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mercoledì 8 settembre 2021

I GENERI FILMICI: UNA IPOTESI
di Sergio Azzolari

 
È cosa certa che ogni classificazione predilige una o più particolarità escludendone altre, ovvero, tutte le classificazioni raggruppano elementi costruendo insiemi e sottoinsiemi per similitudini ed esclusioni; ma, non esistono insiemi “perfetti” e completi. La realtà produce quasi sempre un “ornitorinco” che mette in imbarazzo l’ambizione sistematica. Per quanto riguarda i “film”, ritengo che in ultima analisi siano solo due gli elementi che possono essere considerati significativi come minimo comun denominatore a cui è possibile ricondurre la produzione cinematografica: questi generi sono le Favole e i Saggi. Vi potrebbe essere un terzo genere che è la “Tragedia”, ma che, come tenterò di chiarire, è in realtà un sottogenere della Favola.
I film “Favola” sono quasi la totalità, la stragrande maggioranza e sono tutti riconducibili all’incipit: “C’era una volta”. C'era una volta un agente segreto,
c’era una volta un sommergibile, c’era una volta una vedova… un cacciatore di alieni… un detenuto… uno scienziato…  un elefante dalle orecchie grandi, etc. etc. Scelgo il termine Favola come sinonimo di Leggenda, Fiaba, Mito, Parabola, Storia, etc. Assolutamente non denoto “favola” in modo riduttivo (nel senso di fanciullesco o non reale); la sua specificità è facilmente identificabile e riconoscibile proprio in base agli elementi tipici delle favole, quali: 
- Un contesto che può essere del tutto fantastico, con un mix di realtà e fantasia o del tutto reale (una città, un periodo storico etc.)
- Un protagonista (più raramente due o un gruppo) principale anche questo di fantasia o riconducibile a un archetipo reale ma anche a un personaggio realmente esistito.



- Uno o molti antagonisti
- Uno o più morali/significati/messaggi ricavabili dalla “storia” narrata, intesa in ultima analisi come una parabola (racconto immaginario tendente a proporre per deduzione una verità generalizzabile ed esportabile). La parabola può essere più o meno esplicita, nascosta.  La parabola principale può contenere sotto parabole, oppure le può presentare senza un livello gerarchico.
- Un obiettivo/scopo/meta da raggiungere (solitamente non facile e con molti ostacoli da superare); quasi sempre viene raggiunto, e se non viene raggiunto, la “morale” ricavabile sta proprio nel “fallimento”.
 
Ovviamente sarebbe anche possibile un tentativo di classificazione delle “favole” in sottogeneri, Favola Fantasy, Favola Comica, Western, Sentimentale etc. ma anche qui la classificazione rigida fallisce, dato che il più delle volte nella stessa favola coesistono due o più sottogeneri. Così come avviene per i bambini dove le favole sono un modo di avvicinarsi al mondo attraverso il meccanismo della immedesimazione, esattamente avviene   per gli “adulti”, attraverso un identico processo di identificazione nella storia raccontata. Lo schema di lettura favolistico però non deve essere interpretato a senso unico. L’eroe, per uno spettatore, può essere il “cattivo” per un altro. Le morali che se ne possono trarre possono anche essere lette in modo antitetico. è la struttura in sé che definisce il genere “Favola”.

 
Se ritengo abbastanza plausibile trovare un accordo sui film che possono essere raggruppati sotto la voce “Favola”, più difficoltoso è, forse, trovare un accordo su un particolare prodotto che viene definito “Tragedia” che ritengo essere un particolare sottogenere di favola. Alcune “Favole” possono “diventare” tragedia per il motivo che cercherò di spiegare.
Una tragedia è sempre un fatto personale e psichico.
La tragedia non è generalizzabile: quello che può essere tragico per un individuo, può non esserlo per un altro, nello stesso modo in cui non “tutte” le favole con protagonista un orco, spaventano “tutti” i bambini.
Ciò che caratterizza il tragico è il legame con un vissuto personale che può rimanere latente o inconscio o somatizzarsi in particolari “stati” quali fobie, paranoie, paure, incubi, angosce, terrori, repulsioni e via dicendo.
La tragedia ha intrinsecamente in sé qualcosa di traumatico, realmente accaduto o semplicemente fantasticato.
Un accadimento, per quanto “tragico”, al suo verificarsi non è già “Tragedia”, è solo un fatto. Diventa “Tragedia” nella sua interiorizzazione, nella rielaborazione e poi nel ricordo, anche stravolgendoli e ingigantendoli.
Quello che concorre a riconoscere un fatto, quindi un film-Favola tragico, si fonda, pertanto, su un vissuto reale o frammenti di un vissuto, o una rielaborazione psichica che provoca sostanzialmente ansia e angoscia. Ansia e angoscia sono entrambi un terreno indefinito, una landa dalla quale ci si vorrebbe allontanare trovandosi invece in uno stallo. Quante volte è capitato di non riuscire a vedere una scena chiudendo gli occhi o girando la testa da un’altra parte, o uscire dalla sala prima della fine della storia? Nel teatro tragico la rappresentazione di fatti o vicende (collocate in un passato) aveva (anche) lo scopo di provocare negli individui (al presente) la catarsi, cioè, smuovere quel magma indistinto sul quale non si aveva ancora un controllo e condurre così la mente a una riflessione che a sua volta poteva condurre alla razionalizzazione e infine a una presa di coscienza liberatoria e purificatrice.



Anche la psicoanalisi sfrutta questa diade passato/presente con lo scopo di   far riaffiorare alla coscienza esperienze traumatizzanti precedentemente vissute che generano angoscia. Si potrebbe anche utilizzare la metafora della Favola come una amena conversazione tenuta in un salotto o di pettegolezzo da cortile, mentre la Tragedia come un difficoltoso soliloquio interiore davanti a uno specchio.
È come parlare di corda in casa dell’impiccato. Se la favola di Cappuccetto Rosso viene raccontata sbadatamente alla nipotina nel giardino dove il tenero pitbull aveva sbranato inspiegabilmente la nonna mentre prendeva il tè, allora la favola non è più Favola. È perciò possibile che una Favola per i più, possa essere una Tragedia per pochi. Tento un esempio. Il film Titanic potrebbe avere come incipit di Favola:
“C’era una volta una nave inaffondabile che intraprese il suo primo viaggio con a bordo...”. E tantissimi seguirebbero questa storia raccontabile seduti in poltrona davanti a un camino come se si parlasse di un bel racconto di fantasia nel quale è possibile individuare i principali protagonisti (la nave, i due giovani...) e gli antagonisti (la natura, l’iceberg, il fidanzato possessivo, etc.) e ricavandone una morale che potrebbe essere “diffidare dalle sicurezze promesse della tecnologia” oppure “il vero amore è altruista” o altro ancora.
“C’era una volta una nave inaffondabile che intraprese il suo primo viaggio con a bordo...”. E tantissimi seguirebbero questa storia raccontabile seduti in poltrona davanti a un camino come se si parlasse di un bel racconto di fantasia nel quale è possibile individuare i principali protagonisti (la nave, i due giovani...) e gli antagonisti (la natura, l’iceberg, il fidanzato possessivo, etc.) e ricavandone una morale che potrebbe essere “diffidare dalle sicurezze promesse della tecnologia” oppure “il vero amore è altruista” o altro ancora.

 
Ma per una persona che ha vissuto realmente proprio quella esperienza (anche se oggi non è proponibile dato che si riferisce al 1912 e nessuno dei protagonisti è ancora in vita) o, più probabile, ne ha fatta una molto simile, la riproposizione di quella situazione sarebbe come rivivere la “Tragedia”, vi sarebbe una identificazione o sovrapposizione tra fantasia e realtà.
La “Tragedia” in ambito filmico è perciò qualcosa di definibile solo a livello individuale, è solo il singolo spettatore che può etichettare un film come tragico, essendo la sua visione (non esclusivamente l’aspetto iconico, ma tutto il suo insieme), intimamente insopportabile. La tragedia non muove le corde del sentimentalismo   ovvero, non muove alla compassione ma alla fuga, al non voler vedere. Anche se, quello che è vissuto come “Tragedia” in ambito filmico può avere un lieto fine, ciò che caratterizza il fatto tragico è che a livello individuale non c’è la catarsi positiva finale. Se quello che si vede fa star male, sia perché collocato in un evento nel passato, o perché prefigura una possibilità insopportabile, allora stiamo rivivendo una Tragedia non superata o una paura inconscia. La Favola è un distacco, la Tragedia è un contatto e il contatto è sostanzialmente di natura psicologica.
Ora, potrebbe essere abominevole (sotto molti punti di vista), collocare i film sul nazismo e lo sterminio, sotto il genere “Favole”, ma il paradosso è che per molti, non solo i film, ma la “storia dell’olocausto” è una favola, una invenzione.
Credo che sia innegabile che per chi (per fortuna) non ha vissuto quella tremenda esperienza, la visione di un film sul nazismo (es: Schindler’s list) risulti, anche quando il film vuole essere crudo e violento, una visione che coinvolge sì, ma con un certo distacco, come da un balcone, insomma, da spettatore nel senso stretto della parola. C’erano una volta dei cattivi, ma veramente cattivi... La tragedia non ha una morale, non ha un “messaggio, non ha buoni o cattivi.  la “Favola” sì.
Personalmente, in base a quanto detto, collocherei (come esempi) i film “Un giorno di ordinaria follia” e “127 ore” sotto il genere “Tragedia” non perché trattano di esperienze personalmente vissute (che non ho fatto) ma perché evocano o prefigurano situazioni per me insopportabili. Nel primo caso quello di perdere il controllo e dare sfogo a pulsioni che solo “il buon senso” tenta giornalmente di governare. Nel secondo caso di dovermi trovare intrappolato in una situazione di estrema angoscia claustrofobica senza apparente uscita. Ma, vi è un altro “racconto” per me insostenibile ed è quello in cui il protagonista per insipienza, ottusità, faciloneria per risolvere un pasticcio da lui creato, mette in movimento una serie di eventi che lo conducono inevitabilmente alla propria rovina. Ogni espediente messo in atto per uscire dal pantano in cui si è messo lo fa sprofondare invece sempre di più.
Anche se ironico, propongo (almeno nella prima parte), come esempio, “Fargo” dei fratelli Cohen.



L’altro genere di film è definibile come: “Saggio”. Il “saggio, ovviamente non può essere né una Favola né una Tragedia. Può avere alcune caratteristiche della “Favola” ma non può diventare Tragedia. Il termine “Saggio” è da intendersi dal punto di vista del “regista”. Essenzialmente è l’autore dell’opera che intende proporre il proprio lavoro come un “saggio” della sua visione del “mondo”. I Film “Saggio” non possono cominciare con il classico incipit della “Favola”. O piuttosto, potrebbero avere come inizio una sua deformazione “C’era una non volta”.
I film “Saggio” sono come un trattato di filosofia dell’Essere, in definitiva prodotti alquanto cerebrali. Questi film sfidano lo spettatore a giocare a palla con il proprio cervello, a dipanare il bandolo della matassa, ammesso che esista, e qualora sia possibile individuarlo, a seguirne il filo ammiccando che non resteranno ingarbugliati. Sono i classici film che affascinano in quanto se da un lato sembrano voler strizzare l’occhio allo spettatore, considerandolo “all’altezza” della proposta, dall’altro lo fanno sentire spiazzato e spaesato e anche un po’ stupido, perché il nucleo risulta sfuggente. Paradossi, allegorie, labirinti, citazioni, citazioni di citazioni, contrattempi e stonature sono gli ingredienti principali di questi film.
Tre per tutti: Twin Peaks e L’Anno Scorso a Marienbad, Eyes Wide Shut.
Sintetizzando: i film “Favola” sono quelli che attraverso un facile sentiero ci conducono piacevolmente alla meta in una giornata di sole. I film “Tragedia” si presentano, non per tutti, come una difficile arrampicata ostacolati dalle asperità del cammino. I film “Saggio” ci invitano ad entrare in quello che si rivelerà essere un labirinto, difficile trovarne l’uscita. A che serve tutto ciò? Solo (forse) a collocare gli spettacoli nei rispettivi cassetti del cervello.