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martedì 14 giugno 2016

LIBRI
LA POLITICA DELL’IMPOSSIBILE
di Angelo Gaccione

Stig Dagerman

Quando penso allo scrittore svedese Stig Dagerman suicidatosi ad appena 31 anni all’apice del suo trionfo letterario, penso a cosa abbiano perso la letteratura mondiale, il movimento libertario e la cultura nel suo insieme, con la scomparsa di questo precocissimo geniale talento, in termini di intelligenza, acume, lucidità. Chi prende in mano il recente volume edito da Iperborea, “La politica dell’impossibile”, in cui compaiono una serie di scritti dal carattere politico, morale, letterario, rimarrà sorpreso dall’acutezza, dalla profondità e dalla consapevolezza, con cui affronta i temi più brucianti e controversi negli anni a cavallo tra 1943 e il 1952. Ricordiamo ai lettori che Stig Dagerman aveva pubblicato il romanzo “Il serpente” nel 1945, all’età di appena 22 anni, ed era già celebre ed osannato, e l’anno dopo (1946) a 23, pubblicherà quel visionario capolavoro che è “L’isola dei condannati”. Ne ha ancora meno quando pubblica sulla rivista anarchica “Storm”, “Cuori ardenti”, il primo dei testi riportati in questa raccolta di Iperborea: è il dicembre del 1943 e Dagerman non ha ancora compiuto vent’anni. L’ultimo, quello che chiude il libro con il titolo “Passeggiando per le strade di Klara”, esce sul quotidiano anarchico “Arbetaren” nel dicembre del 1952, e Dagerman di anni ne ha ventinove.


Ho volutamente insistito sull’età di Dagerman, non solo per sottolineare la precocità del suo talento, ma perché come dimostrano i temi e le idee degli scritti giovanili contenuti ne “La politica dell’impossibile”, è davvero raro che uno scrittore abbia, nello stesso tempo, genialità artistica e consapevolezza politica a questo livello di profondità, in una età tanto giovane.
Ovviamente non sappiamo con precisione quando la maturità in un uomo si forma nella sua completezza e può dirsi tale. L’esperienza e la vita non sono uguali per tutti, così come non lo sono sensibilità ed intelligenza. Se genio e talento non hanno età, è probabile che anche la “coscienza” nel suo formarsi, non rispetta né regole né età, e dunque quella che il mondo medievale e quello rinascimentale fissavano nell’età di mezzo, non ha alcuna attendibilità. Di certo c’è, come ha ben evidenziato Goffredo Fofi nella sua postfazione al libro, che Dagerman “non è mai invecchiato” perché si è tolto la vita nella sua piena giovinezza. È perciò che rimaniamo così felicemente sorpresi e ammirati per come affronta questioni attinenti a coscienza e funzione dello scrittore nella società, libertà e dispotismo comunista, internazionalismo e pace, nazifascismo e società borghese, armamenti e terrore atomico, mondo del lavoro e fraternità, solidarietà di classe e letteratura, pessimismo intellettuale ed anarchismo, cultura e sua demistificazione. E ancora: conformismo culturale e verità, stampa e servilismo, lotta per la vita e dignità umana, memoria della scrittura e cancellazione di luoghi simbolici. Si sarà capito che nulla di quanto scrive in questi articoli di stampa lo scrittore svedese, è passato di moda o non ci appartiene. Il suo ragionamento ed il suo pensiero non hanno perso nulla della loro drammatica attualità ed urgenza, della loro radicalità. Sono ancora qui ad interrogarci e soprattutto ci chiedono di prendere posizione, a capire da che parte stare. Sono l’impulso morale e ideale, assieme al metodo libertario delle analisi e dell’argomentare di Dagerman - alla luce di ciò che è stato nella storia del Novecento e che tuttora permane - ad essere rimasti vitali. Un antidoto per tentare almeno di contenere la barbarie.


Ci mettono in guardia e ci spronano, come ha magistralmente scritto nell’articolo dal titolo “Il mio punto di vista sull’anarchismo”, a rifiutare ogni politica del possibile. In quanto scrittore, essere sociale e individuo, egli rivendica per sé il ruolo del “politico dell’impossibile in un mondo dove sono troppi i politici del possibile”, inconcludenti e incapaci di una superiore visione che metta al riparo l’umanità dalla catastrofe. Perché “nel mondo del possibile l’essere umano non è che un prigioniero, incatenato alla galera della paura e dell’indifferenza. Di fronte al possibile l’essere umano è impotente come di fronte alla morte” (“Il movimento dei cittadini del mondo” pag. 83 e seguenti). Non per nulla la schiera del possibile, dei pratici, annovera esseri senza immaginazione e conformisti, come buona parte della politica e della diplomazia che hanno sempre prodotto disastri nella storia. Osare ed agire, come singoli individui ed esseri umani, soprattutto su “questioni di vita e di morte che finora sono state considerate terreno esclusivo degli stati, dei gruppi di potere e dei governi”. Il disarmo ad esempio, la fine degli ordigni di sterminio, il saccheggio delle risorse naturali. O per noi oggi: i mutamenti climatici, la nuova schiavitù del lavoro, la deportazione e gli esodi, la devastazione dell’ecosistema, l’acqua come bene comune fuori dal profitto. Perché, come conclude Dagerman, “Non è mai senza senso scegliere l’impossibile invece del possibile. L’unica cosa insensata è accettare il possibile”.


I lettori meno giovani troveranno in questi concetti l’eco di quanto gli anni Sessanta del Novecento sintetizzeranno nello slogan operaio e studentesco del Maggio parigino: “Siate realisti, chiedete l’impossibile!”. Ma è l’intero libro di Dagerman che è pieno di anticipazioni e di idee destinate a generare altre idee; che siano scritti occasionali, risposte a questionari o interviste, lo sguardo è sempre più in là della contingenza, e il tocco e lo stile sono di chi non dimentica mai di essere fino in fondo uno scrittore.
A questo riguardo voglio soffermarmi sullo scritto “Passeggiando per le strade di Klara” che chiude il libro. Riguarda la memoria di ciascuno scrittore, e penso che chiunque pratichi questo strano ed insano mestiere, può farlo proprio, a qualunque luogo egli appartenga. Lo scritto ragiona, con malinconica amarezza poetica, sulla cancellazione-ristrutturazione-ammodernamento del vecchio quartiere Klara di Stoccolma.  Poiché “la nostra memoria è sedentaria”, come scrive magnificamente Proust - e per un certo tipo di scrittore lo è al massimo grado -, cancellare un luogo, o semplicemente manometterne anche un solo elemento che è stato parte della sua creatività e della sua immaginazione, vuol dire alterarne il contesto e dunque eliminare quella che per lui era una creatura viva. Sacrificare, assieme a questa, anche una parte della vita del suo creatore.


Personalmente ne so qualcosa, e scrivendo i racconti de “L’incendio di Roccabruna”, ho conferito una seconda vita, seppure sulle pagine di un libro, a nomi e luoghi che mi erano stati cari.
Per Dagerman la memoria non si rassegna: “è gelosa e del tutto irragionevole” e se “la ruspa sa di essere al servizio dell’espansione, e l’espansione ha sempre ragione”, tuttavia la memoria resta irragionevole e si mette a strillare: “Non abbattetele, sono le mie case. Non potete demolire il quartiere di Klara!”. E se la ragione chiede perché no, la memoria risponde: “Perché è in questa parte di mondo che hai vissuto i momenti più lucidi e intensi della tua vita”. Quelle case e quel quartiere sono stati lo “scenario” di “sogni” e “cospirazioni”: in uno di quei palazzi ormai demoliti ha preso vita la storia di un uomo e della sua morte, e con quella sparizione definitiva autore e personaggio hanno perso per sempre il luogo fisico del loro incontro, sono cioè morti entrambi. Per le vie dove ora lo scrittore-creatore si avventura, è sceso il lutto, un lutto che non si potrà più colmare, perché Klara era un intero mondo dove si respirava un’aria di indipendenza e di libertà. Qui aveva sede il giornale anarchico “Arbetaren”; qui c’era la redazione di “Storm” che Dagerman per un certo tempo diresse, e qui giovani “cospiratori” proletari e antifascisti, coltivavano la passione ardente dei loro sogni per un mondo migliore e più giusto.


“Se la rivoluzione scoppiasse in Svezia, il suo quartier generale sarebbe Klara”, scrive Dagerman. Ora Klara è un’altra cosa, un luogo freddo e senz’anima; come è avvenuto qui a Milano per il vecchio, popolare, ribelle quartiere Ticinese, simbolo della nostra inquieta giovinezza. Quella meravigliosa “enclave” libertaria non esiste più. Al suo posto moda e movida, speculazione e affari.
Anche la mia memoria non si rassegna e “resta irragionevole” Forse è nostalgia, forse è vecchiaia. O forse solo rabbia.

La copertina del libro

Stig Dagerman
La politica dell’impossibile
Iperborea, 2016
Pagg. 144 € 15,00