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sabato 5 giugno 2021

SCIENZA E BENESSERE
di Roberto Alfieri*



Prevenire le malattie e gestire gli squilibri globali
 
Lo sviluppo e il benessere non vanno confusi con la crescita. Hanno a che fare, piuttosto, con l’armonia. La crescita potrebbe diventare tumultuosa, sbilanciata, afinalistica e progressiva, come nel caso dei tumori, e portare, più o meno rapidamente, alla distruzione. 
In tutti i sistemi vitali, dai più semplici ai più complessi, la sopravvivenza e lo sviluppo sono il risultato di relazioni tra gli elementi che li costituiscono. Serve l’equilibrio, non la crescita tumultuosa. La vita individuale e collettiva origina da interazioni armoniche: tra gli atomi, le molecole, le particelle subcellulari, le cellule, i tessuti, gli organi, le componenti ambientali, gli esseri umani, le famiglie, le comunità, le nazioni, i continenti, gli eco-sistemi… 
A protezione della vita si sono evoluti, lungo il corso di quasi quattro miliardi di anni, i processi omeostatici che consentono sopravvivenza e sviluppo attraverso meccanismi di autoregolazione e mantengono, così, i valori delle variabili biologiche entro un intervallo ben definito, adatto alle funzioni vitali (1).
Se la vita proviene da un flusso incessante di interazioni, cui partecipano anche elementi basilari come le molecole del cibo che mangiamo e dell’aria che respiriamo, allora il senso della vita consiste nell’avere cura di queste relazioni e renderle più feconde, rispettando tutto ciò che ci circonda, a incominciare dagli altri esseri umani, nella loro intrinseca dignità.
La vita, quindi, si sviluppa attraverso una molteplice serie di relazioni, regolate da meccanismi biologicamente determinati e da norme culturali, di ordine morale, giuridico e professionale.
Anche la nostra mente, grazie alle neuroscienze, viene oggi riconosciuta come una proprietà “emergente”, esito delle interazioni tra cervello, corpo umano e ambiente esterno (2). Dalla modalità di queste interazioni dipende sia la qualità della nostra esistenza che quella dei sistemi di cui siamo parte.



Acquisire questa consapevolezza significa affrancarsi dalla gabbia dell’individualismo e comprendere come il nostro benessere dipenda, in gran parte, da quello di altre persone e altre entità con cui ci troviamo a interagire. 
Ci è facile capire come nelle età estreme dell’esistenza, alla nascita e durante la vecchiaia, viviamo in uno stato di dipendenza. Quando cresciamo e diventiamo adulti, però, la nostra percezione cambia e ci sentiamo indipendenti. Si tratta, tuttavia, di un’illusione perché la vera prerogativa degli esseri umani consiste nell’interdipendenza. E questo vale in ciascuna fase della nostra vita. 
Gli insegnamenti della fisica quantistica estendono queste considerazioni alla realtà materiale. La teoria quantistica ha infatti contribuito a comprendere meglio la realtà, in modi nuovi e sorprendenti. Le entità materiali non hanno proprietà di per sé stesse. Le proprietà dei sistemi esistono in virtù delle relazioni con altre entità.
Di tutto questo, però, non riusciamo ancora ad apprezzare fino in fondo le implicazioni. Si deve esplorare meglio la trama sottile che associa ogni entità e la espone alle più diverse influenze ambientali (3).
Molte scienze, non solo la biologia e la medicina, ma la psicologia, la sociologia, l’economia, l’ecologia e tante altre ancora dovranno, perciò, concentrare maggiormente i loro studi sulle relazioni, piuttosto che su singole entità, isolate in sé stesse.
Alla luce di questi cenni, anche la prevenzione in ambito sanitario e sociale assume un significato diverso e più ampio. Il suo compito resta sempre quello di rimuovere le “cause” di malessere e malattia. Deve, però, sforzarsi sempre più di risalire a quelle più radicali, alle meta-cause, che sono cause di altre cause. E deve prestare un’attenzione particolare alle interazioni e studiarle per preservarle, migliorarle, generarne di nuove e feconde, interrompere i circoli viziosi, le sinergie negative…
Insomma, grazie al ruolo dell’interdipendenza nella nostra vita, lo scopo della prevenzione potrebbe diventare quello di promuovere la cura delle relazioni, la crescita dell’equilibrio, la corretta gestione dei problemi e degli squilibri globali, il perfezionamento dei nostri sistemi auto-regolativi. La prevenzione potrebbe scaturire, così, in modo del tutto naturale, come conseguenza di una maggiore armonia tra le parti che compongono il tutto dei diversi sistemi vitali. 

 
Attività economiche e produttive
Come è possibile trascurare l’importanza delle relazioni? Come facciamo a credere in una crescita che progredisce all’infinito, pur dovendosi materializzare in un mondo finito? Da cosa siamo distratti per non accorgerci che l’equilibrio è alla base di ogni sviluppo autentico e durevole?
In parte siamo stati inebriati dai sorprendenti successi legati alla rivoluzione industriale che è volata sulle ali di conquiste incalzanti: la macchina a vapore, il motore a combustione interna, l’elettricità, la chimica, l’informatica, l’intelligenza artificiale…
È avvenuto, così, che verso la metà del XIX secolo, alcuni Paesi del mondo, quelli che appartengono all’occidente industrializzato, hanno incominciato a correre. Altri li hanno inseguiti e stanno guadagnando terreno. Altri ancora continuano a procedere più lentamente. Durante questi ultimi 150 anni si sono create differenze abissali nel reddito pro-capite e nella qualità della vita dei diversi Paesi del mondo. Siamo lontani da uno sviluppo globale armonico. E, a parte la disarmonia, i Paesi che hanno conquistato il “successo” economico non hanno raggiunto un traguardo di pari portata nell’ambito più globale del benessere. Per di più, si sono macchiati, lungo la strada, di tremende atrocità che hanno comportato l’oppressione di altri esseri umani e la devastazione sconsiderata dei beni ambientali.
Il colonialismo e la schiavitù sono da annoverare, forse, tra le punte più atroci dell’espressione della volontà di dominio dell’uomo. Potremmo consolarci pensando che appartengono, ormai, alla storia passata. Nel frattempo, però, sono comparse nuove forme di prevaricazione, meno vistose, ma altrettanto inique: la precarietà del lavoro, l’assottigliamento dei sistemi di welfare, l’insicurezza, i licenziamenti, la diminuzione del potere d’acquisto dei salari…
Anche per chi ha saputo correre, poi, è stato un percorso accidentato, funestato da crisi e instabilità. Basti pensare alle guerre, ai totalitarismi, all’aumento delle disuguaglianze socio-economiche, al cambiamento climatico, alla crisi finanziaria del 2008 e alla pandemia da cui siamo stati travolti all’inizio del 2020, che riversa i suoi effetti sull’economia, la società e l’esistenza di tutti, sconvolgendo i modi di vita cui eravamo abituati. 
C’è qualcosa di insano in questa corsa. Tanto che diversi pensatori hanno iniziato a riflettere sulla natura stessa del capitalismo: il sistema economico tipico della tradizione liberale, in cui si impiegano denaro e beni materiali per produrre e remunerare il capitale. Qualcuno lo ritiene, ormai, insostenibile, da un punto di vista ambientale (per via della crisi climatica e dell’inquinamento), sociale (a causa delle disuguaglianze eccessive), politico (per via delle derive populistiche e/o plutocratiche) ed economico (a causa della recessione e dell’instabilità, in continuo agguato). 



A voler ben guardare, però, non esiste il capitalismo di per sé stesso, ma una numerosa serie di sue combinazioni con diverse altre componenti economiche e sociali, dalle caratteristiche molto varie. Le forze della competizione e della regolamentazione all’interno del “libero” mercato, l’assetto del sistema fiscale, i meccanismi pre-distributivi, distributivi e redistributivi, le caratteristiche del sistema di welfare, della sanità e della scuola fanno del capitalismo un sistema condizionato da una molteplicità di fattori capaci di cambiarne radicalmente forma e sostanza. Il problema vero è dato dal fatto che abbiamo un sistema capitalistico globale, pur nella molteplicità delle sue varianti nazionali, senza che esista un sistema globale di leggi e regole. Oggi è possibile svolgere tutti i propri affari in un determinato Paese e ricorrere all’espediente di creare un’entità legale in un altro Paese con una regolamentazione e un sistema fiscale più vantaggiosi. Accade, così, che alcune aziende, grazie al supporto di potenti studi legali - i cosiddetti signori del codice - si arrogano il diritto di scegliere a quali leggi ubbidire, secondo le proprie convenienze. Senza alcun riguardo per le conseguenze sociali delle loro scelte. Il sistema economico, ai livelli più alti, si è svincolato da un controllo democratico, erodendo profondamente la fiducia nella giustizia, nei doveri di solidarietà e nella politica.
È riuscito a intervenire sulle leggi che regolano i contratti, il credito, la proprietà, le strutture societarie, i fallimenti. E si è procurato vantaggi indebiti a scapito di moltitudini di cittadini e lavoratori. E ha sostituito, alla riflessione morale su ciò che è giusto o sbagliato, il calcolo minuzioso del rischio da correre nel perseguimento del profitto (4).
È bene rendersi conto di queste anomalie e di questa fisionomia multiforme perché, fino a quando la contrapposizione resta tra capitalismo e comunismo, non rimane altro che rassegnarsi alla sua egemonia. La contrapposizione deve, invece, opporre i diversi tipi di capitalismo, caratterizzati dai differenti mezzi capaci di addomesticarlo e renderlo compatibile col benessere dell’umanità. Una ristrutturazione radicale del sistema capitalistico deve tener presente che il fallimento del socialismo reale non equivale allo screditamento perpetuo delle ragioni di fondo del socialismo ideale, a partire dalle disuguaglianze sfacciate, dal dominio dell’uomo sull’uomo, dalla alienazione, lo stress, il malessere sanitario e sociale. Queste ragioni di fondo mantengono la loro validità, ma possono essere compatibili anche con alcune forme di capitalismo, capaci di conciliare gli interessi degli investitori con quelli dei lavoratori, dei fornitori, dei consumatori, delle comunità locali e dell’ambiente.
Non è un caso se il capitalismo ha funzionato al meglio nel trentennio decorso dal secondo dopo-guerra, quando a regolarlo vigevano politiche social-democratiche, che cercavano di conciliare le esigenze del profitto con quelle del lavoro e dell’etica. La crescita era distribuita in modo più uniforme, i cittadini avevano un miglior accesso ai sistemi di welfare, esisteva una maggiore mobilità sociale e veniva riservata più attenzione al problema della generazione e dell’educazione dei figli.
Col procedere della globalizzazione e la diffusione delle democrazie liberali, però, la natura del lavoro è cambiata, i lavoratori dell’industria sono diminuiti, i sindacati hanno perso la loro importanza, la tassazione su redditi e successioni è diminuita, e sono state ulteriormente esacerbate le disuguaglianze. Ma gli effetti di quei cambiamenti non hanno tardato a farsi sentire.



Problemi globali come conseguenze di squilibri
Alla luce di quanto è stato detto sul ruolo delle interazioni, i problemi più importanti che affliggono l’umanità possono essere interpretati come conseguenze di gravi squilibri, con impatti globali. Non interessano solo singoli Paesi, ma il mondo, nella sua interezza. Richiedono, perciò, l’azione congiunta di tutte le nazioni e delle organizzazioni sovranazionali che le rappresentano, come unica comunità di destino (5). A questo fine, dovrebbero essere affidati più poteri a organismi rappresentativi degli interessi di tutta l’umanità. Così pure andrebbero riaggiustate le falle teoriche del diritto internazionale che non tutela adeguatamente i beni comuni e la loro destinazione intergenerazionale. C’è molto da fare in questa direzione, ma già con la definizione degli Obbiettivi dello sviluppo sostenibile per il 2030, l’Onu ha compiuto un passo decisivo sulla strada che dobbiamo percorrere. L’attenzione e l’impegno devono, però, moltiplicarsi, aggiornando e valorizzando quanto è già stato fatto per raggiungere i traguardi che ci siamo imposti, all’insegna di una maggiore equità, a partire dalla lotta contro la fame, la povertà, l’analfabetismo e la malattia.
 In coerenza con un orientamento preventivo, dovremmo tentare di rimuovere o attenuare gli squilibri esistenti per riuscire ad arginare la portata dei problemi che ci minacciano. Prima di addentrarci all’interno della rete di problemi, cause, conseguenze, fattori di aggravamento e circoli viziosi, vale la pena descrivere, per sommi capi, la natura di alcuni squilibri, alla base dei nostri principali problemi.


Squilibri energetici
Consumiamo più energia di quanta ne produciamo con fonti rinnovabili. Utilizziamo in prevalenza combustibili fossili come carbone, petrolio, gas metano anche se rappresentano, ormai, una minaccia alla sopravvivenza dell’umanità. La loro combustione produce, oltre ad anidride carbonica (la principale responsabile dei cambiamenti climatici), gas inquinanti, come biossido di azoto, anidride solforosa, idrocarburi policiclici aromatici, particolato PM 10 e PM 2,5, che degradano l’ambiente e danneggiano la salute. I cambiamenti climatici esercitano una pluralità di effetti, tra cui:
- effetti diretti (uragani, inondazioni, siccità, desertificazione, ondate di calore…);
- effetti indiretti (aumento di malattie trasmesse da zanzare come la malaria, la febbre dengue, la malattia da virus zika…);
- migrazioni (si tenta di fuggire dai Paesi più colpiti, che coincidono, in gran parte, con quelli più poveri).

 
Squilibri produttivi
Tra il 1950 e il 2010 la popolazione è triplicata. Il Pil globale, invece, è cresciuto di 7 volte, ma in modo disarmonico tra i diversi Paesi (6). Se ne sono giovati maggiormente i Paesi e le persone che meno ne avevano bisogno. Produciamo e consumiamo più di quanto dovremmo sia perché siamo diventati consumisti, sia perché il prezzo delle merci non assolve alla sua funzione di strumento regolatore della domanda e dell’offerta.
Nel prezzo non vengono inclusi i costi delle “esternalità negative”, ossia i danni recati all’ambiente e alla salute, che non compaiono nella contabilità economica delle aziende, ma incidono profondamente sulla “contabilità ecologica” del nostro pianeta. Le emissioni legate alla produzione, a causa del loro carico in anidride carbonica, concorrono ai cambiamenti climatici. Quelle stesse emissioni, ricche di altri gas e composti inquinanti, insieme con i rifiuti conseguenti alla produzione e al consumo delle diverse merci, inquinano, poi, aria, acqua e suolo, danneggiando la bio-diversità, la vita degli esseri umani e di tutte le altre specie.

 
Squilibri nutrizionali
Consumiamo più proteine animali (in particolare quelle della carne rossa) di quanto dovremmo. Negli anni 60, secondo dati forniti dalla Fao, il consumo di carne pro-capite ammontava a 28 grammi giornalieri, oggi supera i 110 grammi, sempre a livello globale. Ma le medie non tengono conto delle differenze abissali tra le diverse aree geografiche, per cui c’è chi consuma troppo e chi troppo poco. Pur tralasciando i Paesi a basso reddito, ad esempio, si stima che in Cina si consumino 60 Kg a testa di proteine animali all’anno, mentre in Europa se ne consumano 120 Kg e negli Stati Uniti addirittura 180 Kg. Per rifornire tutta questa carne si moltiplicano gli allevamenti intensivi, dentro i quali il bestiame viene stipato in spazi minimi, con atroci sofferenze. La zootecnia è, inoltre, responsabile dell’aumento delle polveri sottili Pm 2,5 che provocano malattie e disabilità. Si incendiano le foreste e si depaupera il suolo. Il prezzo della carne non tiene conto delle esternalità negative su salute, ambiente, biodiversità, risorse idriche…
Il bestiame e l’abbattimento delle foreste concorrono all’aumento di gas serra e all’aggravamento dei fenomeni legati ai cambiamenti climatici. Si scatenano guerre fra poveri: gli agricoltori si contendono con gli allevatori le terre fertili sempre più scarse, mentre il controllo dell’acqua diventa per moltitudini diseredate questione di vita o di morte. 
La distruzione di ecosistemi con la loro biodiversità avviene a ritmi incalzanti, avvicinando la fauna selvatica a quella domestica. E rende possibile il “salto di specie” di micro-organismi patogeni, alla base della diffusione di nuove epidemie, come è avvenuto per il Covid-19. Per di più, viene fatto un uso massivo di antibiotici all’interno dei mangimi, che aumentano il fenomeno dell’ antibiotico resistenza. 
Si sprecano calorie vegetali per produrre quantità caloriche molto minori sotto forma di proteine animali. Oltre tutto, i sussidi elargiti agli imprenditori agricoli nei Paesi industrializzati sono disfunzionali perché non tengono conto degli impatti delle loro attività su salute e ambiente. Non si tratta di qualcosa di irrilevante. Secondo Green Peace, infatti, nell’Unione europea circa un quinto del bilancio comunitario è destinato a sussidi per l’allevamento intensivo e la produzione di mangimi.

 
Squilibri socio-economici
Esistono differenze abissali nel reddito pro-capite dei diversi Paesi del mondo. Ma anche all’interno dei singoli Paesi, il prodotto interno lordo viene distribuito in modo molto disuguale tra tutti coloro che concorrono a ottenerlo. La povertà assoluta e quella relativa, conseguenti alle disuguaglianze socio-economiche, hanno effetti deleteri sulla salute umana, mediati, in parte, dallo stress cronico (7). Le eccessive disuguaglianze hanno effetti nocivi sulla stessa crescita economica (8) e determinano un vergognoso spreco di potenzialità all’interno delle popolazioni che ne sono colpite. 
La grande concentrazione di ricchezza genera un enorme potere di influenza sulle decisioni politiche che vengono adottate dai vari governi. Il potere politico è concentrato nelle mani dei più ricchi. Anche per questo i meccanismi distributivi, redistributivi e la mobilità sociale si sono inceppati negli ultimi 40 anni. I sistemi di welfare si sono assottigliati. I sistemi fiscali dei vari Stati nazionali sono molto diversi tra loro, persino all’interno della stessa Unione europea. Si è generata, addirittura, una competizione fiscale al ribasso, che ostacola la cooperazione internazionale oltre che la possibilità di una tassazione autenticamente progressiva.


Le relazioni tra i problemi
Nella figura seguente (Figura 1) vengono rappresentati in modo molto schematico alcuni dei problemi più importanti da affrontare, generati dall’esistenza dei gravi squilibri enunciati. Vale la pena soffermarsi brevemente sulle relazioni che li associano, sui problemi da cui vengono aggravati e i circoli viziosi che si instaurano.  
Alcuni problemi potrebbero essere specificati come problemi-causa, altri come problemi-conseguenza. Ad esempio, la domanda e l’offerta di una quantità eccessiva di carne (problema-causa) provocano la costruzione di allevamenti intensivi di bestiame e l’abbattimento di foreste (problemi-conseguenza). Spesso, tuttavia, un problema è contemporaneamente causa e conseguenza. Ad esempio, gli allevamenti intensivi e l’abbattimento delle foreste sono anche problemi-causa: di cambiamenti climatici e cattiva salute. Ricorrendo a un altro esempio, le eccessive disuguaglianze socioeconomiche sono, a loro volta, causa di cattiva salute. Nel contempo, però, la cattiva salute aggrava le disuguaglianze socioeconomiche. Si instaura, così, un circolo vizioso, in cui il problema delle disuguaglianze socioeconomiche appare contemporaneamente come causa e conseguenza di cattiva salute. Le retroazioni di potenziamento aumentano progressivamente la gravità degli effetti complessivi. Richiedono, perciò, interventi tempestivi finalizzati alla interruzione più precoce possibile dei circoli viziosi.
Dal punto di vista della prevenzione, però, questa situazione così intrecciata ha anche aspetti positivi perché offre delle potenzialità aggiuntive. Diventa sufficiente intervenire appropriatamente su uno degli squilibri esaminati per ottenere effetti benefici su un insieme di problemi legati con quello. 
Ogni problema può essere ridimensionato attraverso una molteplicità di approcci.


Figura 1

 
I problemi di salute, ad esempio, possono essere arginati da una maggiore regolazione di ognuno dei 4 tipi di squilibrio esaminati. I problemi legati ai cambiamenti climatici, che a loro volta aggravano gli squilibri socioeconomici, possono essere migliorati da interventi regolativi nell’ambito di ognuno degli altri 3 squilibri considerati. Gli squilibri nutrizionali, infatti, peggiorano i cambiamenti climatici attraverso la deforestazione e gli allevamenti intensivi. Gli squilibri energetici e quelli produttivi lo fanno attraverso le emissioni di gas serra. 
Se volessimo, in nome della prevenzione, intervenire sugli squilibri energetici e produttivi con appropriati investimenti e riconversioni, nell’ambito della cosiddetta economia verde, ridurremmo, oltre alle emissioni di anidride carbonica, quelle di altri gas, polveri sottili e composti inquinanti derivanti dai combustibili fossili. E così riusciremmo a ottenere enormi guadagni in aggiunta a quelli relativi ai cambiamenti climatici: guadagni in ambito di salute e degrado ambientale.
Lo schema, pur nei suoi evidenti limiti di semplificazione, contribuisce a fornire una prospettiva più ampia di quella cui siamo soliti riferirci. Possiede il pregio di mostrarci le relazioni tra gli squilibri e i problemi considerati. Ha, tuttavia, il difetto di non dirci nulla sugli aspetti quantitativi dei problemi e delle relazioni che li legano. 
A titolo di esempio, proprio per chiarire gli ordini di grandezza relativi ai problemi di salute, basti ricordare che, a livello globale, le esposizioni ambientali nocive sono responsabili, annualmente, di 13 milioni di morti. Di questi, oltre 7 milioni sono dovuti al solo inquinamento atmosferico (9). E limitandosi ai danni legati alle esposizioni a PM 2,5, si stimano più di 4 milioni di morti e 103 milioni di anni di vita perduti in seguito a disabilità (10). In riferimento al nostro Paese, l’agenzia europea per l’ambiente stima un numero di circa 60.000 morti all’anno dovuti solo a PM 2,5, biossido d’azoto e ozono (9). La pianura padana figura, purtroppo, come il luogo, in Europa, in cui si muore di più per inquinamento (11).  È un triste primato.
A titolo di paragone, a metà maggio 2021, l’epidemia di coronavirus nel mondo aveva mietuto poco più di 3 milioni e 200 mila vittime. Recentemente, ci si è resi conto che la diffusione eccezionale dell’epidemia in pianura padana, a Wuhan e nella provincia di Hubei è stata influenzata anche dall’inquinamento dell’aria presente in quelle zone (12). Si è chiarito, così, come l’inquinamento atmosferico non sia solo responsabile di malattie cronico degenerative, ma abbia aumentato anche l’incidenza di malattie infettive, come il Covid-19. Insomma, l’inquinamento atmosferico, anche solo in relazione alla salute umana, manifesta degli impatti finora imprevisti e maggiori di quelli che siamo stati abituati a calcolare: influenza, infatti, anche la gravità e, probabilmente, la trasmissibilità delle infezioni per via aera, tra una persona e l’altra.

 
La prevenzione “primordiale”
La rete di relazioni esaminata, insieme con questi ulteriori dati quantitativi, dimostra la necessità e l’urgenza di una prevenzione “primordiale”, volta alla rimozione degli squilibri descritti, alla radice di tanti problemi. Si tratta di una prevenzione che ricerca e attenua le cause più radicali. Adottando queste strategie preventive, riusciremmo non solo a migliorare la salute, ma anche a contrastare altri problemi, come l’emergenza climatica, ambientale, socio-economica e migratoria. Gli effetti positivi sulla salute, sull’ambiente e la società potremmo verificarli con un anticipo di diversi anni rispetto agli effetti sui cambiamenti climatici, che sono destinati ad apparire più tardivamente. I gas serra, infatti, si accumulano progressivamente e persistono nel tempo perché sono, purtroppo, dotati di una lunga emivita. Ad esempio, le emissioni di anidride carbonica nel corso del 2021 perdureranno fino alla fine di questo secolo: la nostra imprevidenza di oggi condizionerà negativamente per molto tempo la vita delle generazioni future e la loro stessa sopravvivenza. 
Se non interveniamo con la dovuta urgenza rischiamo di non poter avvalerci dei benefici della prevenzione. Potremmo, infatti, arrivare a superare un punto di non ritorno, oltre il quale i cambiamenti climatici fuoriescono dalle nostre possibilità di controllo preventivo. Da quel momento in poi non basterebbe più azzerare o limitare la produzione di gas serra con tutta la serie aggiuntiva di benefici legati alla salute e alla riduzione del degrado ambientale. Non resterebbe altra possibilità che quella di “catturare” l’anidride carbonica in eccesso, magari imprigionandola sottoterra. 
È quello che già stanno facendo colossi dell’energia come Exxon Mobil e la Royal Dutch Shell che, pur continuando a lucrare grazie ai combustibili fossili, hanno iniziato a fare buoni affari anche con la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica nel sottosuolo. Gli interventi, a questo punto, servono “solo” a contenere l’emergenza climatica. La nostra inerzia ci condanna a una “cura” di portata più ridotta rispetto alla “prevenzione”, da cui, invece, potremmo aspettarci un insieme ben più ricco di benefici su salute, ambiente e società. Insomma, se si tarda a decidere con la dovuta radicalità si perdono enormi potenzialità. Non ci si limita a procrastinare colpevolmente la decisione, ma si viene costretti a cambiare, in senso riduttivo e peggiorativo, la natura stessa della decisione. Si dovrebbero prendere decisioni relative alla cura, dal momento che la prevenzione, ormai, non basterebbe più.


Modelli di sviluppo diversi
Sono stati esaminati succintamente 4 esempi di squilibrio, alla base dei principali problemi che affliggono l’umanità. Non possiamo illuderci che basti qualche intervento di aggiustamento per riequilibrare il sistema economico-produttivo e riportarlo sui binari giusti. Occorre, invece, ripartire da una diversa mentalità, capace di concepire modelli di sviluppo profondamente differenti. Ce lo impongono ragioni di ordine morale e pratico. Il richiamo al senso del limite e all’equilibrio deve frenare la volontà di dominio, le prevaricazioni, i giochi a somma zero, gli eccessi e gli squilibri. Ma deve arginare anche il risentimento, il rancore e gli atteggiamenti rivendicativi che ostacolano una leale collaborazione tra tutte le componenti sociali. In un’indagine compiuta tra il 2011 e 2012 su milioni di lavoratori in 142 Paesi del mondo si è rilevato che solo il 13% afferma di tenere al proprio lavoro. Il 63% dichiara di essere indifferente rispetto alla propria occupazione: investe tempo, ma non energia e passione. Il 24%, invece, è attivamente disinteressato, più o meno deciso a danneggiare l’azienda (13). È un’indagine ormai datata, ma sembra improbabile che la situazione sia nel frattempo migliorata. Ci troviamo di fronte a un problema serio. Qualcuno parla di lavoro “stupido”, volendo, così, mettere in evidenza l’insensatezza di ciò che si è chiamati, spesso, a dovere fare (14). Per non parlare, poi, delle molestie morali e degli sgarbi reiterati che alimentano l’angoscia di molti lavoratori. Se il lavoro è gratificante contribuisce a dar senso alla vita. Ma quando si trasforma in qualcosa di lontano o di ostile per l’87% dei lavoratori occupati, come si rileva nell’indagine citata, inibisce la produttività e dissemina tanta disaffezione da inquinare i rapporti sociali. E in aggiunta ai rapporti deteriorati di chi lavora, c’è la frustrazione di chi non ha lavoro né alcuna sicurezza. 
Purtroppo, finché non veniamo colpiti direttamente tendiamo a restare indifferenti di fronte a problemi come questi che soffocano le aspirazioni di miliardi di persone per un lavoro decente e una maggiore giustizia sociale.
In un mondo in cui pochissimi personaggi detengono immense risorse e tantissimi possiedono poco più di una padella e una tazza, diventa prioritario interrogarsi su come raggiungere più elevati gradi di equità e un benessere più diffuso.
Va anche cambiata radicalmente la mentalità per cui la terra viene concepita come una fonte inesauribile di risorse e, nello stesso tempo, un’immensa discarica in cui riversare ogni rifiuto. Il degrado ambientale non può continuare a essere considerato un’esternalità che fuoriesce dall’ambito di interesse dell’economia. E l’incremento del profitto non può continuare a essere la stella polare destinata a guidare la “responsabilità sociale” delle imprese.
Gli sforzi che oggi sono orientati verso la massimizzazione della produzione e dei profitti vanno riconvertiti nel senso della ottimizzazione. Dobbiamo passare da sistemi produttivi la cui progettazione è intrinsecamente degenerativa, perché basata sulle fasi sequenziali del prendere, produrre, usare e buttare, a una logica di progettazione rigenerativa, che ripristini i cicli vitali da cui dipende il benessere dell’umanità. Si tratta di una metamorfosi che richiede il passaggio a un’economia circolare: un diverso modo di produrre, che reinterpreta i materiali di lavorazione, ripristinandoli nella loro appartenenza al ciclo biologico o al ciclo tecnico e, in quanto tali, li usa indefinitamente, attraverso processi di recupero e rinnovamento.



Alla base di tutto questo deve stare una diversa concezione del valore economico. Esso non va più confuso col flusso di denaro che accompagna gli scambi di beni e servizi, ma nella preziosità dei beni prodotti, nel capitale sociale, nella qualità delle relazioni, nelle caratteristiche della biosfera, nella conoscenza e nel benessere diffuso. Vanno sostituiti i vecchi paradigmi che i nuovi economisti del XXI secolo ormai considerano, oltre che obsoleti, disfunzionali (6). Non è più tempo di considerare le profonde disuguaglianze socio-economiche come un effetto indesiderato della crescita, sul cui altare può essere sacrificata la qualità della vita di una buona parte di popolazione. È tempo, invece, di considerarle per quello che sono: un tragico errore politico di pianificazione, cui rimediare al più presto. Anche perché le società in cui la disuguaglianza è maggiore hanno una crescita economica più lenta e più fragile (8). Le eccessive disuguaglianze socio-economiche, per cui pochissimi possiedono tantissimo e moltissimi possiedono pochissimo, non sono conseguenze inevitabili di leggi economiche universali, ma frutto di cattiva politica.
La crescita è stata alleata per decenni di una politica timida e conservatrice perché è servita a procrastinare indefinitamente la necessità di una diversa distribuzione e redistribuzione di reddito e ricchezza. Si puntava sulla teoria della tracimazione, per cui tutti avrebbero approfittato dell’abbondanza. Con l’alta marea, si diceva, tutte le barche riprendono a galleggiare, anche quelle che erano prima impantanate nel fango. Ma queste illusioni si sono infrante alla luce dell’esperienza reale.
Oggi, perciò, le politiche economiche dovrebbero esercitare un sano agnosticismo nei confronti della crescita. Dobbiamo passare da politiche che hanno bisogno della crescita per sostenere produzione e consumo, indipendentemente dal benessere che apportano, a politiche che diffondono benessere nell’umanità e nell’ambiente, indipendentemente dal fatto che si accompagnino o meno con la crescita (6).


Riflessioni conclusive 

Le nostre società appaiono sempre più frammentate e incapaci di sostenere un programma fondato su valori, diritti e doveri comuni. Pensiamo ancora, sia come individui che come Stati, di poter agire da soli. E così ci troviamo ad affrontare i problemi globali senza avere istituzioni sovra-nazionali dotate del potere e dell’autorità necessarie per governarli. Bisognerebbe, invece, unire le forze a tutti i livelli sociali e istituzionali e preoccuparsi maggiormente per il benessere degli altri, per le specie non umane, la preservazione del nostro pianeta, la qualità della vita e dell’ambiente. Sembra quasi contro-intuitivo, per come siamo abituati a ragionare, ma il nostro interesse individuale viene meglio garantito prodigandoci in favore del bene comune.
In particolare, di fronte all’emergenza climatica che minaccia la stessa sopravvivenza della nostra specie, bisogna pensare a programmi di impegno e vastità straordinari. Occorre un cambiamento di mentalità per concepirli e realizzarli, perché hanno a che fare con modelli di sviluppo profondamente diversi rispetto al passato: uno sviluppo che non va più confuso con la crescita, ma, se mai, con la crescita della moderazione e dell’equilibrio. Il Pil ha smesso di essere l’indicatore adatto per misurare il benessere. Eppure continuiamo a monitorarlo con questa finalità. E misurando la cosa sbagliata adottiamo dei provvedimenti sbagliati.
I problemi che degradano la qualità della nostra esistenza derivano da varie forme di squilibrio che non abbiamo saputo riconoscere nella loro gravità. Ne abbiamo considerate alcune in ambito energetico, produttivo, nutrizionale e socio-economico. E abbiamo potuto esaminare, nel semplice schema presentato (Figura 1), il reticolo delle interazioni che associano i diversi squilibri e ne potenziano gli effetti dannosi. 
Questo scenario così negativo offre, però, delle potenzialità cruciali, da un punto di vista preventivo. È possibile, infatti, agire anche solo su un singolo ambito degli squilibri considerati per ottenere degli effetti benefici su una molteplicità di problemi-conseguenza che, a loro volta, possono essere identificati come problemi-causa perché ne scatenano altri ancora. Appropriati interventi nel campo dell’economia verde non solo allontanerebbero la minaccia di cambiamenti climatici irreversibili, ma realizzerebbero anche enormi guadagni in ambito di salute, ambiente e giustizia sociale.
Tutto questo, però, richiede profondi cambiamenti culturali attraverso cui si possa arrivare a una diversa concezione del valore economico. Esso dovrebbe coincidere con la preziosità dei beni prodotti, con il capitale sociale, la qualità delle relazioni, le caratteristiche della biosfera, la diffusione del benessere e della conoscenza.



E le eccessive disuguaglianze socio-economiche non dovrebbero più essere considerate un effetto collaterale della crescita, ma un tragico errore nell’ambito della pianificazione economica e politica.
Da tempo sappiamo che esistono delle semplificazioni ideologiche in base alle quali tutto il male deriva da un’unica causa e tutti i problemi vedono un’identica soluzione. A seconda delle stagioni e dei venti, il male è stato identificato nello Stato o nel mercato, nella libertà o nell’uguaglianza eccessiva, nella crescita o nella decrescita (15). Purtroppo, invece, non esiste un unico elemento su cui far leva, capace di garantire il miglioramento di tutti gli altri. Di fronte ai problemi complessi, la scienza ci suggerisce di incominciare a intervenire con approcci multipli (diversificazione), di scegliere, in seguito, quelli che sembrano funzionare meglio (selezione) e, da ultimo, quando siamo davvero convinti della loro efficacia, far leva su quelli più promettenti, utilizzando maggiori risorse (amplificazione).
Potremmo chiederci se, a causa di questa nostra enfasi sul ruolo cruciale della moderazione e dell’equilibrio, rischiamo, a nostra volta, di cadere in una semplificazione ideologica. È innegabile che l’equilibrio si posizioni alle radici della vita biologica, quale esito dei processi omeostatici. Ma va ben compreso nella sua natura. Sia in ambito biologico che nelle incertezze della vita sociale, l’equilibrio non va confuso col mantenimento di un determinato stato e dell’ordine tradizionale. Si deve tendere a un equilibrio dinamico, sensibile ai cambiamenti ambientali cui si viene continuamente esposti.
Non c’è nulla di automatico nelle risposte che devono essere date per gestire gli squilibri energetici, economici e sociali. Non abbiamo a che fare con reazioni istintive come nei processi omeostatici della biologia. C’è bisogno di riflessione e cultura, di negoziazioni e accordi delicati, affinché la forza della ragione prevalga, insieme coi buoni sentimenti, sulle ragioni della forza, e si stabiliscano equilibri che, nel loro dinamismo, diventino capaci di migliorare ambiente, salute e benessere. Bisogna credere nelle nostre capacità di miglioramento. Non va lasciato nulla al fatalismo, perché, nonostante tutto, c’è ancora un futuro per lo “sviluppo” umano.
 
[*Medico - Bergamo]
                                                                                                                   
 
Bibliografia
1. Damasio A. 2018. Lo strano ordine delle cose. Adelphi, Milano.
2. Solms M. Turnbull O. Il cervello e il mondo interno. Cortina, Milano 2004.
3. Rovelli C. Tutto è relazione. Internazionale 1407, 30-4-21.
4. Assheuer T. La legge del capitale. Internazionale 1406, 23-4-21.
5. Morin E. 2000. La testa ben fatta. Cortina, Milano.
6. Raworth K. 2017. L’economia Della Ciambella. Edizioni Ambiente, Milano.
7. Wilkinson R. Pickett K. L’equilibrio dell’anima. 2019 Feltrinelli, Milano
8. Stiglitz J.E. 2016 Le nuove regole dell’economia. Ed. Il saggiatore, Milano.
9. Aillon J.L. e altri, 2019. Un Nuovo Mo(n)do Per Fare Salute. Ed Celid, Torino.   
10. Vineis P. e altri, 2020. Prevenire. Ed. Einaudi, Torino.
11. Liotta E. Due o tre cose che ora abbiamo capito sullo smog. Io donna, 6-2-21. 
12. Forthomme C. 2020. COVID-19: Link with Air Pollution? Italy’s and China’s Experience. ENVIRONMENT, HEALTH, NEWS, SOCIETY https://impakter.com/2020/03/
13. Hari J. 2019. La fine del buio. Ed. Salani, Milano.
14. Graeber D. 2014. Il secolo del lavoro stupido. Fonte: nazioneindiana.com
15. Rosling H. 2018. Factfulness. Ed. Mondadori, Milano.