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lunedì 15 luglio 2019

L’INCERTO FUTURO DI ORFEO
Considerazioni storiche e conservative
di Vittoria Orlandi Balzari



È calato il sipario sulla mostra “Il meraviglioso mondo della natura” e sulla ricostruzione fisica di quello che un tempo era lo spazio che conteneva originariamente le tele del Grechetto, come storicamente chiamate, più correttamente le tele di Orfeo circondato da una miriade di animali di ogni latitudine conosciuta nel Diciassettesimo secolo, quando gli enormi dipinti furono realizzati. Domani, forse, come tutti ci auguriamo, verrà rivelato dove saranno traslocate le suddette tele in attesa del necessario e urgente restauro soprattutto per consolidare la superficie pittorica che cade o si solleva in più punti. Ancora più misteriosa sarà la destinazione finale delle tele, ma di questo l'assessore Dal Corno ha assicurato che per sceglierla verrà istituita una commissione di esperti di vari settori. Come studiosa da molti anni delle tele di Orfeo mi sento in dovere di fare alcune considerazioni storiche e conservative, come ho già accennato durante il dibattito pubblico avvenuto il 17 giugno scorso a Palazzo Reale.
La prima considerazione ci viene dal fatto che la famiglia Verri, acquistando il Palazzo Lonati Visconti nel 1760 e di conseguenza anche gli apparati decorativi definiti “amovibili”, si è resa conto sempre di più dell'importanza artistica di quello che veniva informalmente chiamato “Salone dipinto”, tanto da comparire nella prima edizione della Nuova Guida di Milano del Bianconi  (1787). Un documento inedito, che ho mostrato al pubblico in occasione del dibattito, dimostra come i Verri in pochi decenni siano passati dal riconoscimento dei dipinti del Salone di Orfeo come opera d'arte e non mera tappezzeria, alla consapevolezza che tale sala, pur di privativa spettanza, avrebbe dovuto essere accessibile e visitabile a chiunque lo desiderasse, quindi con un esplicito intento di rendere fruibile al pubblico un bene privato proprio per la sua importanza artistica. Il documento in questione, datato 1835 e firmato da Gabriele Verri, unico figlio maschio del celebre Pietro, cita che dovrà essere permesso “a tutti quelli che bramassero vedere le pitture nel Salone frà la Scala e l'Anticamera il potervi entrare ed osservarle mediante avviso”.
Pare che questo invito sia stato apprezzato soprattutto da artisti di ambito storicistico e scapigliato come hanno dimostrato i dipinti di Leonardo Bazzaro, Gioacchino Banfi e Francesco Colombi Borde che hanno ritratto il salone di casa Verri e che mi hanno permesso di ricostruire con sicurezza tre delle quattro pareti della Sala, lasciando il dubbio, ancora oggi irrisolto, della parete finestrata (infatti quando nel 2013 gli informatici dell'università dell'Insubria hanno ricreato virtualmente la sala suddetta secondo le mie indicazioni, hanno lasciato invariata tale parete).


Sempre in base a tale importanza, anche affettiva, l'ultima erede di casa Verri, Carolina sposata ad Alessandro Sormani Andreani, quando si trovò a vendere il Palazzo della sua famiglia, volle che venissero staccate le tele e sottratte al compratore. Purtroppo le tele, oltre a questo primo stacco, hanno dovuto subire un altro “trauma” conservativo per essere rimaste in un deposito di Palazzo Sormani per trent'anni. Uno dei figli di Carolina Verri, oltre a voler aggiungere al proprio cognome Sormani Andreani anche quello della madre, altrimenti estinto, ha deciso di riesumare le tele e utilizzarle per decorare l'unico salone del palazzo che avrebbe in qualche modo potuto contenerle, purtroppo parzialmente. Infatti non solo le pareti erano un poco più corte rispetto al Salone dipinto di Palazzo Verri ma era completamente diversa la parete finestrata. Questa difficoltà oggettiva ha costretto allora l'architetto Majnoni a creare una sorta di puzzle e i restauratori ad integrare le tele in modo da dare un senso di omogeneità all'insieme. Grazie a questo intervento il Salone del Grechetto, ormai così ribattezzato, ha mantenuto questo aspetto di magica wunderkammer o, come amo definirla, di diorama pittorico, anche dopo lo stacco (nuovamente e fortunatamente per evitare i disastri dei bombardamenti) e la rimessa in loco nel dopoguerra (con l'aggiunta fastidiosa di listelli di legno per fissare le tele tra loro togliendo il senso di unità che avevano prima della guerra) e finalmente reso un bene pubblico come sala conferenze della Biblioteca centrale comunale (nella quale è stato commutato Palazzo Sormani) che da più di 50 anni ospita le più importanti iniziative culturali legate al modo della scrittura e dell'editoria, ma anche dell'arte e della musica. Un luogo amato dai cittadini, che tutti conoscono come Sala del Grechetto senza bisogno nemmeno di cercare su google maps l'ubicazione.


Il vero problema ora resta il restauro: come da me più volte dimostrato, la rappresentazione delle tele è frutto di sovrapposizioni, dato che in più punti traspaiono elementi incongruenti dai fondali (barchette tra le nuvole, o pappagalli appollaiati nel cielo, o enormi pesci sott'acqua che destabilizzano la prospettiva). Ciò significa che se il restauro non si limiterà alla giusta ripulitura dallo sporco e al necessario consolidamento sia della superficie pittorica sia del supporto ma sarà invasivo, sottraendo gli strati più superficiali (ergo gli adattamenti compiuti nel 1907), il risultato sarà talmente fuorviante da rendere impossibile la ricollocazione delle tele nel salone di Palazzo Sormani.
Come studiosa potrei essere felice di una simile operazione (già ampiamente adoperata per il Cenacolo di Leonardo) perché potrei vedere finalmente il primitivo aspetto del ciclo di Orfeo come lo vollero i committenti, la famiglia Visconti di Carbonara, e, nell'ipotesi di un nuovo allestimento, godere della spazialità ricostruita. Ma da cittadina e da storica dell'arte sono convinta che la strumentazione tecnologica di indagine che hanno a disposizione gli esperti di restauro odierni può egregiamente permettere di conoscere i vari interventi che si sono sovrapposti nel tempo senza minimamente intaccare l'aspetto attuale (come è stato fatto negli ultimi anni per i quadri di Caravaggio) e attraverso la realtà aumentata poter egualmente permettere ai visitatori di palazzo Sormani di vedere le tele come erano in origine.
Inoltre dei totem a touchscreen come già ci sono al Castello Sforzesco e una fruibilità pubblica anche al di fuori degli eventi presentati nel salone permetterebbero alla biblioteca Sormani di continuare ad usare come sempre tale spazio per gli eventi in programma e permettere ai visitatori di accostarsi sempre più spesso a questo bene pubblico che appartiene all'intera cittadinanza.
Domani ne sapremo di più.