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giovedì 14 gennaio 2021

LIMITE
di Franco Astengo



Perché gli “scienziati”, in cambio della vanagloria televisiva, hanno accettato di mettere in piazza tutti i limiti del loro sapere? Perché si è deciso di spettacolarizzare la morte, esibendola nello scandire ogni giorno numeri senza significato e nelle immagini mostrate ricercando con cura quelle che maggiormente potevano evocare la tragedia? Perché è diventato oggetto di dibattito pubblico la realtà della contingenza nella disponibilità di risorse destinate alla cura e allora si è fatto oggetto di discussione politica la necessità della scelta tra chi si trova sulla soglia o ne è soltanto un poco più lontano?
Ci troviamo davvero al punto in cui il “limite” rappresenta la vita nel suo insieme?
Nell’emergenza sanitaria la Storia sembra aver perduto di senso.
Siamo alla privatizzazione del futuro: l’epidemia ci ha reso subalterni all’insindacabile funzionamento della civiltà tecnico-scientifica e per coltivare l’illusione di fuggirne non resta che nasconderci nell’oblio. In questo caso mimetizzandoci nell’apparente euforia di un altrettanto apparente scampato pericolo. Pericolo che abbiamo inteso come riguardante soltanto noi stessi, dispersi e separati in un destino singolare e indecifrabile.
Il nostro isolamento soggettivo ci porta direttamente al declino sociale, politico e soprattutto morale. Sarebbe necessario contrapporre un’alternativa.
Negli anni scorsi si è molto scritto e parlato di “società del limite” e di “decrescita felice”: la società della crescita aveva legato il proprio destino ad una organizzazione fondata sull’accumulazione illimitata e questo appariva il punto da aggredire ai fautori di questa possibilità di individuazione di nuovi confini. Ci stiamo accorgendo che serve qualcosa di più ampio e più profondo.
Esaurite le forme di espressione del pensiero che avevano segnato il ’900, tra l’idea dell’onnipotenza della tecnologia e quella del ritorno all’indietro del tipo (tanto per ridurre all’osso) della già citata “decrescita felice” bisognerà pur cercare di individuare un nuovo equilibrio.
La ricostruzione di un intreccio tra etica e politica potrebbe rappresentare il passaggio fondamentale per delineare i contorni di una “società del limite” avendo come base di proposta una nuova “teoria dei bisogni”.
Nell’evidente inadeguatezza dei modelli cui ci si è ispirati nella globalizzazione del consumismo individualistico, la vicenda dell’epidemia ci sta dimostrando che siamo rimasti fermi a contemplare ciò che accade senza disporre di idee e di organizzazione per attaccare, come sarebbe necessario, il muro della separatezza tra i popoli e tra i ceti sociali.
Si dovrebbe rilanciare allora la prospettiva di una “programmazione del limite”, intesa come un valore universalistico.
Aggredire la separatezza, ricostruire un “capitale sociale”, riorientare il rapporto tra pensiero e azione, teoria e prassi, nel senso di una vera e propria “progettazione dell’uguaglianza” intesa come fattore fondamentale per mantenere un futuro ed esprimere collettivamente una “diversità positiva” rispetto all’eterno ritorno del sempre eguale.