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domenica 14 ottobre 2018

NAUFRAGHI
di Claudio Zanini


Phlebas I

Dissimulano oscuri flutti e ampie maree,
disperse le membra di Phlebas* il fenicio,
capostipite dei morti d’acqua innumerevoli
negli equorei cimiteri del Mediterraneo.
Oh, marinaio avvolto nel torpore profondo
di bruna pelle d’annegato, levigata appena
dal limo abissale, dalla carezza sinuosa
di nere alghe in capigliature fluttuanti,
t’affacciasti all’imbocco dei porti serrati,
respinto esule, sul ciglio di sponde sicure.
Noi, sulla riva d’approdi inespugnabili
volgemmo ostili al tuo sguardo esausto
muto diniego, ti respingemmo lontano
fino a che l’onda nera sommerse le membra
e si chiuse, cupo sepolcro verde del mare,
sulle tue diafane ossa sbiancate, Phlebas,
il fenicio, macchia nell’incerta nostra memoria.

[*Phlebas, il capostipite dei morti annegati, in 
La terra desolata, di T.S. Eliot]

Bach nel metrò

Vibra l’aria sulla quarta corda e
sopravanza il rombo nero dei convogli
quando smuore a folate intermittenti
nei fumidi budelli del metrò.
È un giovane cantore clandestino
che nell‘androne sotterraneo,
piega triste al canto il suo violino.

Precario Orfeo, cui ignoto è
l‘incanto degli ellenici giardini,
volgi lo sguardo arso e vuoto 
dalla mediterranea ecatombe.
Sei lo straniero a tutti ignoto
privo di salvacondotto alcuno
ma il tuo canto stringe il cuore
dell’Europa sorda e indaffarata.

Vanno e vengono, donne altere
maschi attillati di grisaglia in voga
nei diuturni ambulacri metropolitani
assorti in nomenclature incerte
d’irrisori rovelli fastidiosi.
S‘affrettano con falcate ampie,
nella dispersa fiumana dei passanti
mentre il canto obliato s’assottiglia
nel pensiero lentamente smuore. 

Il violinista esule

Voi che nei convogli, suonate Brahms
sulle corde elettriche d‘acidi violini
sfidando ronde e pubblici ufficiali
in cambio di consunti decimali, scossi
dall‘abbrivio della frenata improrogabile
dallo scarto brusco dell‘accelerazione.
Voi, ignoti esuli, siete un rovello,
fosca macchia nella coscienza
mentre noi neppure vi vediamo,
tirando dritto, indaffarati e ostili.

È flebile quel Mozart che ci turba
con l‘arabesco turco della marcia
che s’insinua tra frettolosi viaggiatori
a ondate fitte vomitati dai convogli.
Di noi si burla, il violinista esule,
di noi che traghettiamo a frotte
da un Acheronte all‘altro quotidiano
fingendoci assidui naufraghi
di vacue crociere prestigiose
mentre non siamo che sonnambuli
invischiati entro irrisorie gore.

È lui, che dovrebbe assai dolersi
verso il soffitto nero degli androni
straniero vomitato alla deriva
da un Mediterraneo ostile, invece
irride la nostra vile indifferenza
con un canto ironico e stonato.
Lui ci vede, ma noi lo ignoriamo
sebbene ci si annidi nel pensiero
in dolente forma d‘incubo costante.