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giovedì 16 giugno 2016

UN CORPO GETTATO VIA
di Dacia Maraini

In questo doloroso ed emozionante racconto di Dacia Maraini,
tutta la tragedia disumana dei nostri anni.


Guarda questa fotografia”, ha detto il mio compagno mentre, in vestaglia e con le pantofole ai piedi, scaldavo il latte per la colazione. Stavo per dirgli che non mi scocciasse, il latte stava per bollire e si sarebbe rovesciato sul fornello se non lo tenevo d’occhio. Ma dal tono della sua voce ho capito che non potevo non guardare. Ho sollevato gli occhi, ancora assonnati, sul giornale e lì per lì non ho capito: cosa c’è di strano nell’immagine di un bambino addormentato su una spiaggia vuota?
“Le onde lo hanno gettato sulla rena”, ha aggiunto Giordano con tono di fredda rabbia, e allora ho capito che stavo osservando un corpicino morto.
“Come si chiama?”, ho chiesto, come se avesse qualche importanza. Giordano si è alzato sbattendo la sedia e se n’è andato, quasi fosse colpa mia la morte di quel bambino.
Ho preso in mano il giornale e ho letto che il bambino approdato sulla spiaggia come un pezzo di tronco abbandonato si chiamava Aylan Kurdi, veniva dalla città di Kobane, in Siria ed era diretto coi genitori verso il Canada, dove avrebbe raggiunto una zia chiamata Tima Shenu Kurdi. Scappavano da una guerra che aveva distrutto la loro casa e la loro città. Avevano fatto richiesta per raggiungere la zia a Vancouver, ma la richiesta era stata respinta dal governo canadese. Per questo avevano deciso di rivolgersi a un’agenzia privata che, in cambio di 5.860 dollari, li doveva condurre all’isola di Kos, in Grecia, da dove avrebbero preso posto su un battello più grande per raggiungere Vancouver.
E così, in un giorno stabilito, hanno riempito un sacco con delle coperte, e quel poco di soldi che erano loro rimasti e si sono imbarcati di notte, dalla spiaggia turca di Bodrum, con altre dodici persone, su un gommone che al massimo ne poteva contenere otto…



Il telefono si è messo a squillare. Sono quelli dell’ufficio che mi chiedono perché non sono ancora al mio posto. Mi rendo conto di essere in ritardo. Rispondo che sto arrivando. Mi vesto in fretta, caccio nella borsa il giornale e mi precipito verso l’ufficio forzando il vecchio motorino.
Il capoufficio mi fa una lavata di testa davanti a tutti i colleghi: “Sei una capra, una piccola stupida capra!”, grida. Non capisco quell’astio eccessivo. Solo per qualche minuto di ritardo? Ma probabilmente è di pessimo umore, come succede sempre più spesso per ragioni che non riguardano il lavoro e se la prende con noi sottoposti urlando e insultando. Gli mostro la fotografia del piccolo Aylan. Non voglio giustificare il mio ritardo, ma vorrei commentare con i miei colleghi e il capoufficio quella morte, che mi appare come il simbolo degli orrori che stiamo vivendo. L’ingegner Polipi lancia uno sguardo iroso alla foto e commenta acido: “Questo succede a chi lascia casa propria per pretendere di accamparsi in quella altrui”.
So che non dovrei rispondere, ma è più forte di me. Gli grido che di fronte al corpo morto di un bambino innocente dovrebbe avere più rispetto. E lui mi replica freddo: “Non è per il ritardo ma per l’arroganza. Si consideri licenziata”. I colleghi si sono ben guardati dal prendere le mie parti.
Quando torno a casa, Giordano non c’è. Strano, perché di solito rientra prima di me. Metto l’acqua sul fuoco per farmi una tisana. Ho freddo e mi sento la febbre, anche se probabilmente si tratta solo di un’alterazione dovuta alla rabbia e a un senso di desolazione a cui non so dare un nome.
Verso le otto comincio a preoccuparmi. Faccio il numero del ristorante dove lavora Giordano, ma mi dicono che non l’hanno visto. Chiamo sua madre, ma mi risponde evasiva che non ne sa niente. Che fare?


Mentre mi aggiro per casa, indecisa e preoccupata - uscire a cercarlo? Rivolgermi alla polizia? Chiamare uno a uno i suoi amici? - vedo qualcosa di bianco che brilla sul cuscino del letto matrimoniale. È un foglio di carta piegato in quattro. Lo prendo, lo apro.
Il mio amato Giordano, con cui divido l’appartamento da due anni, ha deciso di partire per la Scozia, dove ha trovato un lavoro “degno della mia laurea”. Lapidario, laconico, brutale. Ma perché non dirmi niente? Perché non avvertirmi? Neanche una parola di spiegazione, possibile?
Mi siedo in cucina, prendo in mano il giornale e ricomincio a leggere del bambino Aylan. Il gommone è partito di notte, mentre il mare si ingrossava. Prima di lasciare la costa, un giovanotto ha distribuito dei giubbotti di salvataggio, racconta uno dei sopravvissuti. Molti in quella barca non sapevano nuotare. Ma affrontavano il mare e il pericolo di morte pur di salvarsi da un’altra morte, quella del proprio Paese in rovina, delle bombe assassine, dei soldati di Assad che torturano, fucilano, impiccano.
Alle cinque di mattina la polizia turca è stata avvisata che c’erano dei morti in mare, in balia delle onde, dalle parti della costa sud. Una giovane giornalista e fotografa turca, Nilufer Demir, è accorsa sul luogo e ha visto il bambino a faccia in giù sulla spiaggia lambita dalle onde. Indossava una maglietta rossa e un paio di pantaloncini blu. La giovane donna ha fotografato il piccolo, poi i poliziotti che venivano a prenderlo. Ha immortalato quel corpicino soffice e leggero, abbandonato come un relitto sulla spiaggia vuota, l’ha fissato per sempre nella geografia della nostra mente mentre veniva raccolto da un giovanotto alto, vestito di scuro, che indossava un giubbotto rosso dai bordi bianchi. Fra quelle braccia muscolose il bimbo sembrava ancora più piccolo, quasi un neonato appena partorito.


Le fotografie della Demir hanno fatto il giro del mondo. In Canada molti hanno accusato il ministro dell’immigrazione di aver rifiutato il visto alla famiglia Kurdi e di aver provocato così la morte del bambino. Il ministro ha ribattuto che la richiesta di asilo era incompleta, che non c’erano i nomi della famiglia ma solo quello del padre. Qualcuno ha parlato di “mostruosità burocratica”.
Tutto il mondo si commuove per quella foto. In braccio al poliziotto turco il piccolo Aylan sembra semplicemente addormentato. Sul suo minuscolo corpo non si vedono ferite, lividi, tracce di sangue. Ed è proprio quella sua solitudine, quella sua grazia dolce, quel suo abbandono alla morte, che tolgono il fiato. Più eloquente di qualsiasi storia atroce, quel corpicino solitario e miracolosamente intatto dice cose terribili sul fenomeno sempre crescente dell’emigrazione.
Anche Giordano è emigrato, scappando da un lavoro umiliante e da una compagna che non ama più? Con meno disperazione, con meno rischi certo. Ma di fuga si tratta o che altro? Fuga dal proprio Paese, dalla propria casa, dalla propria città, dalla propria donna?
So che il dolore mi salterà addosso più tardi. Per il momento continuo a leggere del bambino Aylan e mi sento padrona di me stessa. Le lacrime si sono fermate sull’orlo delle palpebre perfettamente asciutte. Se Giordano mi dicesse: “Vieni, lascia quel lavoro di merda che fai e raggiungimi qui in Scozia”, lo farei? Ma lui non me l’ha chiesto e probabilmente non lo farebbe: lo rivela la sua fuga silenziosa, la sua sparizione. Si è dileguato come un ladro, il che vuol dire, probabilmente, che oltre al lavoro, ha trovato anche un’altra compagna.



Ma il mio pensiero torna al piccolo Aylan, alla sua morte in mare. Ai suoi genitori. Ma giusto, cosa ne è stato dei suoi genitori che pure si erano imbarcati con lui? Leggo su internet che uno dei sopravissuti ha accusato il padre del bambino di essere stato alla guida del gommone. Abdullah Kurdi, raggiunto da un giornalista, ammette che è vero, ma racconta la sua versione dei fatti: appena il gommone si è riempito e dopo avere preso i soldi da tutti, gli organizzatori sono scesi e se la sono data a gambe. Prima di andarsene però hanno affidato il timone all’uomo più anziano del gruppo, il maturo Abdullah Kurdi, padre di Aylan. Lui, che non aveva mai guidato una barca in vita sua, si è rifiutato, ma loro l’hanno minacciato di gettare a mare i figli se non l’avesse fatto. E lui è stato costretto ad accettare.
Così sono partiti con il gommone stracarico. Hanno viaggiato bene o male per qualche ora, poi, poco prima dell’alba, il gommone ha cominciato ad afflosciarsi. E nell’imbarcazione è scoppiata la rissa: ognuno si aggrappava a quello che restava a galla della barca, cercando di cacciare gli altri in acqua. I primi a farne le spese sono stati i bambini. Il padre di Aylan ha abbandonato il timone, ormai inservibile, e ha stretto a sé il figlio, ma qualcuno gli ha dato una tale botta che sono finiti in mare tutti e due.
“Abbiamo i giubbotti, possiamo sopravvivere. Ci stanno già cercando con una nave!”, aveva gridato Abdullah, provando a fermare quella rissa mentre tentava di rintracciare il figlio caduto in mare con lui. Ma il buio impediva di vedere. Qualche corpo brillava nella notte alla luce della luna, ma del piccolo Aylan non c’erano tracce.
Intanto l’uomo era riuscito a ritrovare la moglie, che nuotava bevendo acqua e piangendo senza più voce. Le aveva detto di appoggiarsi a lui, che sapeva tenersi a galla. Il mare intanto si era calmato e il sole stava per nascere dall’orizzonte azzurrino.
“Il mio giubbotto fa acqua!”, aveva gridato un giovane che annaspava fra le onde. Abdullah ha tastato con una mano il suo giubbotto e si è accorto che era completamente sgonfio e si stava riempiendo di acqua. Velocemente se l’è tolto, proprio nel momento in cui sua moglie sprofondava sott’acqua gorgogliando. Appena se n’è accorto, ha provato ad afferrarla, ma non ci è riuscito. I giubbotti, che erano stati pagati a parte, e a caro prezzo, erano finti.


Alla fine si sono salvati in tre, fra questi il padre di Aylan. A lui il presidente turco Erdogan ha regalato in pompa magna un certificato di cittadinanza turca. Questa la storia.
Partirò, mi dico, me ne andrò anch’io. Non so per dove, ma dovrò fuggire da questo Paese in cui il lavoro sta diventando più prezioso della vita stessa.


"Sotto un altro cielo"
Autori Vari
Laurana Ed. 2016
Pagg. 176 € 14,00

[Tel. 02-23002401]    

La copertina del libro
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