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venerdì 12 luglio 2019

Mondo e storia
di Fulvio Papi

Credo che ogni persona consapevole deve essere grata alle ragazze e ai ragazzi che manifestano contro una riproduzione sociale del mondo (che vuol economica, sociale e culturale) che trasforma in modo miserevole le condizioni materiali che sono state fondamentali per garantire il modo d’essere della nostra civiltà. Desidererei solo ricordare che negli Stati Uniti dagli anni Sessanta ad oggi, vi sono stati innumerevoli movimenti di protesta per motivi largamente condivisibili, ma solo pochissimi, quelli che hanno assunto una forma durevole nel tempo e organizzata nell’esperienza sociale, hanno avuto una importanza rilevante nell’equilibrio sociale delle persone. Prova purtroppo ne è l’attuale governo negli USA con un presidente, dirò con un solo aggettivo, incomprensibile. Quindi, ragazzi, non basta conquistare vie e piazze per ottime ragioni, ma occorre essere in grado di produrre un ordine culturale che diventi senso comune maggioritario e una organizzazione che si ampli e si solidifichi con il tempo.  Non sarà facile perché gli oppositori, consapevoli o meno, sono molto potenti: basta pensare che collaborazioni attive tra la politica, l’economia, l’ideologia sociale e anche, in parte scientifica, hanno impedito che questo tema del “consenso del mondo”, venisse a galla per decine di anni.
Se fosse accaduto il contrario, non ci troveremmo in questa situazione. Ma, domandiamoci, era veramente possibile? O le relazioni che via via si stabilivano tra la riproduzione sociale del mondo e la loro gestione a livello di poteri essenziali e delle immaginazioni che comunque derivavano dai “dispositivi” esistenti, avrebbero comunque impedito un’attenzione valida al negativo che cresceva accanto a noi? In senso religioso questa situazione è stata definita come dimenticanza del “peccato originale”. In ogni caso il negativo che si andava diffondendo non è stato studiato e compreso nella sua crescente emergenza, certamente accecati dal “motore del progresso” valutato positivamente per i suoi aspetti antropici. 


Eppure il concetto di “eterogenesi dei fini” non affatto ignoto, ma appariva applicabile non senza una certa sufficienza ironica, solo ad alcuni casi particolari. E il problema del male, trattato spesso con grande sottigliezza intellettuale, pareva circoscritto al compito teorico della forma filosofica della cultura. La marginalizzazione nasce invece da una inconscia collaborazione sociale, ma certamente ha una sua particolare presenza in importanti spazi della cultura. Certamente questo oscuramento della mente (e una enfatizzazione del razionale) era molto chiaro nella “ontologia regionale” dell’economia politica che, per lo più, si considerò come un sapere autosufficiente, privo di relazioni con l’insieme dei fattori che costituiscono le forme di vita, lo sviluppo, le trasformazioni, il costume e anche la crisi di una civiltà. Una misura adeguata è invece sempre parsa nel calcolo della riproduzione allargata del capitale (le cui crisi venivano considerate inevitabili, ma anche terapizzabili con manovre che dovevano necessariamente incidere sulla vita sociale) e, nello stesso tempo, in una idealizzazione del “progresso” che, con una forte onda ideologica, diventava un senso comune.
Non mancavano certamente fenomeni discordanti come la bohème o l’interesse per i paesi più prossimi alla natura più lontani dalle etichette eurocentriche. È poi del tutto ovvio ricordare che poesia, letteratura, arte e musica, in forme e stili differenti, ma tutte derivate da una loro valorizzazione delle possibilità dell’intelligenza, della sensibilità, dell’emotività antropiche messe in ombra dalla imponente concordanza sui temi del progresso: mostravano, in nuove forme di idealizzazione, il lato oscuro, banale, deprimente della concezione diffusa intorno al bene collettivo.
Tuttavia questa era una rinascita laica dell’anima (elitaria) non una conoscenza obiettiva degli effetti oggettivamente negativi che con il tempo e la conoscenza sarebbero emersi dall’intensificazione delle offerte di mercato per lo meno ai ceti abbienti. Questa, se mai, è una prova che il sapere scientifico, o per lo meno una parte di esso, non è affatto parallelo allo “sviluppo economico” e alle sue conseguenze. Se il contrario fosse stato vero, e gli uomini in generale favorevoli a questa verità, non ci troveremmo oggi in una situazione su cui il consumo del mondo può divenire inevitabile, non in assoluto, è ovvio, ma in relazione alle nostre condizioni di vita. Probabilmente non è una concezione sbagliata quella che afferma che non vi è stata mai un’attenzione corretta e relativa degli effetti negativi per la vita umana in generale, implicita nell’eduzione di determinate produzioni e quindi nella sollecitazione di certi consumi.


Non mi pare credibile che sia stato necessario rendersi conto che i pesci inglobavano nel loro organismo la plastica dei sacchetti gettati in mare come pagina collettiva, per prendere qualche marginale provvedimento. E non mi pare nemmeno credibile che mancasse del tutto l’intelligenza sociale per prevedere che il riscaldamento del pianeta avrebbe portato a conseguenze disastrose sul regime delle acque. Il fatto più grave è che anche quando la conoscenza era diventata pubblica, molti potenti non volevano né potevano mutare orientamenti. Tutti sanno che è stato investito un capitale con il suo profitto sulle energie rinnovabili. Ma l’estensione di questi provvedimenti non una incidenza di rilievo sul nostro bisogno di energia o, più in generale del “consumo nel mondo”. Andrebbe invece analizzato il consumo del mondo poiché esso è differente: un conto è l’uso dei fossili, un altro la questione dei liquidi, un altro ancora l’uccisione degli elefanti per l’avorio, un altro l’uso dei prodotti chimici nell’agricoltura: e si dovrebbero portare da parte dei competenti molti esempi che mostrano situazioni analoghe.
Tuttavia l’aver solo toccato questo tema induce ad una elementare ma importante conseguenza. È solo, purtroppo, una buona retorica di superficie quella che afferma la necessità di cambiare sistema di vita, se non si tiene presente che il problema passa direttamente da gran parte delle nostre condizioni di vita. Da tempo si sa che l’incremento del capitale ha condotto alla necessità dello spreco per accelerare la sua rotazione. Tuttavia oggi direi, e misuro con prudenza quello che sto dicendo. Ognuno di noi nelle forme dominanti della sua vita (che vengano esclusi i poveri è ovvio) nel suo consumo spreca di fatto molto più di quanto non sia necessario. Chiunque non sia un imbecille o in mala fede sa che il processo che va dalla produzione, alla distribuzione, al consumo, confeziona tramite la selezione favorevole delle merci e i prezzi, la figura (un poco ridicola) del consumatore.


Siamo l’ultimo anello di una catena di cui in generale non abbiamo nessun controllo, e tuttavia siamo i destinatari di un processo che tramite il nostro assenso può riprodursi. Detto molto semplicemente la formula “è necessaria un’altra modalità di esistenza, non parla a un Dio che può fare miracoli con la sua onnipotenza, si rivolge invece a noi stessi. E per essere onesti bisogna aggiungere un fatto fondamentale che sottrae queste osservazioni alla buona volontà e alla pubblica moralità. È quindi necessario ricordare che le altre forme (semplificando) di consumo del mondo nei vari processi che vi sono connessi, sono occasioni di lavoro per migliaia di persone che tramite il salario rientrano in una possibilità di esistenza nel mondo. Quali sarebbero le conseguenze se la parsimonia diventasse nella realtà sociale, quella virtù che appare nel mondo delle idee? Tenuto conto poi del fatto che il processo di informatizzazione dei processi produttivi sta trasformando il capitale variabile in capitale fisso. Detto in maniera diversa: non è che l’uomo costringe la sua essenziale finalità a una dipendenza della “macchina” (chi non ricorda le parole del vecchio Marx), ma piuttosto l’essere umano che deve diventare la parte operativamente cognitiva della macchina stessa. Quando si parla, anche giustamente, di lavoro, occorre tenere presenti queste prospettive che selezionano la forza lavoro in coerenza con la produzione informatizzata. Con quali problemi riguardo alla disoccupazione alla distribuzione delle ricchezze?
Probabilmente c’è più d’uno - me lo auguro - capace di dipanare questo groviglio di problemi che la forma di razionalità di cui dispongo non è in grado di controllare in una maniera soddisfacente. Come quando reclamavamo il lavoro (e il salario) per mettere a coltura latifondi abbandonati al minimo della loro produttività dall’inerzia e dal sufficiente reddito per i proprietari. Allora il tempo era declinato al futuro, e i nostri propositi onesti e “umanitari”.
Ora non dovremmo scivolare in una immaginaria ripetizione che è solo inconscia nostalgia. Dovremmo inventare produzioni e consumi che siano veramente utili per fermare il precipizio che ci attende, valutare le conseguenze sociali che sono sicure. Non dimenticare mai che il lavoro, i prodotti, i consumi sono ormai a un livello globale: l’Europa può riformare se stessa - non la sua civiltà - per tenere questi nuovi ritmi storici. Deve dimenticare il suo secolare eurocentrismo. E anche questa esperienza passa dal modo in cui noi possiamo esistere.