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martedì 14 settembre 2021

IL GACCIONE “TEATRALE”
di Federico Migliorati
 


Nei dialoghi sferzanti di Mahnattan, gli anni Novanta messi alla berlina.
   
È un linguaggio scabro e tagliente, essenziale e diretto quello che connota  Manhattan, volume dato alle stampe ormai diversi anni fa dallo scrittore Angelo Gaccione per le edizioni dell’Atelier Onesti, con una pregevole postfazione di Roberto Roversi. Già per il poeta Giorgio Caproni e prima di lui, per citare un altro nome, per il filosofo Jacques Lacan s’imponeva il discorso sulla difficoltà della parola, talvolta incapace o inadatta a raggiungere l’obiettivo di delineare pienamente il significato di un elemento. Fior fior di poeti hanno poi operato un’opera di scarnificazione della parola stessa, Ungaretti su tutti: Gaccione con questi brevi: Racconti minimi per il teatro (come recita il sottotitolo del volume) porta allo scoperto tramite una sferzante opera di concisione e ‘sottrazione’ (ecco il Calvino redivivo) mali endemici della nostra società, come la droga, la prostituzione femminile e maschile, la violenza anche familiare. Sono brevissimi dialoghi in cui emerge tra l’altro una sorta di incomunicabilità tra i sessi, i quali, un po’ come accadeva nei romanzi di Tondelli (siamo del resto nello stesso periodo), si orientano verso un’esperienza puramente effimera e fuorviante del piacere sessuale, quando non in direzione di una ricerca spasmodica del successo e della celebrità scavalcando ogni regola della convivenza civile. La lingua adottata da Gaccione che, lo ricordiamo, è anche drammaturgo e quindi sa ‘maneggiare’ con maestrìa gli strumenti del genere teatrale, è senza fronzoli o barocchismi: leggendo Manhattan si assiste a dialoghi crudi e talvolta infarciti di quella volgarità tipica del mondo giovanile, il tutto strumentale a mettere in scena la depravazione, l’afasia, la confusione identitaria sessuale, il variopinto e talvolta sboccato microcosmo adolescenziale in quegli anni Novanta (a tale periodo risale la concezione e la stesura del volume in oggetto) in cui si entra in una postmodernità da società liquida conseguente al crollo delle ideologie. Ha ragione Roversi quando parla di “libro strano” che aggetta su frammenti, su tessere sparse di un mosaico, ricomposte a mano a mano che le conversazioni raggiungono l’excipit che vive di “un moto e una tensione” sempre più percussivi, per dirla ancora con il poeta bolognese, in cui tutto viene lasciato aperto.
 
Angelo Gaccione
Manhattan
Atelier Onesti 1995
Pagg. 98 Lire 15.000
Postfafazione di Roberto Roversi