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lunedì 10 ottobre 2016

Referendum prossimo venturo: Il niente tra il sì e il no
di Paolo Maria Di Stefano


Le Costituzioni, tutte, sono o dovrebbero essere la cornice entro la quale si muove l’attività del legislatore, e quindi non solo il disegno dello Stato ma anche la pratica attuazione della sua vita quotidiana, a sua volta cesellata dalla attività del Parlamento e dalla produzione di ogni singola legge. E sono o dovrebbero essere anche l’espressione della cultura di un Paese e della sua capacità di proiettarsi nel futuro. Dice: ma esistono Paesi che non hanno una Costituzione scritta… Significa soltanto che la cultura di quei Paesi e dunque della maggioranza della popolazione è tale da rendere inutile la formalizzazione del suo modo di essere. Che è un segno inequivocabile di civiltà evoluta.
Se volete, si può sostenere che in quei casi la Costituzione è iscritta nel DNA dei cittadini e quindi costituisce un naturale ed inevitabile punto di riferimento. E magari anche che “metterla per scritto” potrebbe aprire la strada al rischio delle interpretazioni e quindi dei conflitti e delle incertezze. Da noi non è così: il nostro è un DNA anarchico quando non assolutamente incolto, e dunque i limiti alla libertà individuale devono essere descritti minuziosamente, non a difesa della libertà, ma ad evitare il disordine e l’anarchia. Il che produce un insieme di leggi sovrappopolato e, sopra tutto, di difficilissima interpretazione: il sistema stabilisce tutto e il contrario di tutto, e per ciascuna legge esiste il suo esatto contrario, con grande gioia di avvocati e legulei in genere. Non parliamo, poi, del combinato disposto…
Non a caso pare che noi si sia il Paese più ricco di norme.
Una cosa è certa: il tormentone circa le modifiche alla Costituzione è in pieno crescendo, e non sembra trattarsi di quel finale ad effetto di cui più di un compositore ha fatto uso per creare un clima propizio all’applauso (quando non all’ovazione) e dunque a “comporre il successo” dell’opera. Piuttosto, pare preludio -rumoroso anziché no- ad un poema sinfonico anche piuttosto prolisso e stonato e inconcludente destinato a durare. Con in più quel fascino delle “parole a piede libero” che seduce tutti noi, quale ne sia la materia.
E il “perché sì” e il “perché no” la fanno da padroni.
La caratteristica generale del dibattito in corso è la assoluta settorialità degli argomenti, mascherati da temi di base a giustificazione del consenso o del dissenso, e fior di nomi della politica, dell’economia, del giornalismo si sono spesi a favore dell’una e dell’altra tesi. E proprio perché strettamente di settore, ciascuno sembra racchiudere una sua verità non contestabile. Che è, forse, il primo problema di questo dibattito: la conferma della abitudine della Politica italiana (e, ancora una volta, non solo) a dedicarsi a mettere pezze più o meno colorate a questioni contingenti, senza una sia pur minima pianificazione di un quadro generale al quale ispirarsi, e senza una attenta verifica della sua portata.
Ma non è questo il solo problema.
 Il prodotto “norma” è in genere inadeguato a raggiungere l’obbiettivo per il quale è nato, e questo per una serie di ragioni sempre più puntualizzate, a loro volta radici delle eccezioni, dei distinguo, dei “sì, ma…”.
E l’inefficacia delle norme non è affatto il portato del bicameralismo perfetto, come dalle parti di quelli del “sì” si sostiene, bensì della incapacità del legislatore a livello individuale e dunque anche a livello di “insieme”. Dunque, della inefficienza della “produzione”: il prodotto “norma” va fabbricato da specialisti, e non da dilettanti più o meno evoluti, ma pur sempre dilettanti e improvvisatori. E lo scambio che le vede oggetto va a sua volta gestito da “comunicatori” e “distributori” professionalmente in grado di farlo.
I padri costituenti nell’elaborare la Costituzione ancora vigente avevano immaginato un sistema bicamerale per consentire almeno una doppia lettura delle norme al fine di eliminare o ridurre il rischio di errori. Ed è forse il caso di ricordare che si trattava di persone -i padri costituenti- in genere dotati di un livello elevato di cultura: alla elaborazione della Costituzione italiana hanno partecipato fior di giuristi, di economisti, di professionisti profondi conoscitori del settore di competenza.
Forse proprio per questo, perché espressione di una cultura elevata, non hanno previsto che a “produrre” le leggi fossero soltanto specialisti, preferendo che l’esame e la discussione avessero luogo tra persone diverse, dotate di culture a loro volta diverse e complementari.
Se questo è vero, allora la soluzione sta non nel lasciar fare le leggi ad una sola delle Camere, ma nel predisporre tutto quanto serve per avere a disposizione almeno “in produzione” personale altamente specializzato.
Che potrebbe essere la diversa natura del Senato: una camera di consulenti giuridici, di studiosi del diritto, di esperti di normazione in grado di presentare all’altra Camera progetti di norme assolutamente credibili, corredati delle indispensabili interpretazioni autentiche.
Obbiezione: non si può fare. Perché? Perché no.
Chi lo dice, è un Parlamento che dovrebbe ammettere di non saper produrre leggi. Ed è questo, che non si può fare: quale Politico ammetterebbe di non saper fare Politica?
Perché la Politica si esprime attraverso le leggi…
Ed è proprio il non saper lavorare che crea quei tempi lunghi e i relativi costi ai quali si attribuiscono tutti i mali del sistema, e a loro volta si assumono come il male supremo della economia e della stabilità in Italia.
Prova ne è -a mio parere- anche questa proposta di nuova Costituzione, improntata alle pezze a colori e priva di soluzioni realmente strutturali, attenta soltanto ai risultati elettorali, tanto che dalla parte dei sostenitori del “no” l’obbiettivo primo è di “mandare a casa il Governo”, in genere senza prospettare alternative fondate e credibili.
Il resto, per quanto possa esser ritenuto importante, al confronto è paccottiglia.
Basta questo -e quanto non detto- per respingere la proposta del Governo?
Il sistema è certamente malato di inefficienza, oltre che di disonestà, e il dare voto contrario al referendum senza dubbio significa lasciare le cose come stanno. E che non stiano bene è sotto gli occhi di tutti. Dal momento che noi italiani sembriamo mancare nel DNA del cromosoma della pianificazione e di quello del disegno del futuro; dal momento che questo significa cercar di provvedere giorno per giorno ai problemi che si presentano; dal momento che i sostenitori del sì non offrono argomenti convincenti più che tanto,  la sola ragione per dare un voto positivo al quesito referendario sembra rimasta quella che vale comunque la pena di dare un segnale, rischioso ma concreto: siamo disponibili a cambiare. Ai problemi che seguiranno daremo soluzione volta per volta. Forse è troppo poco, ma è quanto la Politica -almeno quella degli ultimi trenta anni- ci ha lasciato. Che tradotto significa: chi sceglie il no, forse si affida alla capacità dei Politici di dare finalmente attuazione ad una Costituzione -la nostra- mai compiutamente attuata; chi sceglie di votare sì, spera forse che a forza di pezze a colori si giunga ad un vestito decente non ostante tutto. In comune, il pensiero, il desiderio che i Politici siano dotati della professionalità necessaria.