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lunedì 11 gennaio 2021

ZANINI E IL REALE FELICEMENTE ABITABILE
di Gabriella Galzio



Sulla lettura di Carrozza n. 7 di Claudio Zanini
 
Consegnandomi il suo ultimo romanzo, Zanini mi dice: “non ne vengo a capo…è un libro che mi sfugge”, e questo ovviamente m’incuriosisce…. E in effetti potremmo dire che con questo romanzo Zanini compie la non facile operazione di portarci sul terreno della teoria politica e delle sue grandi domande…a partire dall’interpretazione obliqua della figura di Machiavelli, ripresa, tra gli altri, da Alfieri, Foscolo, fino al Risorgimento, e cioè di un Machiavelli che, a fronte della tirannia del principe, restituisce al popolo l’autorità di presidiare, e accusare persino, il potere. Machiavelli è dunque il suo mentore per farci da guida nell’esplorazione dei grandi temi collettivi a cominciare dalla morale interiore, dal rapporto tra etica e politica, sapendo che “valori come libertà, uguaglianza, diritti civili, vanno difesi ininterrottamente, giorno per giorno; [che] non sono acquisiti per sempre”. E già, perché il protagonista, Zeit (il tempo), è uno spirito incline alla paideia, come dire che il tempo, la storia insegna…a coltivare in ogni uomo “l’esile pianticella della virtù”. Zeit è un maestro, anzi un “cattivo maestro” la cui arma privilegiata è l’ironia. Del resto, ce n’è per tutti, nulla e nessuno viene risparmiato dalla critica affilata di questo libro, dalla vanità di artisti a caccia di successo ai giornalisti “come mosche su un cadavere”, dai caudillos dei regimi autoritari dell’America Latina allo strapotere dei gruppi finanziari internazionali, dal vile trasformismo della casta militare aristocratica decaduta ai borghesi arricchiti dell’usura planetaria, dai sadici torturatori di regime, di una tortura infinita e fine a se stessa, ai mister Freibund, cinici rappresentanti di cartelli di società d’affari per la ricostruzione postbellica in nome della democrazia; in sintesi un libro di critica della civiltà contemporanea che traccia, com’è riportato in quarta di copertina, “una lucida allegoria del nostro tempo”, fino alla sottile ironia di un capitalismo industriale che si smaterializza nel capitalismo finanziario on line, dove virtuale è tutto perfettamente spirituale. Ma di fronte a questa critica l’Autore non è un testimone neutrale, poiché nel libro continuamente riaffiorano le grandi domande rimaste inevase e inesauste sui destini di liberazione del mondo, con la cruciale messa a fuoco dei nodi fondamentali del potere, fino alla domanda delle domande, quella sul dominio assoluto. Zeit, il cattivo maestro, si interroga su una possibile paideia, su come si possa formare una coscienza collettiva, una cultura politica, una élite sorta dal basso, come possano decisioni collettive avversare lobbies di interessi, pensiero unico e manipolazione del consenso. Né manca una riflessione sulla guerra. Se infatti la libertà dei mercati è “indiscriminata licenza di caccia sull’intero territorio del pianeta”, la licenza per guerra viene con sé. Di fronte all’annichilimento di ogni vita e di ogni speranza, vera vocazione della guerra, il protagonista tuttavia non piega al nichilismo, disilluso sì, tanto da non risparmiarci un finale amaro della storia, ma non cinico, perché in lui non vi è assenza di una passione che nasca dal cuore, salvifiche in questo talune figure femminili, dallo struggente candore di Alina alla misteriosa attrazione per Olga Raum. Al nichilismo l’Autore oppone la passione d’amore, il senso di un bene comune e la tensione ideale per un “reale felicemente abitabile”. Stilisticamente merita una trattazione a parte la figura magistralmente delineata sin dalle prime pagine di Olga Raum, amante e libera, vista con gli occhi del pittore prima ancora che dello scrittore, dove il dettaglio (le unghie laccate di rosso) funge da polarizzatore dell’attenzione e assurge a dispositivo simbolico che innesca la suspence della narrazione: “… le unghie, laccate d’un rosso carminio suscitano un’intensa sensazione di ferina sensualità. Mi ricordavano il dipinto di Klimt, Giuditta”. Ora quel dettaglio erotico caricato di senso è certamente tra i dispositivi narrativi del libro che più richiamano la vocazione simbolica della poesia. Come del resto, hanno qualità simbolica certe citazioni letterarie o i nomi dei personaggi, Zeit (tempo), Raum (spazio), e quando Zeit e Raum s’incontrano, riparte il flusso della vita. Colpisce peraltro la capacità di mettere in scena tanto la volgarità maschilista incline alla violenza e allo stupro, quanto di tratteggiare il sottile alone dell’eros e della sensualità femminile, e di rendere il registro più alto delle sfumature spirituali dell’eros laddove arte e mistica si confondono. Né manca la finezza psicologica che individua le stesse modalità maschiliste di conquista e asservimento che informano tanto la guerra quanto il rapporto con l’altro sesso; come sessismo e bellicismo rientrino nella logica di un unico medesimo dominio: “il dominio assoluto su qualcuno”. È questa un’intuizione che attraversa centrale tutto il romanzo, e cui fa da contraltare il rapporto d’amore libero dal dominio con Olga Raum. Di questa “equivoca virilità” sono parimenti partecipi tanto la più antica aristocrazia militare avviata al tramonto (rappresentata dal generale Interlandis), quanto la più plebea borghesia del danaro in ascesa (l’ordinario e cameratesco parvenu Freibund); e infatti in “questa disputa da galli per il dominio del pollaio, grottesca e tragica a un tempo, il nemico comune [è] la rivoluzione. La superba virilità minacciata dalla rivoluzione, che, naturalmente si immagina come femmina, passionale e vorace…”.



Rispetto ai libri precedenti si ravvisano numerosi elementi di continuità. Anche in questo romanzo, come si è visto, ricorre il genere grottesco. Prime fra tutte si rivelano grottesche le dinamiche del potere, e grottesco assurdo è lo stesso treno, con il carico dei suoi passeggeri tragici e farseschi. Altro elemento di continuità è proprio il luogo conchiuso; se nei romanzi precedenti era un teatro, un albergo, qui è un treno, poi da questo luogo conchiuso possono partire le riflessioni sui massimi sistemi… Anche se qui non si tratta di un treno qualunque, perché l’ambientazione del romanzo ci riporta nell’atmosfera un po’ fanée delle vecchie carrozze stile liberty dell’Orient Express; e il viaggio in treno non avviene secondo canoni descrittivi di natura realistica, piuttosto - tra l’onirico e il visionario - il protagonista si specchia nel passaggio fuggevole di paesaggi vividi, spesso colti nello Zwielicht dell’imbrunire o dell’albeggiare, tra “coralli dai rami infuocati incastonati nella pietra” o nell’oscurità della notte, nella visione alterata del dormiveglia quando più si è inclini a “viaggiare sull’onda d’ignote maree oniriche”. Molti gli elementi di continuità, ma qui ho avvertito una passione in più, non solo per le folgoranti descrizioni della figura femminile, più incisive e più importanti che nei libri precedenti, ma perché qui passione d’amore e passione politica si mescolano inestricabilmente, dalla memoria di amori giovanili all’insegna di eros e rivoluzione, fino alla figura chiave di Olga Raum curiosa di Machiavelli, in cui arde il seme della rivolta, che incarna la passione politica con lo stesso impeto con cui suona il suo strumento e la sua musica… arte, amore, politica… ancora una volta, anche se qui ancora più amplificata, abbiamo la figura di una femme fatale, la donna-incontro del destino, colei che segnala la direzione, il senso profondo di una vita. “In lei guizzava una fiamma ardente… cupiditas di bellezza e passione. Pienezza del vivere… E, in questa totalità, eguale legittimazione di ragione del cuore e ragione dell’intelletto” volti a scongiurare la fine della politica e la pace inerte. Infine, ciò che riscatta la narrazione dal finale amaro, è scoprire che la meta altro non era che un ulteriore ricominciare… ripartire da capo sempre…percorrere strade nuove…abbandonarsi a questa apertura al viaggio suggerita dalla musica e alla vista della donna amata; il libro infatti si chiude con queste ultime parole del protagonista: “in qualche minuto l’avrei raggiunta”, in quel condizionale saldando tutta l’incertezza, e tutta la speranza.

[Da “Incontri tra Autori” (‘Salotto Galzio’) del 5 gennaio 2021]