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martedì 24 novembre 2015

Distanza e imminenza dell’enciclica Laudato Si’
di Giovanni Bianchi

Lo strumento
Lo strumento culturale e politico che abbiamo a disposizione per affrontare questa fase non solo complessa ma anche attraversata dall’orrore quotidiano, resta l’enciclica di papa Francesco Laudato Si’. E se la pistolettata di Sarajevo esplosa a Parigi dai terroristi di Daesh pare aver mandato in frantumi le correnti categorie del politico e sospingerci in uno scenario di guerra ancora una volta mondiale, le pagine dell’enciclica riescono tuttavia a consegnarci una chiave di interpretazione. Può parere un paradosso, ma si tratta di non sottrarsi al bisogno di innanzitutto capire che ci attanaglia e che, se evaso, ci consegna all’angoscia.
Due sono gli interrogativi preliminari. Da dove guarda il Papa? E, prima ancora, da dove guardiamo noi? Noi guardiamo -non si fatica ad intenderlo- dal luogo più strabico per leggere una lettera enciclica dedicata all’ecologia integrale. Proprio perché noi leggiamo necessariamente dopo la strage di Parigi. E questo siamo costretti a fare non per essere à la page, ma perché Parigi è il luogo obbligato dal quale trovare un punto di vista. Proprio perché ci costringe a misurare da subito una distanza. L’ecologia è infatti una scienza della pace, e non della guerra. Ricordo una vicenda che mi vide partecipe e protagonista. Erano i primi anni Duemila e nel Parlamento  italiano riuscimmo a costituire un gruppo totalmente trasversale  
-dall’estrema destra all’estrema sinistra- con il compito di aumentare il tasso ecologico della nostra Costituzione.
La carta del 1948 infatti si limita a evocare l’esigenza della tutela del paesaggio. Un po’ poco per una fase storica, la nostra, che si industria a ridurre le emissioni di anidride carbonica e a inseguire le energie verdi. Nonostante la comune buona volontà dovemmo desistere. Perché? Perché non ci riuscì di trovare un linguaggio che fosse all’altezza di quello scritto dai costituenti. Era come mettere le battute dei Legnanesi tra le terzine di Dante.
D’altra parte i costituenti non potevano essere accusati di disinteresse ecologico: scrivevano tra macerie ancora fumanti. Il loro cruccio era di realizzare la ricostruzione sfruttando al meglio l’occasione del piano Marshall. L’ecologia avrebbe dovuto aspettare, per tutti, gli esiti del boom economico.  Dunque l’aggressione parigina marca una distanza evidente rispetto alle pagine di papa Francesco. E tuttavia può evidenziare anche una prossimità e addirittura un’imminenza. Questo è il Papa che ha parlato di “terza guerra mondiale, a pezzetti e a capitoli”. Purtroppo ci ha preso. Basta scorrere le dichiarazioni rilasciate da Hollande e riflettere su come la marsigliese sia diventata il nuovo inno dell’Unione Europea.
Ad essere precisi e ad esercitare la memoria storica bisogna riconoscere che prima di papa Bergoglio, addirittura negli anni Sessanta, il grande giurista tedesco Carl Schmitt, l’autore di Le categorie del politico e di tutta una serie di altri testi che sarà bene ripercorrere, aveva parlato di una terza guerra mondiale già iniziata, in quanto guerra civile combattuta da terroristi. Carl Schmitt era un uomo non solo di destra, ma anche filonazista, circostanza che non gli ha impedito di essere purtroppo profetico. Qual è in questo scenario il nuovo dal quale guardare al superamento possibile della guerra in corso e contemporaneamente alle chances di una nuova ecologia? Sappiamo che l’ecologia integrale, così come la illustra papa Francesco, cambia insieme (o almeno sarebbe destinata a cambiare) la vita quotidiana e quindi anche in macrosistemi.

La vita quotidiana
A ben guardare anche le guerre del terrorismo hanno come teatro la vita quotidiana e i macrosistemi. La guerra parigina, ma prima ancora quella in Siria, in Kurdistan, in Iraq, in Afganistan, in Libia è una guerra che ha come teatro anzitutto la vita quotidiana.
Non c’è un fronte lungo il quale si posizionino gli eserciti con le loro artiglierie. Il fronte non è sul Pasubio o sul Piave e neppure lungo la linea Maginot o Sigfrido. Le uniformi stanno tutte nei musei dei rispettivi Risorgimenti. Lì ti puoi ancora commuovere osservando le splendide divise degli ussari o le camicie rosse dei garibaldini. Le bombe vengono messe a punto e assemblate in un appartamento di Saint Denis nella banlieu parigina. Vengono riempite per essere letali con bulloni e pezzi di catena di bicicletta. Una confezione e una tecnica totalmente artigianali già sperimentate durante la guerra in Bosnia-Erzegovina, purtroppo colpevolmente rimossa da una coscienza europea e dai suoi testi scolastici che fanno finire le guerre tra europei al 1945. Come a dire che la memoria non serve soltanto a ricordare con rimpianto e con rabbia, ma anche a imparare per il presente e più ancora per il futuro. Le bombe, insieme all’esplosione dei kamikaze avrebbero poi dovuto seminare morte nello stadio di calcio della capitale francese dove Zidane e i Bleus vinsero i mondiali di calcio.
Neppure i kamikaze sono una novità assoluta. Erano 3800 i kamikaze giapponesi che si facevano esplodere con il loro aeroplano sul ponte delle navi statunitensi, riuscendo nel loro intento -dicono le statistiche- per il 12%. Se poi ci spingiamo ad analizzare le truppe sul campo, esse sono in larga parte composte da contractors: uomini che scelgono il mestiere delle armi presentandosi ad un’agenzia. Uomini e donne in guerra su tutti i teatri mondiali, non raramente per ottenere i soldi per il mutuo. E del resto nessuno scandalo: soldato, fin dall’antichità, significa al soldo.  Se dunque l’orrore terroristico attraversa le nostre città fino a blindarle, fino a riproporre lo stato d’assedio o, come a Bruxelles, capitale d’Europa, il coprifuoco, è sempre tra questi quartieri cittadini, nel perimetro delle nostre metropoli, che papa Francesco ci invita a seguire il poverello d’Assisi con una serie di comportamenti in grado di cambiare le nostre vite e di costringere i potenti a stabilire finalmente nei trattati clausole ecologiche all’altezza della situazione.

Il senso dell’enciclica
“Tutto è in relazione” e “tutto è collegato”: è il ritornello dell’enciclica pubblicata il 18 giugno 2015, colto benissimo dal saggio di Giacomo Costa e Paolo Foglizzo pubblicato sul numero di agosto-settembre di “aggiornamenti sociali”.   Da qui discende, ossia dall’avere posto al centro della riflessione la relazione tra le diverse parti del mondo e le regioni del sapere e del potere, la proposta di una ecologia integrale.
Il capitolo IV (n. 16) offre una pluralità di prospettive, con temi che non vengono mai abbandonati, ma costantemente ripresi e arricchiti. Sta esattamente in questo punto di vista la novità di un approccio politico, nel senso che dai tempi di Aristotele la politica viene considerata la “regina delle scienze”. Sta in regia rispetto alle scienze.
Una visione e una implicazione che dicono la necessità di un coordinamento degli interventi nei diversi campi, con diversi approcci. Quella dunque che è stata chiamata ecologia integrale si presenta lungo due vie di interpretazione e di azione: attraverso cioè un “paradigma concettuale” e un “cammino spirituale”. Per questa ragione il concetto di ecologia integrale non può essere confuso con un significato generico e “verde” nel senso tradizionale. Si tratta piuttosto di un approccio che affronta la complessità mettendo in relazione le singole parti con il tutto. Quel che quindi viene immediatamente in rilievo come oggetto delle pagine firmate da papa Bergoglio è il collegamento dei fenomeni ambientali (riscaldamento della terra, deforestazione, diminuzione delle riserve idriche) con questioni normalmente non associate all’agenda ecologica, come la invivibilità e la bellezza degli spazi urbani, o il sovraffollamento dei trasporti pubblici.
È in questo contesto che l’enciclica colloca (n. 155) il rapporto con il proprio corpo. Da qui prendono l’avvio le dinamiche sociali e istituzionali che riguardano i macrosistemi come la vita quotidiana delle persone: circostanza che ha fatto parlare di un’enciclica socio-ecologica. Un’enciclica cioè che si occupa per la prima volta complessivamente dello stato di salute di tutti i diversi ambiti tra loro correlati (n. 142). E’ questa la vera e rivoluzionaria novità del testo. Non ci sono dunque due crisi separate -una ambientale e l’altra sociale- bensì una sola crisi complessiva (n. 139).
È secondo questa logica che l’approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale (n. 49). Fondamentale una lettura del Pil da questo punto di vista, dove assume indubbiamente un ruolo di rilievo la speranza di vita o quella che viene chiamata vita media. Quanto cioè un sistema fa campare, tiene in vita, è in grado di aumentare il benessere personale dei suoi cittadini, che non possono essere considerati soltanto consumatori esposti all’avidità del profitto e del guadagno, in particolare finanziario. Viene alla mente il celebre discorso sul Pil di Bob Kennedy nel 1968 alla Kansas  University, il più alto pezzo di retorica della politica moderna. La cultura ecologica non si può ridurre a risposta alle emergenze e alle urgenze, ma deve assumere uno sguardo e un approccio diverso: mirare a costruire un programma educativo, un pensiero, una politica, una spiritualità che creino un fronte per resistere al paradigma tecnocratico (n. 111). È questa impostazione in grado di dare senso anche alle piccole azioni quotidiane di “attenzione all’ambiente”(n.211), delle quali papa Francesco fa l’elenco, come di “fioretti”, definendoli “ascetici doveri verdi”(n.211).
Tutto ciò attiene alla difesa della casa comune contro il paradigma tecnocratico: e cioè l’ecologia, legata alla finanza, che pretende di essere l’unica soluzione dei problemi. Che pensa di risolvere i problemi creandone altri (n. 20).
La seconda resistenza che l’enciclica evidenzia è l’eccesso di antropocentrismo nel mondo contemporaneo, che mina il tentativo di rafforzare i legami sociali (n. 116).
Solo lo sguardo dell’ecologia integrale sfugge alla “schizofrenia permanente”, che non riconosce agli altri  esseri un valore proprio, fino a negare in casi particolari un peculiare valore proprio all’essere umano (n. 118).
L’ecologia integrale smaschera dunque i limiti di iniziative ecologiste troppo parcellizzate, che rinunciano ad assumere un’ottica sistemica(n. 111). Il rischio è alimentare un’ecologia superficiale(n. 59) che finisce per lasciarsi catturare all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia (n. 194). Il problema centrale allora è mettere in crisi la logica soggiacente alla cultura attuale (n.197). Si tratta perfino di fare i conti con le nuove dimensioni del peccato. Dal momento che vi sono peccati contro la creazione, non solo contro l’uomo. Infatti in questo nuovo orizzonte culturale globalizzato la terra risulta “socia” e interagisce da co-protagonista. Né manca chi vi ha visto una sorta di “panteismo” (e del resto io stesso sono stato sorpreso da qualche reminiscenza di Giordano Bruno).
Dove il “panteismo” di papa Francesco consiste nella presenza di Dio in e a tutti gli esseri. Tutto ciò è implicato dalla forza del punto di vista relazionale. Un punto di vista che si ricollega direttamente con l’enciclica precedente Evangelii Gaudium, che ci aveva sorpreso richiamando a quella gioia del Vangelo che "riempie il cuore e la vita intera" (primo paragrafo di Eg). Vi avevamo incontrate esortazioni molto esplicite: "Non lasciamoci rubare la speranza!". "Il denaro deve servire e non governare"! E termini inediti in un italiano nuovo e meticciato: "inequità", come radice dei mali sociali, e che sta evidentemente per mancanza di equità. Un Papa che tiene insieme credibilmente la pagina e la vita, viaggiando a Buenos Aires sui mezzi pubblici, preparandosi alla sera qualche volta la cena, scendendo, nella capitale argentina, per aprire la porta a quelli che lo andavano a trovare… Un Papa che ha vissuto il default e vi ha trovato un’occasione di conversione. Che indica la via della bellezza come esortazione e attenzione al Vangelo. L'annuncio evangelico contiene un contenuto ineludibilmente sociale. Perché nel Vangelo vi sono la vita comunitaria e l'impegno con gli altri. Cioè la dimensione sociale dell'evangelizzazione. Per questo bisognerà dargli retta e partire da quelle che Francesco chiama "periferie esistenziali".
"No a un'economia dell'esclusione e della inequità... Con l'esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l'appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono "sfruttati" ma rifiuti, "avanzi"."(n.53 di EG). Roberto Diodato ha osservato in una delle conversazioni preparatorie al XVII corso dei Circoli Dossetti che “per il Papa il capitalismo non è un destino”.  
Certamente una "globalizzazione dell'indifferenza" esclude in radice ogni ecologia possibile.


L’ordito dell’enciclica
Colpisce l’intreccio delle relazioni tra gli argomenti e i continui rimandi ma, dal momento che i fatti contano più delle idee e delle teorie, alla fine funziona la tecnica del finale aperto (Umberto Eco). Si attraversano cioè le regioni dei saperi (Husserl) e quelle dei poteri (i sottosistemi di Luhmann), ma si sbocca sempre nel primato della persona umana – ricollocato con più realistica umiltà e quindi fuori da un primato faustiano e imperiale – nel creato tra le altre creature. In fondo l’ecologia integrale propone una nuova grammatica, etica, politica e culturale, dove immanenza e trascendenza si tengono con sorprendente naturalezza.
Anche la teologia argentina “del popolo”, superate le asperità immanentistiche di parte della teologia della liberazione, raccoglie insieme il Cristo povero e il Cristo eterno (Natoli).
Non l’hombre nuevo, ma l’uomo creato tra le creature create. Da Che Guevara e Camilo Torres al Cantico delle creature di frate Francesco, in una prospettiva nella quale perfino la morte diventa sorella e frate ortolano riserva un angolo dell’orto a sorella gramigna.
La Laudato Si’ ha l’ambizione di proporsi come la nuova grammatica in grado di aiutarci a leggere le complessità del mondo globalizzato.
La Chiesa, come già altre volte nei secoli, prova a svolgere una funzione di servizio non per i soli credenti, ma per l’umanità intera incamminata verso il sogno fondativo d’Europa di De Gasperi e Spinelli, un percorso cioè verso un governo mondiale.
Il Concilio Ecumenico Vaticano II si era concluso con un messaggio a tutti gli uomini di buona volontà. La Chiesa di Francesco prova a cimentarsi con una prima ricognizione in una funzione di servizio globale. Un invito che non riguarda soltanto lo scibile, perché è sempre papa Francesco quello che prende le distanze dall’eccesso diagnostico avvertendo che i fatti contano più delle idee. E poi la saldatura tra i diversi piani, che può esibire un fondamento saldamente evangelico. Percorso e programma sono condensati in quella che le culture cristiane ricordano come la parabola del Buon Samaritano (Lc 10,25-37). Il Cristo povero come via obbligata al Cristo eterno. Ricordo che fu l’approccio di un lontano colloquio con il padre gesuita e grande teologo De Lubac. Erano gli anni Settanta. Avevo divorato il libro del padre Valadier su Nietzsche et la critique du Christianisme. E mi ero precipitato a Parigi per verificare un saggio -poi pubblicato nella rivista “Il Regno” - sulla nouvelle théologie.
De Lubac fu gentilissimo. Mi stette ad ascoltare con grande attenzione e, prima di iniziare una lunga conversazione, mi disse fissandomi negli occhi: “C’est toujours le Christe. Heri, hodie et semper”. Capii che non era il caso di insistere con la nouvelle théologie.


La struttura
Anzitutto è necessario confrontarsi con un nuovo paradigma che riguarda sia il concetto di giustizia come il tipo di enciclica che abbiamo di fronte. Essa esce dall’alveo abituale. I destinatari sono gli uomini, non i cattolici. Non è neppure una sintesi cristiana del modo di guardare l’ecologia attuale, ma si presenta come una voce interessata con altre a ricercare e a dire il proprio punto di vista. E a generalizzarlo. Lo dice la parola stessa: enciclica significa mettere in giro. Piuttosto è rivolta a chi è interessato ad ascoltare il grido dei poveri della terra. Perché maltrattati sono gli abitanti e devastata la terra medesima. Non c’è dunque una crisi sociale ed una crisi ambientale, ma una crisi complessiva. Una crisi che riguarda insieme suolo, acqua, aria, esseri viventi: il grido delle situazioni e uno sguardo e una parola che presuppongono uomini “uniti da una stessa preoccupazione”.
Non dice nulla di nuovo la Laudato Si’. La novità è che lo dice il Papa. Prendendo atto della circostanza che molte resistenze fanno sì che il grido degli uomini e delle cose non venga ascoltato. Un grido essenziale per la speranza di costruire insieme la casa comune. Un’impresa rispetto alla quale ognuno dovrebbe mettere a disposizione ciò che ha di più prezioso.
È per questo probabilmente che l’enciclica ha avuto più attenzione tra i non cattolici che tra i cattolici. E non è fuor di luogo ricordare che il termine conversione ecologica fu usato da Alexander Langer.
Quattro principi
Vi sono nell’enciclica quattro principi mutuati dalla Evangelii Gaudium.
1.Il tempo è superiore allo spazio. Ne discende che è più importante avviare processi piuttosto che occupare degli spazi. Spazi dove ogni religione o ideologia può piantare la propria bandierina. Quando avvii un processo invece non sai come andrà a finire. Rispunta il finale aperto di Umberto Eco.
2.L’unità prevale sui conflitti. I conflitti sono ineliminabili, tuttavia chiesa e scienza sono chiamate a crescere insieme.
3.La realtà è più importante dell’idea. No dunque alle ideologie, perché il problema per tutti è indagare la realtà.
4.Il tutto è superiore alla parte. L’Evangelii Gaudium dice infatti che il modello non è la sfera ma un poliedro (meglio ancora se è irregolare) dove diversi contributi vengono assunti senza essere schiacciati nel complesso. Siamo cioè sospinti oltre la “sfericità” della costituzione conciliare Gaudium et Spes.
L’enciclica inserisce un capitolo sulle convinzioni nella fede, dove la Chiesa medesima è una delle facce del poliedro. Non si tratta di una nuova scolastica, ma di un contributo che si mette alla pari di altri contributi e sollecita un’azione comune.
Ovviamente (cap. VI) vi sono implicazioni speciali per chi crede. Non si tratta insomma di ridurre la realtà a una posizione unica e monospiegazionale
L’obiettivo soprattutto è quello di evitare qualsiasi riduzione tecnocratica. Questo significa che il tutto è superiore alle parti.

Necessità del dialogo
Un percorso poliedrico presuppone persone e posizioni che possono essere criticate e che comunque hanno qualcosa da portare e da aggiungere. Il rischio è che qualcuno dica: io mi occupo della mia parte, e a questa mia attengo. Che cosa può tenere insieme le facce del poliedro se non il dialogo? In questo senso vanno letti i capitoli dedicati alla politica (cap. V) e agli stili di vita (cap. VI). Tutto è chiamato in campo: le scienze, la Bibbia, la filosofia, la struttura, l’economia, la politica, la formazione, la spiritualità. Tutto deve tenere conto del grido dei poveri sulla terra, che è il vero problema urgente. Viene affrontato anche il problema dei gradi di attendibilità delle informazioni scientifiche. Come vengono presi i dati e messi a disposizione di tutti. I dati importanti sono più importanti della militanza verde. E si può essere realmente colpiti dalla debolezza delle reazioni. Il vangelo della creazione invita a ricevere il mondo come un dono. Ad accogliere in tal senso il valore di ogni creatura, non solo dell’uomo. Ogni maltrattamento nei confronti degli esseri naturali è conseguentemente contro la dignità dell’uomo. L’ecologia integrale per questo non è separabile dall’idea di bene comune. Il termine ecologia integrale ha sostituito il termine ecologia umana. In ogni caso siamo oltre la deep ecology.
Simpatica la barzelletta dei due pianeti che si incontrano nell’universo.
Ti vedo sofferente”…
Infatti c’è qualcosa che non va”.
Tranquillo. Anch’io ho avuto l’homo sapiens, ma poi passa”.


Resta da valutare la visione del potere di papa Francesco. Lui stesso ha ammesso un lungo cammino. Ha spaccato i gesuiti argentini in due schiere, una a favore e una contro. Poi ha chiesto scusa. Acuta la sua critica all’inefficacia dei vertici sull’ambiente. E d’altra parte ha definito profetico il primo vertice, quello di Rio. Non spetta alla Chiesa dare soluzioni, ma invitare a una ricerca e a un dibattito onesto. Il problema è confrontarsi tra coscienze credenti e noncredenti, per incamminarsi verso il bene comune. Non a caso l’ultimo capitolo è dedicato alla responsabilità ecologica e all’educazione. In esso i piccoli gesti quotidiani vengono ricollegati alle prospettive macro. Senza buone abitudini diffuse non si giunge alla firma dei trattati internazionali. Ma v’è un’altra strada oltre al dialogo: la contemplazione (anche laica). Importante è sapersi fermare. Toccano profondamente la nostra sensibilità sia il diabolico come la bellezza. Si tratta in ogni caso di introdurre la dimensione della gratuità.
Il problema fondamentale è non occupare spazi, ma avviare processi.
La relazione supera il piccolo è bello. E in ogni caso non bisogna lasciarsi schiacciare dalla responsabilità, ma fare la propria parte.

Un elemento sempre concreto
C’è sempre un elemento concreto nella scrittura del Papa: i poveri, non la povertà.
Infine bisogna fare i conti con la capacità germinale dell’enciclica: un’enciclica che parla al mondo. Con la quale il Papa continua la propria rivoluzione dall’alto nella Chiesa, perché le rivoluzioni avvengono quasi sempre dall’alto. La stessa storia della Chiesa lo testimonia, con l’ausilio degli ordini mendicanti al pontefice. L’enciclica si segnala anche in un processo di dissoluzione e ricostruzione della dottrina sociale della Chiesa, perché evidenzia una distruzione della dottrina a vantaggio delle indicazioni propositive.
Non è tuttavia un’enciclica irenica, dal momento  che è palese e insistente la denuncia del male nel mondo. Si può anche dire che non c’è più una dottrina, ma una forte denuncia e una grande drammatizzazione del male. La Chiesa non ha da fornire dottrine ma continua a fare esortazioni. Camminate! È questo il cuore del radicalismo di papa Bergoglio. Egli riconosce esplicitamente di non avere una parola definitiva e di aggiungere la propria voce ad altre voci, sullo stesso piano, senza l’ambizione di costruire una nuova scolastica a partire dalla dottrina sociale della Chiesa. L’enciclica cioè mette in circolazione -lo dice la parola stessa- una cultura essenziale alla sopravvivenza e allo sviluppo o dell’uomo in questa fase storica. Tuttavia Francesco non si limita a completare il quadro, ma invita all’impegno e all’azione, indicando l’esigenza di “evitare l’eccesso diagnostico”.
La Chiesa si pone al servizio dell’umanità, elimina ogni ansia di proselitismo dichiarando la propria appartenenza a una biosfera che unifica tutti coloro che la abitano. Ivi inclusi i fedeli di un Islam che va dal Maghreb all’Indonesia. Ciò che muove papa Francesco è l’opportunità che ha l’umanità di sopravvivere.  Un’enciclica dunque che non viene al seguito, ma che spinge in avanti. Ricordando ad ogni passo che non ce la fanno i credenti da soli e neppure i laici da soli. Siamo davvero fatti tutti della stessa materia, le stelle e noi. Un’enciclica dunque “indigesta” (Mario Agostinelli) perché chiede di cambiare tutte le relazioni. E afferma che è peccato non curarsi insieme del mantenimento della razza umana. Per questo la vita e l’uguaglianza sono chiamate a camminare insieme. Per questo non c’è più lo spazio sulla terra per mettere gli uomini tra gli scarti. Con dei compiti evidenziati. Liberarci da quella ossessione della velocità che ci ha cucito addosso la tecnologia. Perché davvero il tempo non ci è più concesso: siamo in un eterno presente e abbiamo smarrito i luoghi di condivisione che sono tipici della democrazia e della comunità. Un’enciclica che evoca per 68 volte la parola popolo, 22 volte la parola velocità e 8 volte la parola Chiesa. Come a suggerire che la società più felice è quella più lenta. Senza dimenticare che sono 50 milioni gli immigrati per ragioni ambientali. Ed anche lì è diversa la condizione di chi sta in alto e di chi sta in basso. Un anno di guerra in Iraq equivale a sette anni di emissione di anidride carbonica nell’Africa subsahariana.
Dunque, anche la lotta per il clima è lotta sociale.
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