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venerdì 12 ottobre 2018

Teatro
DIO RIDE. NISH KOSHE
di Angelo Gaccione

Moni Ovadia

Da qualche anno è stato dedicato a Paolo Grassi che lo aveva fondato nel maggio del 1947 assieme a Giorgio Strehler e a Nina Vinchi, che di Grassi diventerà moglie. Per me continua ad essere questo di via Rovello, il vero Piccolo Teatro di Milano, quello storico. Il “nuovo” Piccolo, realizzato dall’architetto Marco Zanuso in Largo Greppi, ai miei occhi resta una struttura orrenda con cui non sono mai riuscito a riconciliarmi. Preferisco di gran lunga il bel palazzo Carmagnola (una targa lo ricorda ancora) che al condottiero immortalato da Manzoni nella sua prima tragedia, aveva fatto dono Filippo Maria Visconti nel 1415 per i suoi “buon servigi” militari. Avere voluto far nascere in questi ambienti, un teatro come il Piccolo, nel dopoguerra, è stata una risposta democratica al braccio criminale della “Ettore Muti” che durante l’occupazione nazifascista e la Repubblica Sociale Italiana, ne aveva fatto il suo covo. Una lapide dell’ANPI sul frontale lo ricorda come luogo di tortura e di morte per centinaia di antifascisti. La funzione culturale, civile ed artistica che il teatro ha avuto dalle sue origini fino alla morte di Strehler, è ormai parte integrante della storia di Milano, e non solo. Su molte coscienze della mia generazione, ha influito in modo determinante, forse per questo lo sento così visceralmente mio.


Moni Ovadia vi ritorna ad ogni suo nuovo allestimento. Pur avendo debuttato al Pier Lombardo di Franco Parenti, il Piccolo è stata “la sua casa”, come ha ricordato a fine spettacolo martedì scorso. “Vieni qui”, gli aveva detto Strehler, “dove vuoi andare, questa è casa tua”, e lui vi si è trovato subito bene. Dal 2 al 14 ottobre vi resterà con Dio ride. Nish Koshe, uno spettacolo che come da tempo ci ha oramai abituati, fonde magnificamente dati dell’attualità più drammatica e dolorosa (immigrazione, muri, guerre, odi, separazioni), a scorribande erudite e colte, all’interno di quella miniera di sapienza, saggezza, esaltata e mistica visionarietà, poesia, incanto, favola, insegnamento, ferocia, fanatismo e quant’altro volete, che sono i Libri della tradizione ebraica (dal Talmud alla Torah).
Moni con la sua “Moni Ovadia Stage Orchestra” che lo supporta magnificamente dal vivo, armata di violino (Maurizio Dehò), contrabbasso (Luca Garlaschelli), fisarmonica (Albert Florian Mihai), clarinetto (Paolo Rocca), cimbalom (Marian Serban), compie il suo viaggio carico di quella tradizione e impastato di quella cultura così vitale e così fascinosamente ironica, mostrandoci cosa è stata in grado di fare, pur con tutte le sue diaspore, i suoi continui esilî, le sue persecuzioni, questa comunità minoritaria mobile, e quale patrimonio straordinario abbia consegnato all’umanità.


Da buon ateo (“Grazie a Dio sono sempre ateo”, amava dire di sé Buñuel), immerso nella tradizione yiddish e contaminato dal suo spirito witz, anarchico e irriverente, Ovadia si muove dentro quella materia con intelligenza e levità e ce la fa gustare; ci fa amare personaggi, eventi, canti, aneddoti e battute di spirito senza mai scadere in una desacralizzazione superficiale o gratuita. Persino quel complesso groviglio di concetti religiosi apparentemente incoerenti, assurdi, abnormi, su cui gli esegeti dei Libri sacri si accapigliano e l’ermeneutica ha chiamato in campo la raffinatezza logica - e teologica - dei rabbini più colti e preparati, è maneggiato da Ovadia con disinvolta e scanzonata allegria. Lui dipana quel groviglio con acutezza di analisi e fantasiosa inventiva, traendone significati più contemporanei, più terreni, più umani, più nostri. Ne disvela, laicamente, (materialisticamente?) quanto dentro quei libri gli uomini hanno nascosto di più profondo, e che può ancora riguardarci. Ovadia quei miti e quei versetti li reinterpreta da un’altra angolazione ed essi finiscono per diventare molto più nostri di quanto avremmo pensato.


La musica klezmer della sua orchestra, a volte dolente, più spesso allegra, coinvolgente, festosa, serve a sostenere il canto che una voce arrochita e un raffreddore molesto non sono riusciti a piegare. È bella questa musica, come è bella questa lingua “franca”, “anarchica”, “meticcia”, “contaminata”, perché nata nelle strade, tra il popolo, e sa di antico, di arcaico, di pericolo di estinzione. Il merito di questo “racconta storie”, di “contastorie” è di tenerla  viva questa lingua, di tenerla viva questa musica, e farle insieme risuonare sul palcoscenico di un teatro e nelle nostre anime. È un merito straordinario e Milano dovrebbe andare fiera di avere un artista di tale qualità. L’altra sera le quasi due ore di spettacolo sono scivolate senza intervallo dentro lo spazio raccolto del Piccolo Teatro, ed abbiamo potuto sorridere ed imparare insieme. È questo che dovrebbe fare il buon teatro.
Abbiamo ascoltato versi di poeti e parole di scrittori; pensieri necessari di menti libere e non conformiste; storie che riguardano i nostri sentimenti umani, alternati a racconti divertenti sul divino, e ne abbiamo riso. Ne abbiamo riso assieme a quel Dio che si diverte, godendoci le belle melodie e le ballate della “Stage Orchestra”. E allora speriamo che la benevolenza del Santo Benedetto (così lo chiama Moni Ovadia nello spettacolo) sul quale quasi tutto è costruito, preservi a lungo questo ateo girovago. Lo preservi a lungo per il teatro, e soprattutto per noi, atei come lui, impastati di sacralità.