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lunedì 14 dicembre 2020

DUE LAPIDI E UNA SOLA CITTÀ
di Angelo Gaccione
 

 

Why two identical tombstones here?” Le stavo fotografando entrambe le lapidi con il telefonino, e la domanda poteva suonare legittima. Ma si trattava di una coppia di stranieri, e l’inglese non è la mia lingua. Sarebbe stato molto difficile impelagarmi in una spiegazione esaustiva su una delle pagine più sanguinose e buie della storia recente di Milano e dell’intera Nazione. Come spiegare a degli stranieri, e in poco tempo, l’infame strage del dicembre del 1969 in Piazza Fontana, proprio in quella banca dietro alle nostre spalle, e le trame per assassinare la nostra precaria, giovane democrazia? Mentendo ho risposto: “I don't' know”, e mi sono cavato d’impiccio. Già, perché due lapidi identiche una accanto all’altra e nel medesimo luogo? Quella domanda ha cominciato a frullarmi nella testa: chissà se in tutti questi anni se la sono fatta anche i milanesi attraversando la piazza, mi sono domandato anch’io. Due lapidi per una sola città, per un solo tragico sanguinoso evento. Non poteva bastarne una? Quella che porta la firma degli Studenti e dei Democratici milanesi e che, collocata nell’aiola quasi subito dopo i fatti, non lascia dubbi di sorta. E annovera Pinelli nel conteggio complessivo delle vittime: la diciottesima. “Ucciso innocente nei locali della Questura il 15 dicembre”, dice la scritta. Anni più tardi ne è stata sistemata una seconda quasi attaccata all’altra, e porta impresso lo stemma del Comune della città. “Innocente morto tragicamente nei locali della Questura”, recita la dicitura. In entrambe compare l’aggettivo innocente; in quella dell’Amministrazione Comunale c’è un rafforzativo dovuto all’avverbio tragicamente, che rende ancora più perturbante e sgomento colui che si ferma a leggere lo scritto. Se un uomo è innocente perché muore tragicamente dentro una Questura? E che ci faceva un innocente dentro una Questura? Possibile che gli estensori del testo di questa seconda lapide non si siano resi conto che usando un aggettivo e un avverbio così perentori avrebbero suscitato nei lettori molti più interrogativi di quelli contenuti nella formula linguistica della prima? Questioni di pura semantica per letterati come me fissati sul significato delle parole e il loro peso? La prima lapide di dubbi e di interrogativi non ne suscita nessuno, la seconda ne suscita troppi. E allora la voglia di chiedere, di fare domande, diventa pressante. Come la legittima curiosità della coppia di stranieri:
Why two identical tombstones here?” 
“I’m sorry, è un po’ complicato: si tratta di semantica”.