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venerdì 29 gennaio 2021

LA POLITICA CON GLI STRUMENTI
di Nicola Labanca*

 
Nicola Labanca

Il 13 gennaio scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che riporta obiettivi, riforme e investimenti che l’Italia intende realizzare con i fondi europei dell’iniziativa Next Generation EU. L’ammontare di denaro messo a disposizione per realizzare le sei missioni che l’Italia si è data in materia di innovazione, digitalizzazione, competitività, cultura, transizione energetica, infrastrutture per la mobilità, istruzione e ricerca, inclusione sociale e salute è senza precedenti.
Il piano conferma un approccio all’innovazione tecnologica comune a tutti i sistemi politici occidentali, per lo più esclusivamente concentrati nella promozione di nuove tecnologie attraverso diverse forme di incentivazione e supporto economico alle associate attività di ricerca e sviluppo, produzione e commercializzazione. In questi processi, sviluppo, diffusione e impatto di nuove tecnologie vengono generalmente considerati come prefigurabili ab origine e indipendenti dai contesti in cui si realizzano. Le reali potenzialità delle azioni di supporto così intraprese e i loro rapporti con le persone, la storia e la cultura dei luoghi coinvolti diventano in questo modo i grandi assenti del dibattito politico.
Una tale assenza è così macroscopica da indurre a pensare che alla sua base vi sia un rimosso di natura culturale. Credo valga la pena riflettere su come essa possa essere ricondotta a un particolare modo di intendere la strumentalità, che le moderne democrazie hanno con molta probabilità ereditato dal cristianesimo [1] e che influenza sia il modo di intendere la tecnologia, sia, più in generale, il modo di fare politica.      
La politica occidentale è infatti idealmente basata sull’assunto che le collettività dei cittadini possano esprimere una volontà comune ed esercitare questa volontà attraverso adeguati strumenti di governo. Questa visione prende concretamente forma a partire dall’idea che gli strumenti siano entità neutre attraverso cui una volontà generale può divenire effettuale. L’efficacia dell’azione è assunta derivare dal particolare modo in cui gli strumenti di governo sarebbero in grado di consentire di esprimere e trasmettere il volere di chi li usa, senza interferenze. Tale assunta proprietà connota in maniera fondamentale l’attuale idea di potere, rappresenta il presupposto per la definizione delle procedure attraverso cui la volontà collettiva si definisce e opera nei diversi sistemi politici, e viene in generale ancora oggi riferita a ogni tipo di strumento tecnologico. Supponendo che esistano strumenti in grado di realizzare gli scopi di chi opera senza alterarli, si immagina possa esistere e costituirsi una volontà individuale o collettiva in grado di controllare perfettamente gli effetti delle proprie azioni e, ancora più in generale, si immagina che teoria e pratica, pensiero e azione possano rappresentare due momenti distinti e separabili dell’esistenza.



Questa generale idea di strumentalità, operante nei sistemi politici e nell’imaginario culturale della modernità, può forse spiegare la presenza di un rimosso di ampissima portata. Solo una fede indiscussa nell’idea che gli strumenti tecnologici operino sotto il totale controllo di chi questi strumenti impiega e concepisce può probabilmente giustificare l’ampiezza dell’attuale carenza di filtri sulle interazioni che possono generarsi tra nuove tecnologie e società. Solo l’idea della possibilità di una volontà che pre-esiste alle sue azioni e che agisce infallibilmente creando strumenti che trasmettono fedelmente le sue intenzioni può probabilmente giustificare l’attuale scarsa attenzione per le modalità attraverso cui le nuove tecnologie possono entrare nella vita di moltitudini di persone. 
Esistono tuttavia chiare evidenze per cui questo tipo di visione può essere oggi messo in discussione, e questa messa in discussione potrebbe portare a una nuova idea di politica, ancora tutta da scoprire e inventare.
Gli strumenti non sono mai neutri o neutrali. La loro diffusione, soprattutto se su larga scala, non può generalmente essere tenuta sotta controllo e comporta dei cambiamenti nelle relazioni sociali che devono essere trattati e studiati come se gli strumenti fossero portatori di una volontà propria, non riducibile a quella di chi li usa o li concepisce. La diffusione su larga scala di automobili ha comportato una totale riorganizzazione delle società occidentali durante il secolo scorso. Per quanto entità non umane, le automobili sono quindi state e ancora sono degli attori politici nei nostri paesi. La diffusione di elettrodomestici è stata accompagnata dalla generazione di nuove pratiche sociali riguardanti la preparazione, la conservazione e il consumo di alimenti, l’igiene e la pulizia della casa, degli abiti, ecc. Biciclette, motori elettrici e a combustione, calcolatori elettronici, internet, ecc. hanno cambiato o stanno cambiando i nostri stili di vita e contribuiscono quindi a fare politica.
Basta guardare alle molteplici negoziazioni che hanno luogo tra persone e nuove tecnologie per comprendere come, attraverso questo tipo di negoziazioni, si svolga un genere più ampio di politica che non è fatto soltanto da persone. Come Bruno Latour ha fatto rilevare da un certo numero di anni [2] gli artefatti umani sono portatori, nella loro forma e nei lori principi di funzionamento, di una serie di intenzioni e persino di una morale che possono essere più o meno decifrabili, più o meno espliciti e più o meno riferibili a volontà di specifiche persone o gruppi di persone.



L’impiego diffuso della rete informatica per la realizzazione di forme di politica partecipata cambia la democrazia [3].
L’installazione su larga scala di grandi pale eoliche da 5 MW porta con sé una certa organizzazione della produzione e del consumo che implica la presenza di grandi proprietari distributori di elettricità. L’installazione di piccole pale da 50-100 KW può invece essere realizzata a livello di singole o piccoli gruppi di abitazioni, può avvenire a spese degli utilizzatori dell’elettricità che esse generano e risultare quindi in linea di principio più equa, partecipata e confacente ai luoghi interessati.
Come osservato da un esperimento immaginario condotto dal Massachusset Institute of Technology (MIT) [4], la guida automatica porta con sé possibili scenari di sviluppo in base ai quali un software installato sulle automobili potrebbe, in caso di guasto e conseguente inevitabile collisione con un gruppo di pedoni, portare a selezionare il pedone su cui dirigere l’auto in base a qualche principio morale o di convenienza prestabilito dai programmatori.
Persino i piccoli dossi artificiali installati dalle pubbliche amministrazioni per limitare la velocità degli autoveicoli contribuiscono a mettere in atto una certa forma di morale che, in quanto punisce l’infrazione di un limite di velocità con il danneggiamento dell’auto, risulta nella fattispecie violenta e intimidatoria. 
In generale, le dinamiche di interazione che si realizzano tra persone e strumenti tecnologici, sia al momento del loro concepimento, sia al momento del loro impiego, comportano sempre dei processi, più o meno prevedibili, di mutuo adattamento che possono modificare sia la forma delle interazioni sociali, sia la forma, sia il livello di diffusione degli strumenti stessi [5]. Queste negoziazioni sono a tutti gli effetti delle negoziazioni politiche che portano alla generazione e progressiva stabilizzazione di nuove pratiche sociali di cui gli strumenti tecnologici sono parte attiva e integrante. Le nuove tecnologie, certo, non determinano da sole l’evoluzione delle pratiche sociali di cui entrano a far parte. A questa contribuiscono in egual misura competenze, significati e valori simbolici che, insieme con gli strumenti, queste pratiche costituiscono [6].
Se, tuttavia, si prendesse atto del ruolo attivo svolto dagli strumenti e della possibilità tutt’altro che remota che i processi di innovazione attraverso essi generati possano sfuggire al controllo sociale, si potrebbe forse pensare a come sviluppare una discussione politica intorno alle loro modalità di concepimento e di utilizzo. Al momento sembra infatti che i processi di innovazione tecnologica su larga scala possano essere soltanto accettati o rifiutati in toto. Quando si pensa ad esempio alla progressiva informatizzazione dei servizi nella pubblica amministrazione, approcci temperati per cui si possa mantenere e riconoscere il valore umano di funzioni non automatizzate svolto da persone (funzioni di cui potrebbero certamente beneficiare non solo anziani e altre categorie di persone con scarsa familiarità con le tecnologie informatiche) sembrano avere sempre meno spazio. 



Se tuttavia le negoziazioni politiche con gli artefatti materiali che sono alla base dell’innovazione tecnologica fossero trattate e discusse come tali, ci si potrebbe facilmente rendere conto anche di un altro fatto fondamentale.
Questo tipo di politica interviene sia durante lo sviluppo e la diffusione di nuove tecnologie, sia, più in generale, nei processi attraverso cui la tecno-scienza e la scienza sperimentale avanzano. I fondamentali progressi rappresentati dalle teorie e dai prodotti della ricerca scientifica si realizzano attraverso continue negoziazioni che coinvolgono attori umani e non umani. Il fatto che il metodo scientifico richieda l’obiettività assicurata dalla ripetibilità degli esperimenti, non toglie a questi esperimenti nulla del loro carattere di costrutto sociale [7] e al fatto che le soluzioni attraverso essi sviluppate modifichino e siano modificate da contesti sociali ben più ampi dei laboratori nei quali vengono concepite.
Principi stabiliti in un determinato campo della conoscenza scientifica tipicamente migrano verso altri campi attraverso metafore spesso costruite con il contributo attivo degli stessi scienziati. I combustibili fossili e i principi della termodinamica stabiliti studiando le macchine termiche nei primi decenni del XIX secolo hanno portato, e portano ancora oggi, a misurare il lavoro umano contando il numero di ore speso all’interno di un ufficio, seduti su una sedia, attaccati a un computer o ad altro macchinario. Tali principi sono con molta probabilità il frutto di processi di circolazione d’idee e di mutuo rinforzo avvenuti tra gli ambiti della fisica, della biologia e dell’economia [8]. Questi processi di circolazione hanno portato a identificare l’uomo a un motore [9] facendo sì che principi stabiliti studiando le macchine termiche potessero essere applicati alle persone e all’economia trasformando il lavoro umano in una risorsa scarsa che può essere misurata e scambiata sul mercato in termini di unità di tempo consumate [10].



Più che a identificare principi e paradigmi universali, gli studi interdisciplinari oggi tanto di moda dovrebbero a mio avviso servire a stabilire come i limiti di applicabilità di modelli, teorie e tecnologie sviluppati in alcuni ambiti possano essere travalicati e con quali conseguenze per persone e società.
Se i combustibili fossili e i principi della termodinamica hanno trasformato l’universo in una macchina termica, la diffusione su larga scala delle tecnologie a energie rinnovabili sta avvenendo secondo un immaginario e in un contesto scientifico e culturale che sostituisce alla macchina termica il processore di informazioni. Se nell’età dei combustibili fossili le attività di produzione e consumo sono organizzate sulla base della creazione di scorte di risorse materiali, umane e di conoscenza, nell’età delle energie rinnovabili si assume che produzione e consumo possano essere organizzati minimizzando le scorte e in un contesto di variabilità di risorse materiali ed energetiche grazie a una progressiva integrazione di queste attività all’interno di sempre più vaste reti di informazioni. Questo contesto fornisce i presupposti per una progressiva riorganizzazione del lavoro e delle attività umani improntata a criteri di crescente delega a sistemi automatizzati, flessibilità e mobilità di persone e cose.
Queste trasformazioni e tendenze, è bene sottolinearlo, non portano necessariamente a regimi di maggiore sostenibilità delle attività umane. Alla loro base vi sono ancora circolazioni di idee e tecnologie e processi di mutuo rinforzo che coinvolgono società e campi di ricerca quali la biologia, la fisica, l’economia, le scienze dell’informazione [11].
Sul piano teorico e concettuale, queste circolazioni sono per esempio state stabilite attraverso l’idea, sviluppatasi inizialmente in ambito cibernetico, che macchine, persone e animali funzionino attraverso sistemi di controllo assimilabili a dei processori d’informazione. Sul piano materiale, i computer e le reti informatiche forniscono invece alcune delle principali tecnologie attraverso cui questi comuni sistemi di controllo sono studiati e artificialmente ricreati.
Come potrebbero le istituzioni politiche e la società civile pensare d’intervenire attivamente in questi processi e sui cambiamenti sociali che si generano con gli strumenti che la tecno-scienza mette a disposizione? E con quali criteri?
Non penso che questa questione possa essere affrontata soltanto pensando a un generale maggiore coinvolgimento e partecipazione dei cittadini nei processi d’innovazione [12]. La questione deve essere più specifica e strutturata. Si tratta di avere bene in mente che la diffusione su larga scala di nuove tecnologie è sempre esposta alla generazione di fenomeni inattesi. Si tratta di realizzare interventi basati su un diverso modo di concepire la strumentalità e la delega; interventi mirati a seguire, ricostruire e immaginare le diverse relazioni che le persone possono stabilire con nuovi artefatti materiali a seconda della loro funzione, frequenza, modalità e contesto d’impiego, livello di diffusione, ecc.  
Per quanto questo possa apparire un programma irrealizzabile che condanna la politica delle persone a inseguire più che a condizionare, il solo fatto di uscire dall’incantesimo generato da chi oggi tende a presentare ogni nuovo gadget come la soluzione dei problemi del nostro paese e del mondo può forse servire a creare le condizioni per un suo avviamento.
Se è vero che gli strumenti sono in qualche modo portatori di una propria intenzionalità, è allora anche vero che vi sono strumenti che generano problematiche che più di altre sfuggono al controllo delle persone e dei processi democratici.

 


La teoria della morfologia sociale di Leopold Kohr [13] mette per esempio assai bene in evidenza come la maggior parte di queste problematiche sono generate da questioni di dimensioni e di scala.  Nello stesso modo in cui un cavallo o un essere umano non potrebbero sopravvivere se le loro dimensioni caratteristiche aumentassero di due o tre volte, [14] le istituzioni sociali, le infrastrutture di servizio e gli strumenti tecnologici che queste istituzioni costituiscono non possono sopravvivere a lungo se troppo grandi rispetto alla scala umana in quanto finiscono per generare problemi che non possono essere risolti dai propri membri.
Forma e principi di funzionamento degli strumenti tecnologi, loro impatti economici, ambientali e sociali e loro livello di moltiplicazione sono in un rapporto di reciproca influenza con gli strumenti di governo che possono essere sviluppati nei contesti in cui le tecnologie sono adottate. Strumenti di governo basati su un’organizzazione centralistica dello stato o sul libero mercato finiscono per favorire la diffusione di soluzioni tecnologiche standardizzate su larga scala il cui impatto locale è spesso indeterminabile e imprevisto. Tecnologie e beni comuni che possano essere gestiti in maniera autonoma e condivisa [15] da piccoli gruppi di persone possono favorire lo sviluppo di strumenti e regole di governo locali basati su principi di auto-organizzazione che possono essere più facilmente adattati alle situazioni specifiche e variabili dei diversi contesti in cui le persone operano.
Pensare ad esempio che gli attuali problemi ambientali globali possano essere risolti dagli stati limitandosi a promuovere la pur necessaria diffusione su larga scale di pannelli fotovoltaici, auto elettriche, pompe di calore, reti intelligenti, ecc. senza tenere conto di come la transizione alle rinnovabili necessiti di una nuova politica di governo delle tecnologie da parte delle persone significa essere destinati a generare effetti sistemici che sfuggiranno in maniera crescente a ogni forma di controllo. Vi sono ragioni molto fondate per ritenere, ad esempio, che le sempre più frequenti crisi finanziarie e la stessa pandemia in corso altro non siano che la manifestazione estrema dello stesso paradigma che al momento sembra informare la transizione alle rinnovabili e che comporta un crescente numero di scambi e interconnessioni all’interno delle moderne catene globali di fornitura di energia, merci, servizi, persone e informazioni che costituiscono il mercato.



La transizione alle rinnovabili implica una completa revisione del rapporto con la terra e del ruolo del lavoro svolto dai corpi delle persone.
L’energia generata da fonti rinnovabili è molto più diffusa, molto più variabile e più difficilmente stoccabile rispetto a quella generata da combustibili fossili. Se volessimo sostenere con energie rinnovabili gli attuali stili di vita ad alta intensità energetica ed elevata delega alle macchine, dovremmo occupare superfici vastissime con i necessari impianti di produzione [16]. Per quanto non sia possibile delineare in maniera precisa le implicazioni di queste differenze rispetto ai combustibili fossili per la vita delle persone, da esse deriva che il tipo di riorganizzazione sociale che deve accompagnare una transizione alle rinnovabili deve essere orientata a nuovi stili di vita a basso consumo, a un nuovo rapporto col territorio e deve comportare una rivalutazione del lavoro svolto dal corpo, a partire dal lavoro svolto con la terra dagli agricoltori.  
Le diverse tecnologie e le forme di governo che queste contribuiscono a costituire possono dischiudere scenari di transizione assai diversificati. Specifiche configurazioni di reti informatiche intelligenti e reti energetiche costituite da pannelli fotovoltaici, pale eoliche e quant’altro potrebbero contribuire a realizzare un’economia ancora più estrattiva dell’attuale in cui pochi privilegiati sfruttano risorse naturali ed umane al riparo dei loro schermi e senza poter aver nozione delle implicazioni degli automatismi attivati dai loro più piccoli gesti. La diffusione di altre configurazioni ispirate a principi di non appropriazione delle risorse, condivisione, località, autonomia, integrazione tra spazi urbani e aree rurali potrebbero essere accompagnate da ricadute completamente diverse sulle persone e sui territori. 



Sarebbe molto utile e innovativo se una parte cospicua del denaro reso disponibile dall’iniziativa Next Generation EU potesse essere impiegata in Italia per generare più consapevolezza su questi aspetti e creare le condizioni per cui comunità di persone avessero la possibilità di verificare e modulare gli effetti della diffusione di nuove tecnologie sui loro territori creando nuove forme di governo con gli strumenti.
Le tecnologie e la tecno-scienza non costituiscono necessariamente “la soluzione”. Si tratta di rivedere una nozione ormai obsoleta di strumentalità, di provare a comprendere i cambiamenti che le tecnologie portano nell’organizzazione sociale dei vari contesti dove operano e come questi cambiamenti possono essere auspicabilmente governati dalla politica delle persone facendo fiorire la diversità di forme di vita che sempre si genera quando le culture non sono sopraffatte dalle idee dominanti di cui la standardizzazione tecnologica può farsi portatrice. 
 
*Nicola Labanca è un fisico che svolge attività di ricerca nel campo delle politiche per l’efficienza e la sostenibilità energetica da 19 anni. Dal 2012 al 2020 ha lavorato per la Commissione Europea presso CCR di Ispra.
 

Note
[1] Su come la descritta concezione di strumento si sia sviluppata in seno al cristianesimo si veda ad esempio Agamben, G. (2018). Homo Sacer. Edizione integrale a cura di Quodlibet. Si vedano in particolare le pagine 695-696 e 1082-1091.
 [2] Si veda ad esempio Latour, B. (2015). Non siamo mai stati moderni. Elèuthera
 [3] Si veda Davies, W., (2019). Stati nervosi. Come l’emotività ha conquistato il mondo. Giulio Enaudi editore. Traduzione di Maria Grazia Perugini.
 [4] Si veda l’articolo intitolato “Il dilemma etico delle auto senza guidatore” come disponibile all’indirizzo https://www.lescienze.it/news/2016/06/27/news/dilemma_morale_veicoli_autonomi-3141085/
[5] Si veda ad esempio Bijker, W.E. and Law, J. (Eds) (199s). Shaping technology/building society. Studies in sociotechnical change. MIT Press.
[6] Si veda ad esempio Shove, E., Pantzar, M., Watson, M., (2012). The dynamics of social practices: everyday life and how it changes. Sage, London.
[7] Si veda ad esempio Shapin, S. and Shaffer, S., (1994). Il Leviatano e la pompa ad aria. Hobbes, Boyle e la cultura dell’esperimento. La Nuova Italia.
[8] Si veda ad esempio Mirowski, P., (1989). More heat than light: economics as social physics, physics as nature’s economics. Cambridge, Mass.; New York: Cambridge University Press
[9] Si veda Rabinbach, A., (1992). The Human Motor. Energy, fatigue and the origins of modernity. University of California Press. I processi di circolazione in questione sono generalmente rintracciabili anche nelle teorie valore-lavoro di Marx, Adam Smith, Ricardo.
[10] Si veda ad esempio Perulli, A., (1996). Il tempo da oggetto a risorsa. FrancoAngeli Editore.
[11] Si veda ad esempio Labanca, N. (2017). Complex systems: the latest human artefact. In Labanca, N., (Ed.) (2017) Complex systems and social practices in energy transitions. Framing energy sustainability in the time of renewables. Springer
[12] Si veda a questo proposito il concetto di “scienza dei cittadini” come descritto ad esempio in https://www.scienzainrete.it/articolo/citizen-science-scienza-di-tutti/valentina-meschia/2016-03-10
[13] Si veda ad esempio Kohr, L., (1957). Il Crollo delle Nazioni. Edizioni di Comunità
[14] Si veda la storia del cavallo poliploide come descritta in Bateson, G., (1979). Mente e natura. Adelphi. Pag. 80-81.
[15] Si veda l’esempio del Regolamento sulla Collaborazione tra Amministrazione e Cittadini per la Cura dei Beni Comuni adottato per la prima volta a Bologna nel 2014 (https://labgov.city/commonspress/bologna-dove-decolla-la-pooling-economy-un-intervista-al-professor-christian-iaione/).
[16] È stato stimato che generare, con pannelli solari e pale eoliche “onshore”, soltanto l’elettricità che l’Europa attualmente consuma richiederebbe una superficie approssimativamente uguale a quella del Portogallo. Si veda Tröndle, T., (2020). Supply-side options to reduce land requirements of fully renewable electricity in Europe. PLOS One Journal.