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venerdì 4 settembre 2020

UNA GRAVE PERDITA
di Vittoria Orlandi Balzari

Philippe Daverio


Philippe Daverio o dell'arte della divulgazione

La prematura scomparsa di Philippe Daverio a soli 71 anni ha colpito tutti, soprattutto i semplici cittadini che conoscevano le sue trasmissioni, in particolare Passepartout.
Come sempre, quando muore qualche volto noto, tutti i colleghi si dichiarano amici ed estimatori, anche chi in vita lo aveva criticato per non essere stato uno storico dell'arte, accademicamente parlando, a tutti gli effetti.
Al di là di ormai inutili polemiche, l'innegabile valore di Daverio è stata la sua capacità comunicativa di rendere fruibile ed accattivante la storia dell'arte anche e soprattutto agli appassionati non esperti, accendendo in loro la curiosità e l'interesse per ciò che veniva detto (e, ammettiamolo, con molta invidia da parte di noi studiosi puri che vorremmo avere le sue doti, la sua ars eloquentiae, da tenere avvinto l'ascoltatore).
Anche Sgarbi, direte voi. Certo, ma si tratta di due dimensioni diverse, seppur perfettamente compatibili. Da un lato abbiamo il critico d'arte che, dopo osservazioni dirette e comparazioni scientifiche, spiega al pubblico le caratteristiche di un'opera e del suo artefice, disvelando in modo diretto l'apice di un lavoro di ricerca pregresso e complesso, come il rilucente brillante di un bellissimo solitario, prodotto finito di un lungo lavoro dal diamante grezzo all'incastonatura.
Daverio invece, oltre alla dialettica fluida e colloquiale, non parlava di un'opera d'arte ma della storia di quell'opera, facendo anche digressioni e balzi temporali che non fuorviavano ma anzi mantenevano alta la suspance dello spettatore, come nei migliori romanzi gialli. Forse questo approccio innovativo, cioè trattare la storia dell'arte come una caccia al tesoro, un enigma alla Sherlock Holmes, una indagine alla Monsieur Poirot o Maigret è stata la sua carta vincente.


Philippe Daverio

In realtà, al di là della struttura stessa della puntata, frutto di un perfetto gioco di squadra tra esperti del mondo televisivo (penso alla regia, alla fotografia, ai montatori ecc.), Daverio partiva da un approccio che sicuramente conosceva e metteva in pratica: la storia sociale dell'arte di Arnold Hauser. Secondo il filosofo ungherese, un'opera d'arte o un artista o uno periodo stilistico non sono svincolati dal contesto in cui gli artefici hanno vissuto e operato, contraddicendo le teorie romantiche dell'artista-genio, espressione di rarità e individualità assolute e innegabili, a volte palesi (Leonardo da Vinci) a volte incomprese dai contemporanei (Vincent van Gogh). Ecco, Daverio spiegava come la genialità del singolo non era avulsa dalla propria esperienza umana, dalla società in cui era vissuto o operava, dagli incontri più o meno fortunati di committenti e mecenati. Questo approccio, come dicevo, costruito con la tecnica cinematografica dei continui cambi di scena, permetteva al pubblico di Passepartout di comprendere non solo l'opera d'arte e il suo realizzatore ma viaggiare nel tempo e conoscere molti personaggi che ruotavano attorno al soggetto, i luoghi e le situazioni particolari del periodo storico, rendendo l'artista, pur nella sua personalità unica, più umano e vicino a noi.
Non entrerò nel merito della lunga serie di libri pubblicati, perché più vicini, per l'uso della pagina scritta, ad altri scrittori con intenti divulgativi e nemmeno alle conferenze o interventi pubblici, inclini ad una chiacchierata tra amanti dell'arte.
E ora, si chiedono i suoi spettatori orfani, chi ci spiegherà l'arte tenendoci incollati allo schermo come faceva lui? Nessuno ovvio, perché rifare il format vincente è sempre rischioso e ripetitivo. Inoltre la vera sfida del momento non è affascinare chi è ha già degli interessi culturali, ma ispirarli in chi non li ha o pensa di non averli, in particolare i millenials e i giovani che non frequentano il mezzo televisivo e aborriscono la lettura, concentrati solo su sé stessi e catturati solo dal loro smartphone.