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martedì 5 aprile 2016

EUROPA EUROPA!
di Fulvio Papi

Rileggendo la poesia di Vittorio Sereni dell’agosto del 1942 dedicata al Pireo.

Vittorio Sereni
Italiano in Grecia
Prima sera ad Atene, esteso addio
dei convogli che filano ai tuoi lembi
colmo di strazio nel lungo semibuio.
Come un cordoglio
ho lasciato l’estate sulle curve
e mare e deserto è il domani
senza più stagioni.
Europa Europa che mi guardi
scendere inerme e assorto in un mio
esile mito tra le schiere dei bruti,
sono un tuo figlio in fuga che non sa
nemico se non la propria tristezza
o qualche rediviva tenerezza
di laghi di fronde dietro i passi
perduti,
sono vestito di polvere e sole,
vado a dannarmi a insabbiarmi per anni.



La referenza della poesia è l’arrivo ad Atene con la divisione “Pistoia” che doveva imbarcarsi per la guerra dell’Africa del Nord. Impresa ormai inutile perché la Quinta armata inglese aveva in mano la situazione. Quello che qui ci interessa è la duplice invocazione “Europa Europa”. L’eco è dall’opera di Valéry Larboud, grande conoscitore della letteratura europea, e traduttore di Conrad, Joyce, Svevo. Era l'Europa della grande “civiltà dello spirito”, negli anni 1914-’18 dimenticata dai nazionalismi culturali delle potenze in conflitto. Anche se non mancavano intellettuali che si raccoglievano in Svizzera intorno a Romain Rolland: l’Europa della pace e della cultura.
Sopravvisse e si ampliò questa Europa nonostante le dittature italiane e tedesche. Dopo la nuova guerra dei 50 milioni di morti, l’Europa si è ricostruita ed ha vissuto per decenni, durante la guerra fredda, sotto la protezione dell’ombrello atomico americano, riconosciuto positivo anche da Berlinguer. L’Europa non ha avuto bisogno di trovare subito una propria unità politica con una propria prospettiva difensiva. Questo è stato un vantaggio notevole per lo sviluppo di un’economia, poi per il solo mercato e per la finanza. E dal benessere sono poi nate le sue qualità negative: l’individualismo come figura sociale, il consumo come prevalente forma di riconoscimento, lo spettacolo come allontanamento di sé, il lavoro approssimato, il conformismo diffuso, una retorica bassa come comunicazione. E quindi la caduta della persona responsabile, prudente, compresa nel proprio senso, capace di qualche sacrificio necessario per il bene comune, convinta della propria realtà, ma educata nel proprio sentimento.
È inutile nasconderci dietro un filo d’erba: è questa Europa fragile, dipendente da anni dalla politica americana, dedita al proprio “progresso”, a mostrare tutta la propria difficoltà e debolezza nell’affrontare la tragedia dei profughi da un altro mondo, e la criminalità di terroristi, fedeli ai propositi di una propria religione distruttiva. C’è da sperare che abilità operative, tecnologia militare ed etica civile possano salvare l’Europa da un “risveglio” troppo amaro.
Non dico che questi brevi tratti siano un’analisi come si dovrebbe fare, ma un pensiero molesto e indispensabile forse sì.