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giovedì 25 ottobre 2018

GIRANDO MILANO, IN BICICLETTA
di Roberta De Monticelli


Una suggestiva immagine del Duomo
avvolto nella nebbia


Notte alta, luna piena.
Torno a casa in bicicletta.
E Milano, quieta e piana
porta gli anni, i vivi, il cuore
porta tutto ciò che amo
come l’aria porta i voli
e la terra porta i corpi
e ogni cosa che vi posa
e riposa, anime e morti.
Non mi stanca pedalare.


Pavia. San Michele Maggiore

Io sono nata a Pavia, per la verità. Ma sia stato per caso o per necessità, Pavia esiste per me soltanto nelle migliaia di formulari che anche io come tutti ho dovuto compilare con i miei dati anagrafici, e quindi esiste soprattutto come Pv, un fonema insensato che si associa a un’immagine di torri sghembe nella nebbia e a un vago scetticismo nei confronti dell’accoppiata sepolcrale più pretenziosa di tutto il millenario pedigree italico – con la tomba a castello, o a piazze sovrapposte, che pretende di ospitare al piano inferiore niente di meno che le ossa di Agostino, e a quello superiore quelle del suo discepolo logico ed etico, il grande Severino Boezio. La basilica di San Pietro in Ciel d’Oro scompare nella nebbia insieme con le torri sghembe e con le sue pretese esagerate, e – come avviene con quasi tutte le cose d’Italia – mi lascia solo un po’ di musica nell’orecchio, la musica dei nomi e delle cento città del bel Paese.
Milano no, Milano è tutt’altra cosa. Anzitutto non ha quella musica lì, tutta ori e tintinnii liturgici, la sua musica è rauca come la voce della Vanoni certe volte, e quieta e piana come i versi di Carlo Porta, di Sandro Bajni o di Jannacci. E poi io di Milano non ho nessuna immagine, neppure nebbiosa. Ne ho solo innumerevoli frammenti visivi. Vivo al nono piano, e dal nono piano si vede tutto: ma Milano non si vede mai tutta. Ha una tenace resistenza alla sintesi, che forse è la stessa resistenza che oppose nei secoli a diventare una grande città – accontentandosi di diventare una città grande. Anche adesso che ha un pezzo di skyline paragonabile a quello di qualunque altra grande città del mondo, con le sue fantasie verticali scintillanti nel sole. Ma se non ne ho un’immagine, io di Milano ho, come dicono adesso, un feeling, anzi un touch. Un senso tattile, letteralmente. Che non è nei miei piedi, ma nelle – assai più sensibili, anzi vibratili, ruote della mia bicicletta, temprate nello sconcerto rude dei pavé, nella sfida pugnace degli acciottolati, nella carezza sincopata dei porfidi. Certo, così capite che in bicicletta giro soprattutto il centro. Per forza: Milano è piatta e non si fatica, ma oltre le due cerchie rischi la vita, in bici. Anche dentro, per la verità. Ne vale la pena, però. E allora vi voglio guidare per un mio itinerario ideale e realissimo. Ideale perché è la mappa delle Idee nelle quali in vita mia m’è capitato di imbattermi – e che mi hanno avvinta. Reale perché come itinerario turistico è perfino banale, tanto è ovvio. Eccolo qua. Andiamo in bici, naturalmente.

Milano. Il cortile di Brera

Partiamo – in bicicletta – da Corso Garibaldi: anzi dai mirabili chiostri, uno rinascimentale e l’altro settecentesco, che appartengono oggi alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale e affiancano San Simpliciano, la più bella chiesa romanica dopo Sant’Ambrogio, le cui fondamenta, rese recentemente accessibili, sono addirittura paleocristiane. Risalgono cioè proprio ai tempi – dal IV al V secolo dell’era cristiana – della Milano del vescovo Ambrogio e di Agostino. Si dice infatti che proprio lì si trovasse il famoso giardino di Simpliciano, dove si svolse una conversazione sui libri dei platonici di cui Agostino racconta nel Libro VIII delle Confessioni, il libro che narra la sua conversione. In quel giardino furono concepiti quei pensieri – “nutre la mente solo ciò che la rallegra”, o il pensiero dell’ordo amoris e del disordine, che ho rubato come un ladro di galline, per dare il titolo a un paio di libri miei. Se una volta avete tempo, fermatevi dentro la chiesa a osservare le due finestre nella parte sinistra del transetto. Lì, una volta che mi fermai più a lungo, mi venne su, parola per parola, una specie di preghiera, forse la prima di quelle che poi formarono un libretto intitolato Le preghiere di Ariele, oggi probabilmente introvabile. Faceva così:

Due note – una più alta.
Arco su arco – un canto
fermo, non umano
nel cavo della volta
un varco.
Due finestre ogivali,
una sull’altra.

Milano. Il monumento a Beccaria

Di lì – non è lontano – tagliando attraverso il Parco Sempione facciamo sosta davanti alla cosa più preziosa che il museo del Castello Sforzesco contenga: la Pietà Rondanini, la più bella pietà mai scolpita da mani umane – quelle di Michelangelo - nella sua meravigliosa incompiutezza, che ne fa un’opera sorgiva di mille possibili opere e pensieri. A quel punto attraverseremo il Parco fino a uscirne verso Piazzale Cadorna, e in poche pedalate saremo a Sant’Ambrogio, dove – da qualche parte – si deve ancora trovare quel bassorilievo del IV secolo che tanto mi colpì quando preparavo la mia edizione delle Confessioni di Agostino per Garzanti – al punto che ci basai l’Introduzione su Agostino, il diavolo e il buon Dio. Lì vedete, al centro, l’Albero della vita con Adamo a destra ed Eva a sinistra; all’estrema destra il Padreterno (in forma di gran giardiniere, con l’annaffiatoio in mano: Auctor, colui che fa crescere ogni cosa (augeri)); e all’estrema sinistra il Serpente tutto torto.
Adesso mi stupisco io stessa di aver finora concepito addirittura tre prime tappe tutte teologico-spirituali, nella città che in fondo fu anche una della capitali dell’Illuminismo europeo. E allora rimediamo subito, e da lì pedalando per stradine tortuose verso il Cordusio corriamo a rendere omaggio al giovane elegantissimo dandy che vi troneggia in mezzo, un Parini per nulla simile al dolente vecchietto della poesia La caduta, che chissà perché ci facevano mandare a mente a scuola, con tutto quello di ben altrimenti memorabile che Parini aveva scritto. Così in altre due pedalate saremo a Brera, a salutare Pietro Verri nel cortile dell’Accademia, e soprattutto a ringraziare Cesare Beccaria che se ne sta sempre lì, in abito curiale ma in posa piuttosto rilassata, sopra lo scalone richiniano del palazzo… E così l’equilibrio spirituale, morale e civile della passeggiata eccolo ripristinato, anzi forse ormai sbilanciato… verso i Lumi impazienti di Giuseppe II d’Asburgo, che abolita l’Inquisizione e soppresso l’ordine dei Gesuiti, trasferì disinvoltamente al servizio pubblico il loro bellissimo palazzo, facendovi nascere nel giro di pochi anni l’Accademia di Brera e la Biblioteca Braidense. Dove chi vorrà si infilerà con me, con un pensiero grato a tutti quelli che riescono a non disperare, e a liberare per qualche ora la mente e il cuore dal pensiero degli attuali, ben più retrivi e assai meno illuminati governanti di oggi, e dal pensiero ancora più sconfortante del loro popolo esultante e ignaro. Che insieme, e con la benedizione della maggior parte dei precedenti governanti e popoli, sono riusciti nell’impresa di far precipitare l’Italia all’ultimo posto in Europa per la quota di Pil spesa per il patrimonio culturale, la scuola, l’università e la ricerca. E dalla biblioteca, dalla malinconica luce delle sue finestre che scolpisce il dorso antico dei pensieri e dei sogni umani salvati dalla melma dei tempi, non mi lascerò più schiodare. Almeno per oggi.