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domenica 27 maggio 2018

Libri
"I Provos, i Beatniks e l’Anarchia (1966-1967)"
Lo storico libertario Franco Schirone parla del suo nuovo libro.

La copertina del libro


“...Quante le strade che un uomo farà
e quando fermarsi potrà
quando tutta la gente del mondo riavrà
per sempre la sua libertà
quante volte un uomo dovrà litigare
sapendo che è inutile odiare
e quante morti ci vorranno perché egli sappia
 che troppe persone sono morte
quante volte le palle di cannone dovranno volare
prima che siano bandite per sempre?
Risposta non c'è o forse chi lo sa
caduta nel vento sarà.

(Bob Dylan, Blowin In The Wind)



Questo breve saggio vuole essere semplicemente un omaggio a una generazione perduta nel tempo e per le strade del mondo. A quei ragazzi e ragazze che nella metà degli anni Sessanta hanno desiderato la libertà totale al posto dell'ipocrisia e la dignità umana al posto dell'arrivismo. Agli indesiderati da tutti, agli allontanati con i fogli di via come appestati e ai denigrati dalla grande stampa: borghese, fascista, reazionaria o comunista, i cui colori sfumavano, si confondevano e il grigiore, soprattutto quello mentale, li univa. Ecco, in queste pagine parlano loro. Solo loro!
Quelli della generazione dell'innocenza, dei semplici, degli spontanei. Ma testardi nella loro volontà di critica al sistema. Parla l'ingenuo movimento che si è messo contro ogni genere di autoritarismo: il militare, lo Stato, la chiesa, la scuola, la famiglia.
Quelli che hanno anticipato le grandi rivolte del sessant'otto, spesso derisi dai movimentini iper organizzativisti e ideologizzati (chiamiamoli pure stalinisti, nessuna remora).
Quelli che hanno trovato l'anarchia sulla loro strada, spesso senza saperlo, spesso senza alcun filo diretto con quel movimento, pur parlando la stessa lingua senza che alcuno l'abbia insegnata: questo, forse, per tanti, è venuto dopo.



Per scrivere questa storia ho ripreso un capitolo de La gioventù anarchica e l'ho ampliato utilizzando documentazione che nel frattempo ho potuto ritrovare. Si tratta di fogli e ciclostilati, una produzione cresciuta un po' in tutta Italia, prodotti dai gruppi o da individui che s'identificano in quell'ampio movimento noto col nome di "contestazione globale: sono, i Provos, i Beatniks, i Beats, i Pleiners, i Nozems, i Cavalieri del nulla. Insomma, "i capelloni", come sarcasticamente, sbrigativamente e soprattutto sprezzantemente venivano chiamati i ragazzi e le ragazze di quella generazione, dal poliziotto, dal benpensante, dal giornalista, dal mezzobusto della cronaca nera televisiva. I loro fogli, su cui hanno scritto i loro ideali e il loro pensiero, sono semplici e poveri. Sono ciclostilati, il più delle volte prodotti da un vecchio arnese dell'anteguerra, col nero dell'inchiostro che straborda a una pressione in più del dito sulla leva e macchia volentieri il bianco del foglio coprendo parti del discorso scritto. Le copertine e i disegni sono fatti a mano libera, con una penna a punta tondeggiante che solca e traccia una lucida e lunga matrice teneramente plastificata: tanto basta, ad esempio agli ironici Provos milanesi, per "dichiarare guerra agli Stati Uniti" per il genocidio che sta compiendo contro la popolazione vietnamita. La matrice "elettronica" verrà lì per lì ma son davvero pochi ad averla e per chi la detiene, è una grande cosa organizzare un foglio su cui incollare ritagli di giornali, foto e quant'altro, utili per la riproduzione: la comunicazione, così, è più immediata, colpisce chi legge, possono essere riprodotte e poi diffuse senza censure le immagini delle marce antimilitariste, gli scioperi della fame o le bombe che uccidono i bambini in Vietnam. Per i ragazzi e le ragazze, questi fogli non sono "ciclostilati": sono veri e propri "giornali", al pari dell'odioso "Corriere della Sera" che spara a zero su di loro. Nessuna differenza, se non nel contenuto, ovviamente. Ecco, questi giornali (ed ora togliamo pure il virgolettato) sono stati analizzati per rispondere fondamentalmente ad una domanda: quale rapporto esiste, e se esiste, tra il movimento dei giovani contestatori e gli anarchici (almeno con la componente giovanile), o col pensiero anarchico in generale.



Questo saggio, per la prima volta, affronta direttamente questo tema, mettendo a confronto la gioventù ribelle e la gioventù anarchica attraverso i loro incontri comuni, le comuni battaglie e le prospettive. Nella seconda parte del presente lavoro proponiamo ottanta volantini prodotti tra il 1966 e il 1967 a Milano, Roma, Savona, Lentini, Reggio Emilia, Lucca, Rimini, Brescia, ecc.; fogli spesso sequestrati su cui lo Stato ha confezionato denunce; fogli che irridono alla gerarchia della chiesa, al borghese, al potere, al militarismo; fogli che rigettano la grigia morale della società borghese; fogli che urlano la demolizione di un mondo marcio.
La domanda che ci si può porre, dopo quell'esperienza incredibile che ha preceduto il movimento del Sessant'otto, è la seguente: che fine hanno fatto i ragazzi e le ragazze della Beat generation?
Certamente la gran parte che ha calcato la via della moda e ne ha consumato i prodotti è stata tranquillamente riassorbita dal sistema, magari conservando un granello "ribelle", che fa sempre "chic" nella società dello spettacolo.
E gli altri?
Degli altri se ne è parlato e scritto, ma solo in parte.
Si è scritto dei personaggi più in vista di quel mondo, se n'è seguito il cammino e le avventure in Marocco, nel Nepal, in Afganistan, in India, o in oriente alla ricerca di altri mondi sul versante mistico attraverso la filosofia Zen, così come negli Stati Uniti era avvenuto con i viaggi verso il Messico e il Sud e la riscoperta delle antiche culture dei Maya, dei Nativi americani e africani. Altri hanno giocato sulla propria creatività in campo sociale, artistico, dell'editoria alternativa.


Scrivendo di loro, e solo di loro, in loro si è voluto identificare il "tutto". Anche nei documentari di recente produzione, sicuramente interessanti per molti versi, è stata ripetuta l'identica semplificazione che però offusca una più complessa realtà.
Una parte di quella gioventù ha sperimentato la vita delle Comuni, quelle agricole e quelle metropolitane per vivere insieme senza regole imposte, condividendo i gesti e i problemi quotidiani senza distinzione tra essere donna o uomo, condividendo i pochi soldi che giravano, dicendo no alla guerra, alla violenza, alle gerarchie, al possesso, alla gelosia... Questo era per noi la fratellanza e questo siamo riusciti a vivere e a realizzare in uno spazio-tempo che sembra oggi sospeso... in un'utopia futura.
Altri sono confluiti nel nuovo movimento di contestazione dopo il "Maggio Francese" del 1968: in parte su posizioni piuttosto distanti (per la vocazione non-violenta ed antiautoritaria) rispetto ai gruppi politicizzati marx-leninisti o stalinisti; altri ancora ne hanno fatto parte a pieno titolo, secondo le situazioni, il territorio, le realtà cittadine o la provincia, pur conservando la propria natura antiautoritaria. Altri ancora sono confluiti nei diversi e variegati gruppi anarchici, interessandosi dell'organizzazione, creando situazioni di lotta nelle grandi fabbriche, praticando l'anarco-sindacalismo attraverso la creazione di "comitati di lotta", portando avanti la battaglia contro le centrali nucleari, per l'ecologismo, per la liberazione animale. Molti di quei giovani non si sono mai arresi e li ritroviamo ancora oggi, barba e capelli lunghi candidi, presenti nello scontro sociale: tra i No-Tav, tra gli antimilitaristi e tra i movimenti orientati al cambiamento radicale della società.



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