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giovedì 17 maggio 2018


CINEMA
Figlia mia per Made in Sardegna
Un’isola di film - La Compagnia (Firenze)
di Mila Fiorentini


Approda per il secondo anno a Firenze la rassegna sul nuovo cinema sardo organizzata da ACSIT (Associazione Culturale Sardi in Toscana) in collaborazione con la Fondazione Sardegna Film Commission. La manifestazione si è aperta venerdì 11 maggio con il nuovo film di Laura Bispuri, Figlia Mia, che vede protagoniste Valeria Golino e Alba Rohrwacher, insieme alla giovanissima protagonista, Sara Casu, in anteprima italiana prima dell’uscita nelle sale. Nell’estate in cui compie 10 anni, Vittoria scopre di avere due madri: Tina, madre amorevole che vive in rapporto simbiotico con la piccola, e Angelica, una donna fragile e istintiva, dalla vita scombinata. Rotto il patto segreto che le lega sin dalla sua nascita, le due donne si contendono drammaticamente l’amore di una figlia, come fosse un uomo del quale sono innamorate entrambe. Opera seconda di Laura Bispuri, dopo Vergine giurata, il film è stato presentato in anteprima alla Berlinale 68. Crudo, autentico, con un’interpretazione davvero convincente, è un film che non fa sconti neppure all’amore che forse non è mai totalmente gratuito. Una storia che lascia speranza affidata all’impegno quotidiano e alla lotta di ognuno con se stessi e a volte contro se stessi. Girato in una terra dura, inospitale quanto seduttiva, denuncia nella sua asprezza la radicalità del sentimento materno e della ricerca dell’identità di ognuno di noi.


Il cinema sardo sempre più ricco di proposte, apprezzato dalla critica, alla ribalta dei festival internazionali, complice anche il sostegno alle produzioni da parte di una sempre più attenta e attiva Sardegna Film Commission. Dopo una tradizione che testimonia la vocazione cinematografica, che ha visto la Sardegna essere terra di film entrati a far parte della storia del cinema, come Proibito, di Mario Monicelli (1954), Banditi a Orgosolo, di Vittorio De Seta (1961), Padre Padrone (1977) di Paolo e Vittorio Taviani e Deserto Rosso, di Michelangelo Antonioni (1964), solo per citarne alcuni, in anni recenti l'isola è sempre più spesso meta di set, non solo ambientati in Sardegna, ma firmati da registi isolani, talenti riconosciuti dal pubblico e dalla critica, esponenti di una cinematografia che si contraddistingue con un preciso tratto distintivo. Come Gianfranco Cabiddu, che nel 2016, con il suo La stoffa dei sogni, film scritto con il fiorentino Ugo Chiti insieme a Salvatore De Mola, ha trionfato ai Globi d'Oro e ha vinto il David di Donatello per la sceneggiatura non originale, o Laura Bispuri, che con il suo Figlia mia (2018), interamente girato e ambientato in Sardegna, ha partecipato al Festival di Berlino, al Tribeca Film Festival e all’Hong Kong Festival; o ancora Bonifacio Angius, che nel 2015 ha presentato al Festival di Locarno il film Perfidia e Salvatore Mereu, che a Venezia 69, nel 2012, ha presentato Bellas Mariposas. Una rappresentanza del cinema sardo è sbarcata a Firenze, al cinema la Compagnia, dall'11 al 13 maggio, alla rassegna Made in Sardegna. Un'isola di film che si è aperta appunto con il nuovo film di Laura Bispuri, Figlia Mia, in anteprima prima dell’uscita nelle sale.


La regista ha scelto un tema universale che infatti è già stato comprato in molti paesi tra i quali la Cina, eppure ha una connotazione territoriale molto forte che la Bispuri ritiene importante per il cinema. Come nel suo precedente film c’è un lavoro di scavo e di penetrazione di un luogo e di un mondo: allora era l’Albania, qui è la Sardegna, quella di Cabras nella zona di Oristano che l’ha affascinata per la luce, frutto del dialogo tra mare, laguna e saline che caratterizzano il paesaggio di questa zona. La regista conosceva l’isola per esserci stata in vacanza e soprattutto, guarda caso, per un viaggio fatto da sola con sua figlia che l’ha segnata molto. La scelta dell’ambientazione in terra sarda, ha raccontato presentando la proiezione, è stata istintiva ed è maturata in viaggi successivi grazie ai quali ha scritto e riscritto di volta in volta la scenografia. In particolare si sente la fascinazione per una Sardegna aspra, quasi prepotente, come lei stessa l’ha definita, rude eppure malinconia, sospesa, a tratti magica per alcune atmosfere che a suo parere riflettevano bene il carattere dei personaggi del film. Nulla di oleografico, di costruito, ma una grande armonia, seppur travagliata, dolorosa, fatta in gran parte di miseria ma anche di decoro, tra persone e luoghi. Belle e senza vezzi di caratterizzazione macchiettistica, le scene della lavorazione del pesce, la casa umile e accogliente, con lo sforzo di renderla gradevole della madre adottiva e quella degradata della madre naturale. Campeggiano la madre terra che la Sardegna incarna senza nessun elemento edulcorato e l’identità, forte e abbarbicata al terreno; ad un tempo in continuo divenire, che l’isola rappresenta. La bambina che è la vera protagonista sembra proprio lo specchio di questo sentire, interrogandosi su chi è, sul non rispecchiarsi fisicamente nella madre adottiva e quindi anche in quel territorio bruno e mediterraneo, lei così esile, dai riccioli rossi. Si respira molto amore e molto dolore, quello della disperazione, del conflitto che non è meschinità, egoismo ma che non riesce a essere generosità pura. La regista si mantiene equidistante tra le due madri, proprio come la bambina, che alla fine trova a suo modo una conciliazione, una soluzione: tenersi entrambe le madri, “approfittando” della ricchezza della differenza tra le due donne. 


Nessuna delle due d’altronde è totalmente buona o cattiva e i bambini si lasciano sedurre meno degli adulti, spietati come sono nella loro ricerca di verità: incarnando piuttosto due aspetti della maternità, quella negata per paura, inadeguatezza, incapacità e riscoperta con tutta l’istintività della quale è capace una donna; e quella voluta a tutti i costi, solo apparentemente forte, altrettanto pericolosa della madre adottiva, premurosa fino alla morbosità, protettiva fino alla nevrosi. Emerge la delicatezza e la fragilità dell’infanzia troppo spesso messa in pericolo che però ha il coraggio proprio dell’ottimismo della volontà che in età tenera porta a credere che ci sia sempre un lieto fine. Un film di grande equilibrio anche se presenta eccessi e un mondo che sembra fermo nel tempo e sfiora la post modernità allo stesso tempo, come solo in un luogo di confine qual è un’isola può rivelare. Interpretazioni intense, senza esasperazioni. La Golino risulta matura in questo film, dosata, in grado di modulare le sfumature dei sentimenti. Sorprendente la bambina. Le riprese si avvalgono soprattutto di un disegno luci di grande suggestione mai invasivo. Il film crudo ma non violento, specie all’inizio è a tratti disturbante, senza sconti rispetto alla miseria che diventa, oltre che fisica, miseria dell’anima. La madre naturale che si prostituisce, la madre adottiva che permette anzi induce la visione del degrado, sperando di conquistare l’affetto della figlia. Ma i bambini, senza sovrastrutture, colgono l’essenziale, oltre le apparenze.