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martedì 17 agosto 2021

PUCCINI E LA CASA NATALE
di Ilaria Clara Urciuoli

Il monumento a Puccini

La bellezza diffusa: un viaggio in Toscana alla scoperta dei tanti musei senza troppa coda.
 
Lucca, piazza Cittadella. Dal secondo piano della casa all’angolo arrivano urla di dolore. È la notte del 22 dicembre 1858 e Albina Magi si muove tra il letto in noce stile impero e la cassapanca finemente decorata in attesa delle contrazioni più forti, che inevitabilmente arrivano. Poi finalmente il vagito: è un maschio. Prima di lui tutte femmine. Questa notizia è fonte di gioia ma non c’è da crogiolarsi troppo. Bisogna affrettarsi a battezzarlo: Giacomo Antonio Domenico Michele Secondo Maria Puccini. A proteggerlo con questo lungo nome avrebbe avuto tutti i suoi avi.
Lucca, sempre piazza Cittadella. Sono trascorsi più di centosessant’anni da quella notte e una statua campeggia tra i palazzi, quella di Giacomo Puccini. Sopravvissuto al parto è poi cresciuto, supportato dalla forza degli innumerevoli avi, tutti musicisti a partire da quel Giacomo del 1712 che fu compositore e capostipite della dinastia musicale dei Puccini.


L'albero genealogico

Il nostro viaggio inizia qui per spostarci in quell’angolo di piazza ancora in parte abitato dove oggi al secondo piano si trova il Puccini Museum: in una casa, la casa che lo ha visto nascere, sono contenuti e proposti al pubblico tantissimi documenti originali attraverso i quali non solo ripercorrere le tappe principali di questo grande compositore ma anche e soprattutto conoscerne la personalità, il carattere. Superata la grande sala d’entrata dove ci accoglie il personale del museo ci immergiamo letteralmente nella storia di una grande famiglia riassunta in un albero genealogico realizzato con nomi scritti in nero, altri in rosso. A un primo, ingenuo sguardo si può pensare che i nomi in rosso siano quelli dei maschi della casa ma ben presto si scopre che, in realtà, si tratta dei musicisti della famiglia: tanti e tra questi anche il padre, Michele, che avviò il giovane Giacomo allo studio del pianoforte finché, solo sei anni dopo quel 1858, morì. Storia della famiglia, storia locale e storia personale si intrecciano in questa prima sala dove è conservata la partitura del primo lavoro di Puccini, una messa realizzata per il diploma alla scuola musicale di Lucca. Qui è conservato anche il famoso pianoforte Steinway & Sons che il compositore acquista all’inizio del nuovo secolo, quando ormai è ben altro dal giovane studente lucchese soggetto a qualche difficoltà economica.


Veduta della Piazza

La vera svolta nel percorso museale si ha con la seconda sala, quella che un tempo doveva essere la camera da letto delle sorelle di Giacomo: qui il compositore viene fuori sempre più, sempre più si delinea il suo carattere maniacale e perfezionista. Nella stanza sono riproposti i primi passi in una Milano brillante e fascinosa già illuminata dall’elettricità, la Milano dove Puccini frequenta il conservatorio già pienamente consapevole di volersi dedicare solo alla composizione. Questi primi passi corrispondono anche ad alcune sconfitte: nel 1823, appena terminati gli studi, compone la sua prima opera lirica, Le Villi, che parteciperà, perdendolo, al Concorso Sonzogno. Ma da questa sconfitta prende il via la sua grande ascesa che è indissolubilmente legata a un nome, quello di Giulio Ricordi, principale editore musicale dell’epoca, che ascoltando proprio Le Villi comprese il valore del compositore e gli commissionò una seconda opera, Edgar, che fu anche questa un insuccesso. Ma in questi anni di tentativi e di riduzioni da Wagner la personalità di Puccini si delineava entrando in contatto con l’ambiente milanese colto ed eclettico. Di lì a poco l’idea di realizzare la sua prima opera di successo, Manon Lescaut, che non vedrà più lo scapigliato Fontana come autore del libretto (lo era stato per le precedenti due opere ritenute nei testi un po’ deboli) ma un gruppo di artisti e intellettuali tra i quali Illica e Giacosa.
Colpisce in questa sezione di mostra l’impegno profuso da Ricordi che addirittura stipendiò per tre anni il giovane Puccini, dandogli dunque la possibilità di crescere con un sostentamento invece di acquistare l’opera già compiuta come era la prassi. E colpisce la cura e l’impegno (anche in termini di risorse economiche) profuso da questo imprenditore che per ogni opera realizzava un merchandising imponente fatto di cartoline, riduzioni, spartiti, libretti d’opera.


Lo spartito de
"La fanciulla del West"

La percezione dell’assoluta pignoleria – potremmo chiamare così questa costante necessità di controllare, smussare, tagliare, rivedere i testi dei libretti – emerge con forza dai documenti esposti: le cancellature del maestro sulle stesure dei libretti sono importanti, realizzate con mano ferma. E questo suo carattere lo troviamo più volte nel percorso museale: con la stessa cura, precisione e con fermo controllo curò la costruzione del villino di Viareggio, da lui edificato a partire da un semplice lotto di terreno. Si può trovare traccia di tale atteggiamento nelle lettere inviate all’architetto in cui le richieste sono puntuali: tal colore, tale materiale, tali piante in giardino. Come per le sue opere (molte delle quali universalmente riconosciute capolavori assoluti) grazie a tale atteggiamento riuscì a realizzare una villa in cui troviamo un altro dei tratti caratteriali del compositore: il suo entusiasmo per la modernità. Perfettamente a suo agio davanti alla cinepresa, in alcune “pizze” conservate nel centro studi e riproposte nella biglietteria del museo il maestro viene ripreso mentre siede nel giardino della sua villa (che vanta uno dei primi impianti a goccia per l’irrigazione), o si sposta con la sua auto (con la quale intraprendeva già all’epoca veri e propri viaggi per l’Europa) o ancora sale sul motoscafo per dedicarsi a una battuta di caccia, altra sua grande passione.


Il libretto della "Tosca"

Il vero valore del Puccini museum è proprio quello di far emergere l’uomo oltre il compositore attraverso i documenti: lettere alla sorella suora che sono dei rebus ancora irrisolti, dolci missive alla sua cara Topisia (soprannome della moglie Elvira, altro capitolo interessante e curioso), ritratti fatti dagli amici pittori, foto e cartoline che richiamano episodi di vita vissuta. La sala che al tempo era cucina dell’appartamento aiuta molto in questo: qui sono conservati documenti che illustrano proprio le sue passioni tra le quali non possiamo non citare le donne. Gioie della vita e tormento in alcuni momenti (come quando la cameriera di famiglia si suicidò perché accusata dalla moglie di essere amante di Puccini), le donne hanno appassionato tanto il compositore che però, oltre le numerose avventure, rimase con la moglie Elvira che (già sposata e con figli) portò all’altare solo molto tardi, dopo la morte del primo marito – tra le tante curiosità presenti nelle bacheche troverete anche uno scanzonata partecipazione alle nozze disegnata da Plinio Nomellini.


Foto con dedica di Puccini

Il percorso si conclude con un oggetto che non può non lasciare senza parole: il celebre costume di Turandot disegnato da Umberto Brunelleschi e indossato per la prima americana dell’omonima opera a New York da Maria Jeritza.
Lasciandoci alle spalle il museo - casa natale resta in noi la piacevole sensazione di aver conosciuto una realtà importante del nostro panorama culturale, e ciò non solo per quello che abbiamo visto ma soprattutto per il grande impegno nella ricerca che è alla base di questa esposizione. Lo stupore quando, ancora immersi nel pensiero di Puccini uomo, il cellulare richiama la nostra attenzione: attivando l’app del museo il viaggio continua anche fuori, ed ogni volta che si passa in prossimità di un luogo degno di nota veniamo avvisati e edotti. Degno di nota e da consultare per avere un quadro complessivo anche il sito del museo che riporta (oltre alla casa natale) anche gli altri luoghi di interesse, creando una rete di luoghi e persone.

ALBUM

Il pianoforte


La Sala "Turandot"


La Sala dei Trionfi


La Sala da pranzo