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venerdì 23 novembre 2018

DIALOGO TRA UN FILO D’ERBA E UN “UOMO
di Mario Capanna

Mario Capanna


Una fiaba ecologica contemporanea, questa di Capanna; una parabola morale rivolta alla sensibilità di tutti noi, per ricordarci che siamo parte integrante della Natura. Guai se diventiamo suoi nemici, annienteremo noi stessi.


L’Uomo, nel bosco, camminava lentamente, alla ricerca di funghi. D’improvviso udì, alle spalle, una flebile voce. Si girò, sorpreso: guardò attentamente intorno, ma non vide nessuno.
Dopo un attimo, ecco di nuovo la vocina: “Se abbassi lo sguardo, mi vedi”.
L’Uomo puntò lo sguardo a terra, con guardinga circospezione, ma non scorse nulla, se non foglie marcite ed erbe.
“Perché mi hai calpestato?”, riprese la vocina, “che ti ho fatto di male?”.
L’Uomo rimase esterrefatto. Capì che le parole venivano da un filo d’erba, di colore verde intenso, dinanzi ai suoi piedi, che, dopo lo schiacciamento, si stava rizzando in alto per un terzo, riprendendo un debole vigore.
Incredulo, e come per scacciare la sorpresa, l’Uomo disse a voce alta: “Che vuoi da me? Tu stai fermo e io cammino, logico che ti calpesti. Senza considerare che io sono il Principe dell’universo…”.
“Tu sarai anche il Principe, ma senza di me - e senza i miliardi di miliardi di altri simili a me, pensa a tutte le erbe, le piante e le foreste della Terra - non potresti vivere”.


“Che assurdità è mai questa?”, si accalorò l’Uomo, “io, a ben vedere, oltre che Principe dell’Universo, ne sono il Re, lo afferma la Bibbia. Là dove Dio dice agli uomini: ‘Assoggettate il mondo ’. Ma già, tu che puoi sapere di queste cose?”.
Il filo d’erba, di rimando, quasi tornato verticale: “Anzitutto sbagli. È vero che nella traduzione latina e italiana della Bibbia è scritto il verbo ‘dominare’, ma in ebraico l’espressione esatta è ‘siate custodi della Terra’. Sicché nessuno ti ha mai autorizzato a fare il prepotente con me né con nessuno degli altri esistenti”.
L’Uomo era strabiliato: un’erbetta mostrava di saperne più di lui. Inconcepibile!
Spazientito, ringhiò: “Quand’anche avessi ragione tu, le cose non cambiano. La mia intelligenza mi rende superiore a te. Non c’è paragone. E che dicevi, prima? Che senza di te, addirittura, io non potrei vivere? Che assurdità è mai questa?”.
Il filo d’erba, tornato nel frattempo bello dritto (anche se ancora un po’ ammaccato), fece allora sfoggio della sua sapienza: “Io, nel mio piccolo, tramite la sintesi clorofilliana, produco ossigeno e immagazzino carbonio. Senza il mio lavoro - e quello di miliardi di miliardi di altri vegetali - tu non potresti respirare l’ossigeno dell’aria. E moriresti”.


Le parole gli erano uscite piane, senza alterigia, come quando, con umiltà, si spiega qualcosa a qualcuno.
L’Uomo, evidentemente preso in contropiede, urlò la prima banalità che gli venne in mente: “E allora?” Ognuno fa il suo lavoro”.
Il filo d’erba riprese con calma e con pazienza, come fa il bravo insegnante quando deve spiegare un concetto elementare a un allievo duro di testa.
“Ragioniamo. Tutti gli esistenti sono interconnessi. Vedi: tu non saresti qui senza un precedente atto d’amore di altri. Giusto?
Inoltre: da quando sei uscito dal ventre materno, hai subito avuto bisogno di respirare. E come avresti fatto, senza il nostro ossigeno? Non solo: per produrre ossigeno noi abbiamo bisogno di un’infinità di altre cose. È necessario che le acque evaporino, che il vapore, salito in alto, ricada giù in forma di pioggia e neve, per dissetare la terra che ci nutre; ma tutto questo non avverrebbe se non ci fosse il sole, e il sistema solare, a sua volta, non ci sarebbe se non ci fosse l’universo. Capisci?”.


L’Uomo cominciò a sentire turbamento, la sua alterigia non sapeva più dove arrampicarsi. Cercò di interloquire, sebbene confusamente: “Vuoi dire che ogni esistente, per vivere, ha bisogno degli altri?”.
“Vedo che cominciamo a intenderci”, rispose con dolcezza il filo d’erba, ora rinfrancato, “il fatto è che ognuno di noi, concepito senza gli altri, è pensato in quanto separato, e diventa così un’astrazione.
Bada: uso il termine nel suo senso etimologico. Il verbo abstraho significa ‘tiro via’, ‘strappo via’, ‘trascino via’. Vale a dire: se tu pensi una cosa, staccata dal contesto, quella cosa, isolata, non è più lei, dato che perde i suoi contorni reali”.
L’Uomo ascoltava in silenzio, era costretto a riflettere.


Il filo d’erba approfondì: “Se voi esseri umani ragionaste in questo modo - che è l’unico modo di ragionare autentico - pensa quanto rispetto avreste per la natura, abolireste ogni sfruttamento, ogni prepotenza, non fareste più la guerra, non usereste più violenza contro le donne, i bambini, mettereste l’amore - anziché l’odio, come purtroppo oggi spesso avviene - al primo posto, e tutta l’umanità, insieme alla Terra, rifiorirebbe”.
Per un po’ l’Uomo non disse nulla, tanto era sorpreso dalla semplice profondità dei ragionamenti.


Guardò il filo d’erba, ora silente, poi gli occhi gli caddero sul cesto vuoto, che reggeva al braccio: si compiacque di non avere raccolto nemmeno un fungo…
Nel frattempo il sole era tramontato, conveniva incamminarsi verso casa. Ringraziò il filo d’erba, scusandosi per il pestone,  e lo salutò con affetto.
Mentre percorreva a ritroso il bosco, si sorprese a guardare con occhi nuovi le grandi querce e gli arbusti. E gli venne da pensare: “Ma guarda: dovevo incontrare un filo d’erba, per diventare un… uomo”.