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martedì 17 novembre 2020

COMPETENZA E DECISIONE


Marco Vitale

Questa lettera che Marco Vitale ha inviato a Rosario Amodeo il 15 novembre scorso, solleva molte importanti questioni, e sarebbe stato un peccato lasciarla confinata in un ambito privato. “Odissea” ha deciso di pubblicarla perché può diventare punto di partenza di un dibattito più ricco e articolato, vista l’urgenza e l’attualità della materia. 
 
Brescia, 15 novembre 2020
 
Egr. Dott. Ing.
Rosario Amodeo
 
Caro Rosario,
scusami se non ho risposto subito alla Tua domanda su cosa penso dell’articolo di Galli della Loggia del 12 novembre, sul Corriere della Sera, intitolato: “I localismi frenano le scelte”. Ero molto assorbito dalla chiusura del mio libro. Ora esso, comprese tutte le Tue ultime correzioni, è stato consegnato allo stampatore e, in un certo senso, non è più mio.
Oggi è domenica, sono tranquillo, e mi fa piacere rispondere perché mi induce nuovamente a riflettere su un tema centrale. L’articolo di Galli della Loggia fa un quadro realistico dello stato confusionale in cui si trova il nostro sistema delle autonomie locali. Così è e non è confutabile. È una buona cronaca. Ma è un articolo privo di spessore storico, culturale e prospettico. E il titolo è semplicemente idiota e pericoloso. Non vi è dubbio che sotto Mussolini, Hitler, Stalin ma anche sotto l’attuale regime cinese, i localismi non frenano le scelte e non ritardano le decisioni. Ma manca qui possibilità di discutere se le decisioni sono giuste o sbagliate (che è il vero tema) e se sono sbagliate non c’è nessuna possibilità di opporsi alla loro realizzazione, pena la vita o le dure repressioni che, anche recentemente, abbiamo visto a Hong Kong.
In Svizzera, invece, paese efficiente e dove non si perde tempo, ma pratico e federalista, la gente può esprimere la sua decisione (che non è sempre giusta, ma è la sua decisione!) con i referendum. E credo che nessuno svizzero prenderebbe sul serio l’argomento che i referendum fanno perdere tempo. La democrazia fa sempre e comunque perdere tempo, dall’epoca di Pericle che, nonostante il suo enorme prestigio e la sua forte leadership, doveva sempre discutere in piazza le decisioni più importanti, sino a Trump che, se non avesse trovato dei forti antidoti nel sistema americano (che, per fortuna, gli ha “frenato tante scelte”) chissà dove ci avrebbe portato.
Il tema è, dunque, diverso: come prendere delle decisioni possibilmente giuste in tempi ragionevoli. E la risposta non è centralismo sì, o centralismo no, ma qualità e competenza del decisore. Non vorrei che ci dimenticassimo che i nostri centralisti, nei primi mesi dell’anno (gennaio, febbraio, quasi tutto marzo), hanno inanellato una serie di sciocchezze incredibili. E questo vale sia per i politici responsabili che per gli scienziati o presunti tali. Chi, ad un certo punto, ha preso degli indirizzi corretti, che poi sono stati imitati dai centralisti, sono state due regioni, il Veneto e l’Emilia Romagna, con i rispettivi presidenti, competenti, responsabili e ben consigliati da studiosi non di regime. Soprattutto Zaia, con l’Università di Padova e con Crisanti ha indicato la via. Per contro se i vertici della Lombardia non avessero, ad un certo punto, molto tardivamente, trovato dei contrasti da parte dei poteri centrali e dall’esempio delle regioni virtuose, a Milano bisognava riaprire il Lazzaretto. È incredibile ed è riprova della nostra tremenda debolezza politica e istituzionale che i vertici della Regione Lombardia, il presidente Fontana e l’assessore alla Sanità Gallera, siano ancora all’opera dopo tutte le terribili e pericolose idiozie che hanno fatto e che continuano a fare. Eppure la nostra Costituzione, pur dopo lo sbracamento che la sinistra ha fatto dell’art. 117 della Costituzione, conserva in vigore il secondo comma dell’art.120 che stabilisce: “Il Governo può sostituirsi a organi della Regione, delle Città Metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di un pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica” e conserva in vigore il principio che “lo Stato ha competenza legislativa esclusiva in materia di profilassi internazionale”. Non vi è dubbio, a mio giudizio, che in Lombardia esistano gli estremi per applicare l’art. 120 e commissariare la conduzione della sanità. Se non è stato fatto non è perché manchi la norma ma perché mancano gli uomini responsabili, competenti e coraggiosi. Pensiamo alla tragedia se vivessimo in un Paese totalmente centralista, senza l’art. 117 della Costituzione, e con un presidente del Consiglio come Salvini (che, non dimentichiamolo, è stato lì lì per diventarlo).
Dunque, può essere fuorviante interpretare la tragedia del Coronavirus in chiave prevalentemente di centralismo o non centralismo. Invece è giusto prendere atto che il Coronavirus ha messo in evidenza che “Il sistema italiano delle autonomie locali è da riformare alla radice”, come scrivevo il 2 marzo 2020 nell’Ammaestramento N. 1 del Coronavirus (pag. 43 di Al di là del Tunnel). Allora scrivevo: “Il test è inequivocabile: il Coronavirus ha svelato quello che già molti sapevano. L’attuale sistema delle autonomie locali, con lo svuotamento del ruolo dei Comuni ed il continuo ed esagerato rafforzamento delle autonomie regionali è inaccettabile. Se e quando avremo realizzato questo obiettivo, saremo già pronti per affrontare il prossimo Coronavirus”. Ma il Coronavirus ha anche posto in evidenza che il sistema sanitario italiano va ripensato profondamente perché è da almeno 30 anni che è diventato pascolo delle partitocrazie con strumenti che vanno dalla violenza armata alle tangenti formigoniane. Ed i due temi sono strettamente connessi perché se si inquadra più seriamente la gestione e le nomine della sanità e si tagliano le unghie ai capoccia dei partiti, allora anche il sistema delle autonomie locali, automaticamente, troverà un nuovo più accettabile equilibrio.
Ma perché le persone influenti come Galli della Loggia non parlano di questi temi, che sono quelli veri e fondamentali, invece di fare i, pur brillanti, cronisti dell’esistente? E perché di questi temi quasi nessuno, in politica, ne parla, né quelli che sono al governo né quelli che sono all’opposizione? C’è qualche voce isolata e poco influente che dice: eliminano le Regioni. È la mia linea di sempre, da municipalista cattaneano e sturziano: eliminiamo le Regioni, rafforziamo i Municipi (come si chiamavano i Comuni), lasciamo le Province per il coordinamento di certe funzioni comuni e stimoliamo i consorzi di Comuni per aggregare certi servizi. Ma è proprio grazie al Coronavirus che ho recentemente cambiato idea. Le Regioni ci sono e non ci resta che tenercele anche perché proprio con il Coronavirus, almeno alcune di esse, hanno conquistato, per la prima volta, il loro diritto di esistere comportandosi in modo molto utile. Senza alcune Regioni come Veneto, Emilia, Toscana e, forse, Puglia e qualche altra minore, il bilancio nazionale sarebbe stato peggiore.
Ma bisogna correggere alcune cose importanti e, dunque, correggere l’art. 117 della Costituzione senza pretendere né di eliminarlo né di riformarlo radicalmente.
La cosa più importante è riformare il rapporto tra le Regioni e le grandi città che non possono essere così subordinate alle prime. Qui si apre il discorso del fallimento delle città metropolitane, che apre un altro complesso capitolo. Io penso però che dire: cancelliamo le Regioni è, oggi, una via impercorribile e dunque velleitaria. Invece chiamando a raccolta le forze civili perché pretendano un diverso equilibrio tra grandi Comuni e Regioni e, nella Sanità, tra Stato e Regioni e Comuni può essere non solo una prospettiva giusta ma anche una prospettiva non del tutto impercorribile. E, forse, una prospettiva perfino capace di attrarre l’attenzione di qualche politico.
Cari saluti,
Marco Vitale