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mercoledì 2 settembre 2020

Libri
UNA PROROMPENTE VERGOGNA
di Gabriele Scaramuzza


Osservo è la parola con cui si apre “Notturno”, che fa da premessa al libro; articolato poi in quattro capitoli e in poche pagine conclusive “Risvegli”). Osservo può esser presa come una delle parole-chiave del libro: il bimbo (Matteo) osserva il nonno, il nonno trascrive in un taccuino le proprie osservazioni sul bambino, che potrà leggerle solo più tardi. Il taccuino del nonno occupa l’intero primo capitolo, dal titolo suggestivo “La pedagogia delle piccole cose”. Presto, e tanto più fattosi adolescente, Matteo a sua volta osserva, e in un momento cruciale della vicenda annota di sé: “Continuavo a guardarli con gli occhi di un osservatore estraneo”. Osserva, fino a che l’osservazione sfocia nella volontà di scrivere questo libro. Che è una narrazione, ha un inizio promettente e una fine raccapricciante, trascorre tra personaggi ed eventi divaricati eppure uniti nel loro incontro - e trascina nella lettura.
Realtà diverse eppure unite da una patina che si stende su tutto. Patina: un tono che pervade lo scritto, e a modo suo risponde a interrogativi cui la lettura costringe: perché una storia, perché questa storia; perché raccontarla. Sono domande che sempre ogni lettura mi pone. Dalla risposta, più spesso implicita che esplicita, dipende la voglia di continuare, o la decisione di smettere.
Incentivo alla lettura è la voglia di conoscere meglio l’autore, che in parte conferma quanto già intuito in lui; e l’ipotesi è che non poco di lui traspaia dalla figura di Matteo, protagonista-narratore. Ma soprattutto prendono temi, tanti, in cui ci si riconosce, tanto più i toni che intridono la scrittura, e aiutano a penetrare - psicologicamente, sociologicamente - ambienti e persone; e a parlarne. “Patina” è (genericamente, certo) un tono “utopico” (non utopistico): qualità umane in cui mi identifico, e in ogni buona lettura (o visione, o ascolto) che “mi prende” traspaiono. Dove non è mai questione di qualità letterarie, di valori estetico-artistici soltanto; ma - attraverso ed entro di essi - esistenziali.   
Osservo, si è detto. “Ma non mi limito a osservare. Sollecito il lavoro dell’immaginazione” (leggiamo in “Risvegli”), alimentata però da frammenti di realtà tenuti vivi nella memoria. Nell’immaginario si profilano i tratti incerti e sfuggenti di volti “che chiedono di continuare a vivere grazie alla scrittura, prima, e allo sguardo di chi legge, dopo”. È difficile separare “mondo narrato e mondo vissuto”: “lampi del ricordo”, vissuti, sempre irrompono anche nella scrittura più serrata su di sé. Fantasia e realtà, e anche osservazione e fantasia, si intrecciano più di quanto si pensi.
“Se si raccontano storie è anche perché un giorno, richiudendo un libro, il lettore possa dire: qualcuno è passato di qui e ha lasciato una traccia” in grado di “sollecitare la memoria nel corso degli anni”. Ma sappiamo che il sempre che auspichiamo è un nostro limitato sempre. Il libro si conclude con parole: “Il tempo è il respiro lungo dell’universo: un soffio gelido in cui si dissolvono le storie che viviamo e quelle che ci ostiniamo a scrivere”. Ben detto, e quanto mai “vero”.
L’osservare non si estingue nella fantasia: indica un aggancio con la “realtà” che si mantiene, ineliminabile. Così la “patina” reca tracce dell’autore così come l’ho conosciuto. Anche in questo Io e Mr Parky - quanto a tracce di realtà che vi si rapprendono, conoscitività, biografismo persino direi - non è così lontano da questi Sentimenti di prorompente vergogna. Se il primo è un dialogo con la propria malattia, un modo di farvi fronte e di rispondervi, anche il secondo è un modo di confrontarsi con realtà anche solo indirettamente incombenti nella propria storia.    
Termine chiave è poi vergogna, nelle varie tonalità in cui si presenta; nella copertina è accompagnato dal termine “prorompente”. Con esso il titolo assume un andamento ossimorico: la lenta macerazione della vergogna, il suo esitante insinuarsi, mal tollera impeti e subitaneità. La spiegazione che mi aspettavo dall’ultimo omonimo paragrafo del primo capitolo è in realtà limitata al caso del signor Gino, alla sua vergogna “allo stato puro”, che dà luogo a riflessioni imprescindibili; ma lascia in ombra la ricchezza di sensi e di occorrenze con cui la vergogna emerge dal libro.
Proseguendo in questa sommaria disanima della vergogna, c’è la vergogna che si prova per qualcosa che si è fatto e si vive come imperdonabile: è il caso del signor Gino, o di Stefano che agisce verso Robertino in un modo di cui si vergogna (e non è consueto farlo); modo che genera uno screzio, cui l’ascolto della musica pone rimedio. Si dà poi la vergogna “per quel che dicono gli altri”, o per la propria immagine nello specchio, vista con sguardi altrui. Sguardi che (leggiamo in seguito) “sentiva bruciare sulla propria pelle, perché gli occhi degli altri, si sa, sono strumenti infernali per generare vergogna”.  
Vergogna è anche quella temuta dal nonno, legata al suo forte senso del pudore: vorrebbe “morire senza provare vergogna”; sente vergogna per la propria immagine di malato, morente, privato di quella “dignità” cui al massimo tiene. In altro contesto troviamo “convivere con la vergogna”; esortazione, forse, sulla bocca del nonno. Incontriamo la vergogna che si prova per gli altri, per il loro modo di vivere di cui non siamo responsabili ma che ci coinvolge: così la vergogna di Claudio, che si vive in netta contraddizione col mondo dei suoi: “Claudio voleva evitare che entrassi in contatto con i suoi genitori perché si vergognava di loro!”. E a questa sua vergogna si associava un senso di colpa: “aveva perennemente la percezione di essere in debito con gli altri, come se dovesse farsi perdonare di essere al mondo. Di qui la sua naturale ritrosia, il timore di arrecare disturbo, gli improvvisi rossori se gli rivolgevano inaspettatamente la parola. Ma anche la sua grande generosità”. Claudio è una figura centrale, la più esemplare anche in ordine al titolo del libro, incarna in modo accentuato il destino di un’intera dimensione della sensibilità e della cultura destinata a soccombere in un mondo che a torto speravamo di esserci lasciati alle spalle; ma che in forme diverse tuttora è in agguato. La vergogna come riflesso della vergogna che altri provano per nostri modi di essere da loro fortemente avversati, e che li espongono a recriminazioni altrui, dannose per i propri affari, per la propria reputazione. Fino alla vergogna che l’autore sembra mettere in primo piano, o che forse tutte le riassume: “la vergogna è un sentimento che spesso grazia i colpevoli mentre punisce gli innocenti”. “Spesso” tuttavia, non sempre: non si deve dimenticare la vergogna come atto d’accusa verso chi magari non la prova, ma che lo condanna agli occhi di chi l’avverte scoprendo le sue colpe – come i soldati russi che scoprono Auschwitz.
Ci sono i luoghi della vergogna: il convitto di Robertino, tratti di vita della pur lungimirante e generosa signora Gisella - figura a suo modo luminosa, accanto a quella del nonno, per capacità di penetrazione e per inusitata larghezza di vedute. Il corridoio buio del liceo, teatro di atti vergognosi; le scale in cui si incontra vergognoso il signor Gino, la macelleria dei genitori di Claudio in cui la vergogna esplode nelle sue conseguenze più brutali. 
Altra parola-chiave è “morte”. Appare soprattutto, è vero, nelle pagine in cui il nipote narra della morte del nonno. Controfigura dell’autore mentre scrive? In piccola parte direi: in senso proprio (autobiografico forse) lo è il nipote, che conduce la narrazione e ricorda la sua storia, spalmata in lunghi anni, in cui centrale è la figura del nonno: alla trascrizione di un suo taccuino è affidata la prima presentazione del nipote-protagonista. Ma c’è la morte dei vecchi abbandonati in un ospizio, degli animali macellati che Claudio osserva in quello che chiama “perimetro della morte annunciata”. 
A essa si collega la “nostalgia del futuro” (è il titolo del secondo paragrafo del primo capitolo), tra i temi più originali e coinvolgenti del libro; richiama per converso la benjaminiana “speranza al passato”. È rimpianto per ciò che non si vivrà, e riguarda prima che altro “il destino delle cose che continueranno a esistere dopo che avremo lasciato questo mondo”. Condivisibile al massimo per me è considerare la morte più che nella prospettiva, scontata, del sopravvivere di persone care, delle domande sulla modalità del loro e nostro destino, della loro scomparsa; e dell’eventuale continuarsi di una famiglia. Più che in questo dunque, nella incalcolabile, spettrale sopravvivenza delle cose che ci circondano, in nostra assenza, sottratte al nostro sguardo.  
Ma termine-chiave infine è, sempre nella mia ottica, “lettura” in sue modalità varie, che a poco a poco prende piede in Matteo, sulla scia di suoi due precoci compagni: Robertino (per cui i libri rappresentano tutto quanto non ha ricevuto dalla vita, come confessa) e Stefano; a questi si aggiunge poi Claudio. Il mondo della cultura si arricchisce con la musica, simbolizzata “dal suono struggente del sassofono”, personificata da Elena, dalle sue mani che scorrono sulla tastiera: un mondo di sensibilità e di valori in cui si riconosce Claudio e che, violentemente avversato, provocherà il suo suicidio. 
I termini considerati sono cifra delle meditazioni “esistenziali” che percorrono il libro, per lo più in modo velato. Esplicitamente: “La vita, quella che viviamo quotidianamente, è stordimento, è, nella sua essenza, pensare ad altro: un’arte che ciascuno di noi coltiva per esorcizzare l’idea della morte”.

Andrea Bonomi
Sentimenti di prorompente vergogna
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