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sabato 11 settembre 2021

LA RUSSIA GREEN CHE VERRÀ?
di Paolo Calzini


Mosca assediata dallo smog
 
Il rilievo dato al tema della transizione ecologica, attualizzato dagli effetti devastanti del riscaldamento climatico sottolinea l’urgenza di affrontare in concreto una minaccia, giudicata, in prospettiva, secondo il parere presso che unanime degli scienziati del settore di carattere esistenziale. Le prese di posizione allarmate adottate in occasione dei negoziati fra stati nell’ultimo decennio, cui non hanno fatto seguito iniziative vincolanti, sottolineano la incapacità di dar vita a una governance climatica su scala globale. La Russia, al quinto posto fra i maggiori responsabili di emissioni di ossido di carbonio, si è distinta in tutti questi anni per una manifesta riluttanza nell’affrontare i compiti che gli competerebbero in materia di politica ecologica. Mosca firmataria della carta di Parigi del 20\15, ratificata solo nel 2019 si è impegnata di recente ad avviare un processo di regolamentazione, a riprova di quanto faticosamente vada prendendo avvio la consapevolezza dell’urgenza del problema. 



Il ritardo del regime russo e della società nel suo insieme, dal mondo degli affari a quello della cultura, nell’affrontare il problema ambientale suggerisce, a premessa, una constatazione di ordine generale. La posizione del paese, in larga misura situato nell’area settentrionale dell’emisfero, e quindi esposto a una clima corrispondente alla sua collocazione  geografica, porta a considerare istintivamente un aumento della temperatura un fenomeno non necessariamente negativo. Ai vantaggi per la popolazione   di fruire di un clima più tiepido, si aggiungerebbe l’ampliamento a nord di spazio disponibile per la produzione agricola, componente non secondaria  dell’economia nazionale. Non diversamente dall’opinione pubblica occidentale, d’altra parte anche quella russa è portata a vivere, prescindendo dai costi per l’ambiente, in un “eterno presente”, influenzata come è, dalla campagna dei media sottomessa all’imperativo della crescita. Un certo attaccamento ai valori della natura, componente tradizionale della spiritualità  russa, messa a dura prova negli ultimi  anni dall’incuria del territorio, non può molto nel confronto con l’ideologia dello sviluppo, in nome della modernizzazione. A pregiudicare la situazione sotto il profilo ecologico  contribuisce pesantemente, inoltre, la dipendenza strutturale della Russia dal massiccio ricorso alle fonti fossili, sia per uso domestico che per l’ esportazione. Anche nell’ ipotesi più favorevole di riuscita del programmato cambio di indirizzo, si calcola che la disponibilità di energia rinnovabile potrà assestarsi a non più del 2,5 del totale entro il 2o35. A promuovere l’avvio a un nuovo corso, è stato lo scorso aprile, in occasione dell’annuale discorso alla nazione Putin, individuando nella soluzione dei problemi legati all’ambiente le condizioni di progresso per il futuro del paese. Le motivazioni di una linea d’azione, che se portata  a compimento potrebbe risultare carica di implicazioni  politiche oltre che economiche, sono sia di natura domestica  che internazionale. La transizione da una presa di posizione di principio a una iniziativa di effettivo di rinnovamento di un regime caratterizzato, pur in una condizione di mantenuta stabilità, da crescenti sintomi di sclerosi e di inefficienza (tasso annuo di crescita 1%) costituisce un compito di prima grandezza. Il radicale rinnovamento di un apparato amministrativo segnato dalla corruzione, che soffoca l’economia orientata prevalentemente ai consumi, spinge a privilegiare forme di energia verde, condizione indispensabili per la fondazione di una economia sostenibile. Si tratta di un  indirizzo necessario per assicurare ai settori che guardano al mercato mondiale un grado di competitività nel campo dei beni industriali, per compensare il previsto ridimensionamento del 20% delle esportazioni di  prodotti energetici  il cui contributo è risultato in tutti questi anni cruciale per il bilancio dello stato. Se, e in che termini, considerati i limiti operativi di un regime autoritario  connotato da un accentuato grado di inefficienza, il nuovo corso sarà in grado di procedere sulla via del progresso e dell’emancipazione in campo  ambientale, è difficile prevedere. Nel merito dell’interrogativo, tenuto conto della realtà del quadro politico russo, risulta realistico limitarsi solo a un auspicio. A modificare l’atteggiamento del Kremlino, retto da un élite reticente ad affrontare le conseguenze di un processo innovatore di questa portata, potrebbe influire, oltre che sulla prospettiva di un effettivo ammodernamento del sistema produttivo, anche sul prevedibile successo di immagine sul piano internazionale. Una Russia disposta ad agire alla pari con Europa, Stati Uniti e Cina promuovendo un intervento risoluto, ascenderebbe allo status di attore responsabilmente partecipe (stakeholder) nella gestione  di un ordine mondiale fondato sulla sicurezza comune. Il riferimento, a questo proposito, a una politica di cooperazione, registrata nel recente summit Biden-Putin è sintomatica, se non altro, della condivisa consapevolezza della responsabilità delle super potenze nucleari di fronte alle conseguenze causate dall’impotenza dimostrata dalla comunità degli Stati nell’affrontare la questione ambientale. L’aver individuato come motivo di impegno, a prescindere dalle tensioni politico-ideologiche, un ambito che per la sua specificità si presta in linea di principio a una fruttuosa interazione, va salutata positivamente. Anche se un’azione limitata alla dimensione  ambientale lascerà insoluti gli altri problemi alla base delle rivalità fra Mosca e Washington, si tratterebbe di una iniziativa in grado di aprire uno spiraglio nel muro di ostilità che domina i rapporti fra le parti, a tutto vantaggio della stabilizzazione del quadro internazionale.