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mercoledì 8 aprile 2020

L’IMMAGINARIO DELL’EFFIMERO
di Franco Astengo



In un suo intervento pubblicato da “il Manifesto” nella rubrica “Rimediamo”, Vincenzo Vita si pone un interrogativo fondamentale nella prospettiva del “dopo-virus”. L’articolo riguarda la condizione materiale di chi opera nel settore dello spettacolo, della fruizione dell’arte e di tutto quanto è legato al nostro “immaginario dell’effimero”.
Attività bruscamente interrotte e che si prova a proseguire attraverso l’esposizione virtuale consentita dalle nuove tecnologie: si tratti di cinema, teatro, mostre e quant’altro richieda l’opera di figure decisive per l’industria della creatività. Figure che oggi si trovano abbandonate a loro stesse e che senza iniziative esterne di sostegno rischiano di sparire dal nostro panorama economico e di conseguenza culturale.
Non è questo però il punto che intendevo affrontare nell’occasione.
Vita, infatti, si domanda: “Vogliamo abituarci a fare a meno del cinema- cinema e dello spettacolo dal vivo?”. “Tra l’altro chi non ha la pay-tivù deve o dovrà accontentarsi dei fluviali palinsesti generalisti?”.
In questo modo sono così formulati due quesiti che si collocano ben oltre lo specifico cui sono rivolti.
Ci troviamo davanti alla grande incognita riguardante il come si modificheranno, necessariamente e/o volontariamente, gli stili di vita nel momento del passaggio da questa fase così inedita ad una successiva dai contorni ancora incerti.
Questo periodo segnato dall’isolamento e da quello è stato definito “distanziamento sociale” ha modificato non soltanto lo scorrere della nostra quotidianità ma ha anche colpito quella che era la scala dei valori di massa stabilita a suo tempo nell’egemonia della società affluente dei consumi individualistici.
Tutto lo scenario dellimmaginario dell’effimero ne è stato colpito: tutto ciò che si è situato all’interno e nei paraggi del perimetro definibile (anche a forza) come “culturale” e si è imposto come fatto di tendenza, resterà modificato.
Non vedremo soltanto il prodursi di una “prudenza delle abitudini” ma anche il ricollocarsi dei gusti, delle preferenze, delle opinioni.
Questo discorso potrebbe valere non soltanto per il cinema, il teatro, la musica, i diversi campi della sperimentazione artistica ma anche per l’industria della frequentazione di mostre (diventate nel frattempo colonna portante di un pezzo dell’industria turistica) o per l’industria dello sport iper professionistico, tutto televisivamente globale, scandito dai grandi appuntamenti.
L’interrogativo non potrebbe essere quello del quando riprenderà il campionato di calcio, la formula 1 o il motomondiale? Oppure se sarà ancora possibile organizzare l’Olimpiade nella logica del gigantismo che ha dominato quest’evento nel corso degli ultimi decenni? Oppure, sempre per restare ai giochi olimpici, si dovranno recuperare scenari del tipo di quelli visti nei filmati di Londra’48?
Nel suo articolo Vita pone anche il tema dell’industria editoriale e anche in questo caso l’interrogativo rimane: quanto rimarrà della super produzione che si è imposta in tempi di vorticoso mercantilismo imposto anche in questo settore attraverso la stretta connessione con il veicolo pubblicitario alimentato dall’industria televisiva, del web, dei social network?
Non affronto qui il tema della comunicazione e dell’informazione che ci porterebbe troppo lontano ma è chiaro che in questo discorso “tout se tient”.
Si tratta di rispondere a una domanda: il pubblico sarà ancora spasmodicamente interessato a questi eventi e a questo tipo di consumo?
Ancora: da dove arriveranno le risorse perché sia mantenuto il livello di spettacolarizzazione nel messaggio mediatico cui si era arrivati?
Molti invocano mutamenti epocali e si prevedono passaggi mai sperimentati prima sul piano economico; questioni concrete al riguardo delle quali c’è da chiedersi se sarà necessario spostare risorse in direzione di settori che come abbiamo imparato necessitano di disporre di assolute priorità d’intervento come la sanità.
Serviranno meccanismi di riequilibrio, si aprirà una fase di forte conflittualità sociale, serviranno nuove espressioni politiche e di intermediazione in un quadro che si prevede di impoverimento generale.
Come potremo trovarci all’altezza di disegnare il futuro senza una modifica profonda nelle abitudini, nelle opinioni, nei gusti anche in quel campo che un tempo sarebbe stato giudicato ai confini dell’artificiosamente ingigantito e reso apparentemente indispensabile dall’industria della pubblicità?
Non si dovrebbe forse pensare ad “asciugare” l’offerta e renderla più aderente all’insieme delle prospettive economiche e sociali che si presenteranno nel quadro di una modifica delle priorità?
Quale spostamento nelle scelte di vita dovrà avvenire tra il bruciare le risorse in modo egoistico nell’edonismo del consumo e l’esigenza di rafforzare gli strumenti degli interventi destinati al collettivo, in ispecie per corrispondere alle esigenze di recuperare elementi del welfare universalistico?
Quale tipo di operazione di redistribuzione economica ma anche culturale sarà necessaria? Quale distinzione dovremo essere capaci di cogliere per interpretare la reale creatività e distinguerla da quella imposta a forza dai maghi dell’illusionismo dell’apparire? Tanti interrogativi che racchiudono una sola incognita: quale tipo di società di massa emergerà nei prossimi anni dopo una tale sottrazione di futuro che ci sarà imposta dall’emergere della malattia come contraddizione principale?
Tutte domande alle quali dovrebbe rispondere la politica, ma anche a questo punto sorge ancora un dilemma: quale valore avrà la politica in una società ri-dimensionata come quella che si profila all’orizzonte?
I segnali non sono incoraggianti.