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lunedì 28 maggio 2018


LA CONCEZIONE DELLA POLITICA
di Franco Astengo


Dedicato alle vicende politiche dell’oggi, allo scenario che si presenta, sempre con un pensiero rivolto alla memoria: “ Fare della politica significa agire per trasformare il mondo. Nella politica è quindi contenuta tutta la filosofia reale di ognuno, nella politica sta la sostanza della storia e, per il singolo che è giunto alla coscienza critica della realtà e del compito che gli spetta nella lotta per il trasformarla, sta anche la sostanza della sua vita morale”.
Palmiro Togliatti appunti “Studi gramsciani. Atti del convegno di Roma, 11-13 gennaio 1958” Roma, Editori Riuniti 1958”.
Questa frase racchiude l’essenza delle motivazioni che appartenevano alla volontà generale dell’agire politico nel tempo delle ideologie e delle grandi formazioni di masse e vale ancora la pena, almeno per chi scrive, rappresentarla non come semplice (pur indispensabile) esercizio della memoria. Si tratta di temi da meditare. Certo non tutto era rose e fiori, le contraddizioni non mancavano e non sono mai venute meno: contraddizioni dure tra il quotidiano e la prospettiva; tra l’essere e il divenire nello spazio tra la ragione e la volontà. Contraddizioni che sono state affrontate e, in certi casi, non superate.
Abbiamo vissuto davvero momenti ben più drammatici di quelli odierni: tra il 1950 e il 1960 la polizia sparava spesso sugli operai in sciopero e i contadini che occupavano le terre: Melissa, Montescaglioso, Modena fino a Reggio Emilia restano indelebili nella nostra memoria di allora, giovani militanti, e di oggi.
La svolta si verificò con la classe operaia in campo e la cacciata, dalla piazza, di un governo democristiano appoggiato dai fascisti. Oggi la situazione si presenta completamente ribaltata. È bene ricordare che affrontiamo questa difficile situazione dell’oggi al di fuori dalla possibilità di essere presenti sul serio nella dinamica politica, sovrastati e schiacciati da motivazioni strumentalmente opposte che non ci appartengono, non stanno nella nostra storia internazionalista e di solidarietà di classe.
In questi anni ci si è ostinatamente rifiutati di ascoltare chi chiedeva di ripensare alla possibilità di costruzione di una soggettività politica fondata sull’evidente allargamento dell’ antica e mai tramontata” contraddizione principale”, sul tema del rapporto tra lavoro e sfruttamento dentro ad un’egemonia capitalistica sempre più vorace. Ha prevalso, in gruppi dirigenti improvvisati il corporativismo di una politica per se medesimi,  utilizzata come strumento per soddisfare la bramosia di un presenzialismo rivelatosi inutile e dannoso, cedendo sui principi fondamentali, concedendo spazio allo sgretolarsi di una società sempre più individualistica alla quale non si è contrapposto seriamente alcun modello di nuova integrazione di massa, rinunciando alla necessaria organicità nel rapporto tra politica e cultura. Si è fatto a meno dell’autonomia di pensiero, di organizzazione, di azione per seguire il flusso dell’eterno presente imposto dalla vanità del rispecchiarsi dei mezzi di comunicazione il cui utilizzo è diventato un fine. È stato questo l’elemento con il quale non si sono fatti i conti e, forse, è ormai tardi per cominciare.