potere ancora più elevato, chiedendo anche scusa (per quello che le scuse possono contare) e che alla fine pare abbia rassegnato le dimissioni, peraltro lautamente liquidato ed altrettanto lautamente dotato di pensione milionaria.
A me pare che, tutto questo premesso, si possa affermare con una certa tranquillità che sia la Politica che l’Economia (questa, forse, in via secondaria) null’altro siano se non mutazioni della Commedia dell’Arte. Una obbiezione possibile: sia la Politica che l’Economia -si sostiene da più parti- preesistevano alla Commedia dell’Arte, la quale null’altro sarebbe se non la trasposizione teatrale delle altre due, e dunque…
E dunque, i casi sono due:
1. È la Commedia dell’Arte ad essere una mutazione per molti versi unificante della Politica e dell’Economia, in un quadro di cicli vita delle due discipline, la cui decadenza avrebbe dato vita alla Commedia, appunto. Questa avrebbe a sua volta percorso il proprio ciclo di vita, raggiungendo il vertice tra il cinque ed il seicento, quindi decadendo per trasformarsi di nuovo in Politica e in Economia, mutatis mutandis;
2. La Commedia dell’Arte nasce prima della Politica e della Economia e le impronta a tale livello che, scomparsa (?) la Commedia, Politica ed Economia ne perpetuano le caratteristiche in modo così efficace da divenirne vere e proprie mutazioni.
C’è una verità di fondo, credo incontestabile: la Commedia dell’Arte, come del resto tutto il teatro di tutti i tempi, null’altro è se non una trasposizione dei comportamenti umani in un mondo fittizio, più e meglio adatto di quanto non sia la cruda realtà  alla interpretazione ed alla elaborazione.  E la trasposizione teatrale di qualsiasi fenomeno non ne muta la natura: soltanto, ne trasferisce il significato in un mondo forse fittizio, certo con caratteristiche in buona parte diverse.
Ciò detto (in modo estremamente sintetico e certamente incompleto) tra le due ipotesi propendo per la seconda, dal momento che sia la Politica che l’Economia, per quanto in modo primitivo ed elementare, appaiono certamente preesistenti al teatro, poiché entrambe attingono direttamente, immediatamente e in modo “concreto e pratico” alla soddisfazione dei bisogni di sopravvivenza, ai comportamenti relativi e alla tutela degli interessi più elementari. E cerco di concludere, suggerendo questa correzione agli scritti in materia –almeno- di teatro e di Commedia dell’Arte:
“Nel quadro dei corsi e ricorsi storici, la Politica e l’Economia che venivano rappresentate nella Commedia dell’Arte e nelle sue maschere, hanno incorporato quel genere teatrale, unendosi nella improvvisazione, nel mestiere e nella elaborazione di un canovaccio, divenendo un tutt’uno. Politica ed Economia, quali manifestazioni “moderne” della Commedia dell’Arte, di questa hanno perpetuato la vita, proponendosi la Politica come Commedia dell’Arte dal Canovaccio generalizzato; l’Economia come Commedia dell’Arte dal canovaccio legato allo specifico  campo della creazione della ricchezza. La distribuzione di questa ricchezza è la materia del canovaccio che accomuna le due mutazioni.”.
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