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sabato 13 luglio 2019


Dialogo con Fabietti
di Fulvio Papi
Ugo Fabietti

L’ultimo numero della rivista “Antropologia” (n.1/2019) porta per titolo “Per caso e per sagacia. Dialoghi con Ugo Fabietti”. È una testimonianza ricca, colta, intelligente, che mostra quanto ampia e raffinata sia stata l’area di lavoro culturale e di insegnamento di Ugo, tale da investire la ricerca antropologica di giovani e meno giovani. Il titolo forse va spiegato. La ricerca antropologica si trova per lo più in questa circostanza: la sagacia è indispensabile perché, detto con un linguaggio un poco astrale è l’atteggiamento proprio della morale epistemologica. L’oggetto individuato, quali che siano le più diverse ragioni, deve essere esplorato in tutte le sue forme relazionali, solo così è possibile una conoscenza. Eppure questa sagacia e l’Ethos che la alimenta possono non riuscire a raggiungere il risultato pieno. In questo spazio residuo si può manifestare la rivelazione del caso: una conoscenza che non ha organizzato in uno spazio concluso, ma si mostra, al contrario, come una scoperta inattesa e tuttavia importante a livello del sapere, lo compone, lo riorganizza o può, addirittura aprire una fessura di crisi. Forse sono riuscito a descrivere l’anima con cui l’antropologo deve affrontare il suo campo, e questo animus non è una solitaria e doverosa intenzione, ma una disciplina teorica, il costume della ricerca che appartiene alla comunità scientifica, e, proprio in quanto tale, è un oggetto di dialogo, una reciproca interrogazione. Il dialogo non appartiene al gioco linguistico delle interpretazioni, ma può nascere solo dall’esperienza stessa, ed è dal raffronto dei risultati raggiunti sul campo e dal “come” della loro possibilità. Il dialogo antropologico avviene sul terreno del fare, non su quello della contesa dei significati di cui, se mai, è una parte. Questa prospettiva in “Antropologia” si apre ad una straordinaria quantità di ricerche che mostrano l’apertura intellettuale di Ugo, la sua capacità di stimolare le energie intellettuali e di aiutare piani così differenti di ricerca. Un filosofo percepisce questi contributi come una lezione sulle differenze del mondo che devono agire sulla trama filosofica quando essa rischia di semplificare il suo comprendere in un gioco linguistico. Né tuttavia s’inquieta il filosofo, poiché sa che si può certo parlare di verità filosofica, ma come un compito che traduce in un lessico “trascendentale” la pluralità di dimensioni culturali, del resto sempre in trasformazione: un sapere degli orizzonti simbolici: così la matematica, gli orizzonti estetici, le problematiche morali, le realtà economiche e le loro conseguenze sociali. Provate a pensare merce e scambio nella nostra civiltà senza elaborare i concetti necessari, o in altra dimensione antropologica, usare i medesimi concetti. È la chiusura del mondo del comprendere. Ugo conosceva molto bene il problema di queste distinzioni concettuali che devono aderire a “un mondo”, e la sua attenzione alla storia dell’antropologia mi pare proprio derivasse dalla conoscenza delle figure intellettuali che, nel loro “conflitto” aprivano scenari antropologici differenti. Ed è dalla storia dell’antropologia dai meriti e dai sospetti che essa provoca, che deriva lo spazio agibile, la fiducia nel proprio produrre sapere antropologico. E qui interveniva un certo contributo decisivo: la considerazione storica di una condizione di cultura. La lezione della storia rendeva più facilmente comprensibili le conseguenze del proprio metodo di lavoro. Ugo non amava le teorie totalizzanti: è nella stessa pluralità che è inevitabile l’intreccio delle vicende storiche, l’equilibrio specifico tra questi elementi non è materia di alcun manuale, ma fa parte del proprio essere antropologico, la propria personale (e in parte autobiografica) “ontologia regionale”. Per questo l’insegnamento è più difficile, mentre la mimesi educativa fondamentale. Sono elementi che ho individuato (come i miei insuperabili limiti consentivano), più o meno, nei preziosissimi saggi in onore di Ugo, così ricchi di una solida cultura, di bibliografie tanto affascinanti quanto inarrivabili. Mi pare di rivedere il sorriso gentile di Ugo, sapiente almeno quanto sia abile il nascondimento di questa ricchezza.
Ripeterò anch’io come i suoi scolari, vecchio filosofo dai viaggi senza alcuna Itaca che cosa ne penserebbe Ugo”.