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domenica 16 maggio 2021

PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada



Il ricordo e la memoria


Parole che attengono alla facoltà della mente come sapere, conoscere e ricordare sono mutuate dal processo di riproduzione. Quando i latini coniarono sap-io, dissero alla lettera così: fa dal mancare ciò che si genera, deducendone: io so. La conoscenza profonda di cui il pastore greco e latino aveva consapevolezza era la seguente: nel processo di riproduzione animale e vegetale, ciò che si realizza, vuoi il grano, vuoi la creatura in grembo, avviene attraverso il mancare, che, in primis, è il seme che si dissolve per poter crescere e che, poi, lega, determinando un altro mancare, che è l’acquisizione graduale di quanto necessita alla creatura per la sua formazione completa. Il mancare, che, sicuramente, rimanda alla formazione dell’essere e, quindi, al segno della gravida, è continuamente presente nell’identificazione del reale. Quindi, i latini aggiunsero che l’uomo che ha questa consapevolezza non solo sa, ma è anche sapiente ed è depositario della sapienza.  

Il pastore greco, quando coniò ραω: guardo, osservo, vedo, comprendo, ragionò così: durante i nove mesi (mentre scorre il tempo del legare e mancare, con la comparsa del segno), io esercito la capacità visiva, sebbene se ne servisse sempre, e capisco ciò che sta avvenendo. Poi, si avvalse di un'altra radice ιδ (genera il mancare, che indica il mancare del grembo) da cui formulò l’aoristo 2: (eidon)εδον: vidi (quella volta, mi resi conto). Da ιδ fu ricavata: (idea) δέα: vista, aspetto, forma, idea di Platone, forma ideale, concetto astratto. Quindi, il pastore fece un’altra considerazione da (ε) ιδ deduco per me e coniò (eidomai) εδομαι: appaio, mi mostro, sembro, fingo, sono simile. Da eidomai fu estrapolato il deverbale εδος: aspetto, immagine, forma, quindi (eidolon) εδ-ωλον: simulacro, ritratto, statua, feticcio, idolo



Poi, quella creatura divenne tutto, fino ad essere idolatrata. Dedusse ancora (eidullion) εδ-ύλλιον: forma letteraria di piccole dimensioni (piccole scene bucoliche), l’idillio teocriteo, quello bucolico di Virgilio, quello di Leopardi, quello fra due innamorati. Inoltre, il pastore da ιδ dedusse: οδα, per cui pensò: tutte le volte che vedo quel segno io so. I latini, per dire: io so, coniarono anche scio, da rendere: il mancare genera il passare (durante la gestazione), per cui lo sciente non solo è colui che sa, ma ha anche verificato e comprovato le sue conoscenze che hanno valore scientifico. Il pastore latino attribuì valore di scienza al processo di riproduzione, in quanto, dati alcuni presupposti, tutto si verifica con costante regolarità e necessità.
La radice ιδ passò nella cultura latina, determinando vιδ-eo: vedo, che è ciò che consegue al pastore, quando la creatura manca, perché in formazione. Quindi, se io manco (in questo caso: non ho) di qualcosa che desidero, provo invidia, deducendo il verbo in-video. Poiché nell’occhio si riscontra il mancare, gli occhi hanno un potere malefico, in quanto il maleficio della superstizione, oltre agli intrugli, avviene anche attraverso gli occhi. Quel vedere mi porta anche a prevedere: a prefigurare tutto il decorso e a stabilire la data della nascita, a provvedere, nel senso e di provvedere a quanto necessita alla creatura che nascerà e nel senso di acquisire ciò di cui manco e di cui, quindi, ho bisogno. Dal participio presente provvidente fu dedotto il nome astratto provvidenza e anche la Provvidenza: Dio vede e provvede.
Inoltre, i latini coniarono, come omologo di eidomai, il verbo deponente: videor: appaio, sembro (mi sembra), per indicare un’accentuazione del grembo che può preludere ad una gravidanza. Il pastore italico, che aveva acquisito il significato originario di σμα: segno del grembo ingravidato, coniò: sembrare, assembrare, assemblare, insieme ecc.
Prima di concludere queste considerazioni sulla radice ιδ, mi piace fare delle considerazioni sul verbo divido: divido, separo, distribuisco, ripartisco. I significati desunti (separo e distribuisco) non hanno nulla in comune, perché la perifrasi contenuta in divido legge due contesti diversi. La madre, legando, divide il nutrimento con l’unico nascituro o lo ripartisce ai più (quando sono più di uno), mentre il separare legge il momento successivo alla nascita, quando il legare causa un mancare necessario, che è il distacco del cordone ombelicale.



Colui che i latini avevano definito sapiente e sciente e gli italici saggio, deducendolo da sa (dal mancare avviene il processo di formazione dei viventi) e, quindi, da un probabile prestito greco: σάω: io vaglio, precedentemente, era stato definito dai greci (sofòs) σοφός: dotto, sapiente, assennato, esperto, idoneo, desumendolo da questa perifrasi: è colui che legando (avvalendosi dell’inventiva e della capacità manipolativa) fa nascere il mancare (ciò che necessita). Quindi, da (sofòs) σοφός fu dedotta la parola (sofia) σοφία: conoscenza, sapere, scienza, abilità, destrezza. Mi piace concludere queste considerazioni su scienza, soffermandomi su πιστήμη (episteme), dedotta dal verbo medio πίσταμαι: so, conosco, che ha dato luogo nel linguaggio moderno a episteme, a epistemico a epistemologia.
Continuando a fare delle considerazioni su il sapere e la conoscenza, bisogna dire che la conoscenza precede il sapere e, quindi, ciò che il pastore osservava era alla base delle sue conoscenze e, successivamente, del suo sapere. Infatti, è d’uso l’espressione: so per conoscenza diretta.
Con (gignosco) γιγνώσκω: osservo, prendo conoscenza, conosco, riconosco, il pastore greco dedusse quanto riportato da questa considerazione: osservando e riconoscendo il grembo della gravida. Quindi, coniò (gnome) γνώμη: segno, contrassegno, facoltà conoscitiva, intelletto, sentenza, giudizio, poi, da sentenza e giudizio ricavò gnomico. Inoltre, estrapolò (gnosis) γνσις: cognizione, ricavata da ciò che è conosciuto (in latino cognitio), conoscenza, mezzi per conoscere. Da ghignosco fu ricavato (gnostòs) γνωστός: conosciuto, intellegibile, poi: gnostico e il contrario agnostico, ad indicare che alcune conoscenze sono precluse alla mente umana, mentre altri dissero che su alcune conoscenze è opportuno sospendere il giudizio.



I latini con la forma arcaica gnosco e con nosco noscis, novi, notum, noscere: osservo, esamino, imparo a conoscere, conosco ricalcarono γιγνώσκω. I greci, come già detto, avevano coniato, da ghignosco, (gnotòs) γνωτός con la variante gnostòs: conosciuto, noto, così come da nosco i latini dedussero noto, che, per eccellenza, è il grembo ingravidato. Da noto furono ricavate: nozione, notizia e nota. La nozione, che si ricava da ciò che è noto, è fondativa del sistema delle conoscenze e dei saperi. Senza nozioni la mente è vuota. Il noto produce la notizia (la creatura è nata), che, per come riporta Il Treccani, è: conoscenza, come acquisizione o possesso di una cognizione, relativamente a cose, fatti o persone ecc. “. Il noto si fa notare (denoto, annoto, connoto, prenoto) e determina la nota, quella che porta il contrassegno, come aggiunta di altre notizie. Faccio osservare che, se (gnotòs) γνωτός è conosciuto (come segno della gravida), quello che è all’interno è i-gnoto.
Come chiosa a queste considerazioni, bisogna ricordare che non c’è vera conoscenza senza la comprensione di ciò che si conosce e riconosce. Questa funzione è svolta dall’intelletto, che fu dedotto dal participio passato di intellego, che indica colui che ha capito/compreso. Inoltre, tutto il processo, che portò a intelligente, intelligenza, intelletto, parte da lego: leggo, che, inizialmente, indicò la lettura del segno della gravida. Colui il quale fa tutte le deduzioni (interpreta quel segno) capisce, anzi: è intelligente ed è dotato d’intelletto.



Da annotare che il (nus) νος (intelletto) fu dedotto da (noeo) νοέω: mi accorgo/capisco. Il pastore greco, con νοέω, affermò: dal rendermi conto della gravidanza, capisco, per cui se uno capisce è dotato del νος.
Il pastore greco coniò il verbo medio (mimneskomai) μιμνήσκομαι: mi ricordo, frutto di questo ragionamento: quando la creatura è in grembo, a me spetta tenere a mente la data del concepimento; poi, da questo verbo dedusse (mneme) μνήμη: memoria, ricordo, che è la capacità di tenere ben legato ciò che è importante: degno di memoria. Da chi è senza memoria si genera colui che dimentica, da cui la dimenticanza (anche dei torti) e, quindi, l’amnistia. I latini coniarono, dal modello greco mneme, il verbo difettivo memini: io ricordo (meglio: io ho memoria), da cui: memore, immemore memoria, smemorato, commemoro.
Oltre i coni appena detti, mutuati dalla cultura greca, i latini elaborarono il verbo deponente recordor: io ricordo, da cui gli italici ebbero il ricordo. Per prima cosa occorre sfatare che ricordo rimandi a cuore, perché è sempre l’intera perifrasi che dà il significato al simbolo verbale. Tra memoria e ricordo c’è una differenza sostanziale. La memoria tiene ben legata la data del concepimento per ricavarne il giorno della nascita; il ricordo è tutto proteso a quella creatura che manca (e che mi manca), per cui fissa nella nascita l’emozione provata, degna di essere custodita. La memoria attiene alla mente e, perlopiù, a ciò che è razionale, il ricordo rimanda ad un evento fortemente coinvolgente che tocca, questo sì, tutte le corde del cuore. Allora la memoria è molto importante e va coltivata perché è a fondamento dei nostri saperi (senza memoria si sfalda anche la costruzione delle conoscenze), mentre il ricordo riguarda la sfera affettiva, la cui crescita determina lo sviluppo integrale e completo della persona, perché è il cuore che accende la luce della mente.