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mercoledì 15 aprile 2020

L’ORGANIZZAZIONE DELLA DEMOCRAZIA
di Franco Astengo


Sembra incrinarsi il muro di indifferenza verso la democrazia che ha caratterizzato questa fase di gestione dell’emergenza nel corso della quale si è disposto della condizione di vita dei cittadini in una costante condizione di eccezionalità posta ai limiti del dettato costituzionale , cercando di mettere da parte il ruolo del Parlamento e l’esercizio di una seria dialettica politica perché parte di essa non può certo essere considerata quanto espresso da un populismo di destra il cui modello è quello delle cosiddette “democrazie illiberali”. Da qualche parte, per fortuna, stanno ricominciando ad emergere argomentazioni tese a richiedere, pur nei tempi inediti che stiamo vivendo, un rapido ritorno all’esercizio costituzionale.
Un esempio in questa direzione è stato rappresentato dall’articolo di Michele Ainis “Democrazia sospesa” apparso su “la Repubblica” del 12 aprile.
Nell’occasione l’autore fa presente come non sia possibile procrastinare “sine die” le scadenze elettorali già rinviate dal Governo: referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei componenti la Camera e il Senato, elezione del Presidente e dei Consigli in 7 regioni, elezione dei Sindaci e dei Consigli in oltre 1000 comuni, fra i quali 18 capoluoghi di provincia.
Ainis ricorda come lo stesso Consiglio d’Europa abbia chiesto “un limite temporale chiaramente definito” allo stato d’emergenza, cita Machiavelli a proposito della “Repubblica ordinata” e avanza una serie di proposte al riguardo delle modalità concrete con le quali affrontare in questa fase un eventuale turno elettorale: “distanziamento sociale” tra elettrici ed elettori sul modello delle code al supermercato, raddoppio nel numero dei seggi elettorali (a suo tempo ridotti con una sciagurata decisione prevista dalle Leggi Bassanini) con riduzione nel numero dei componenti del seggio e conclude “Se la sospensione della democrazia dura troppo a lungo, rischiamo di farci l’abitudine”.
Sottoscritta questa affermazione di Ainis e sollecitando quanti hanno ancora a cuore le sorti della democrazia a farsi vivi su questo argomento (primo fra tutti il Comitato per la Democrazia Costituzionale) è il caso di affrontare, sia pure per sommi capi, la parte mancante dall’articolo fin qui citato.
La domanda è questa: come si può sviluppare il confronto politico in questa situazione? In sostanza come potrebbe essere possibile sviluppare la campagna elettorale? È evidente che le modalità “classiche” di svolgimento della competizione non potranno essere seguite: comizi e assemblee sono, almeno a prima vista, impossibili da gestire attraverso il meccanismo di distanziamento sociale.


Così come appare molto difficile utilizzare i “flash-mob” magari eseguiti da una sola persona oppure da più persone opportunamente distanziate. Risulterebbe difficile anche la semplice distribuzione di volantini, salvo accatastarli su banchetti sorvegliati a distanza dove i cittadini di passaggio potrebbero ritirarli. Considerato però che di cittadini di passaggio, anche nel corso di una eventuale fase 2, in giro dovrebbero essercene pochi.
Non resta altro che l’utilizzo del web e della televisione (televisione che comunque ormai da moliti anni rappresenta lo strumento principe delle campagne elettorali).
I social sono sedi aperte e quindi utilizzabili sulla base della volontà dei singoli e dei gruppi che li gestiscono: esiste però il problema delle fake news e quant’altro. Il rischio è quello di una rissa continua che lascerebbe poco spazio per gli eventuali fruitori per comprendere gli argomenti in discussione e farsi un’opinione.
La Tivù avrebbe bisogno di due elementi: una rigida “par condicio” da estendere a tutto il palinsesto (non facile trovare un comitato di garanti all’altezza, per prestigio e capacità, di sorvegliare la situazione) e una diffusione di presenza capillare da parte dei candidati anche al livello delle elezioni comunali, quindi con trasmissioni ad hoc su tutto il territorio nazionale. Inoltre i social, se si intende utilizzarli anche al fine di aggregare gruppi omogenei di discussione e intervento, non pare possano completamente corrispondere alle esigenze complesse di una campagna elettorale. Come si vede siamo di fronte a una serie di questioni di non immediata risolvibilità proprio sotto l’aspetto organizzativo.
Di questi tempi, insomma, l’esercizio compiuto del confronto democratico risulterà comunque molto difficile.
Però non bisogna rinunciare a cercare strade nuove e strumenti adeguati attraverso cui riuscire ad alimentare il confronto, organizzare il consenso attorno alle idee, determinare ancora una prospettiva democratica di rispetto costituzionale per l’esercizio della funzione di governo e di espressione politica sia al centro come in periferia.