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mercoledì 29 settembre 2021

NOTA AL DIZIONARIO MARX ENGELS   
di Carlo Sini                                                       

Marx ed Engels
 
Il filosofo Carlo Sini sul volume a cura di Fulvio Papi
nella recente edizione Hoepli
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Un Dizionario è ovviamente un esercizio di scrittura alfabetica a partire dalla immaginaria “cosa” che ne è oggetto: le parole ridotte a lemmi. Che le parole possano essere isolate e tradotte in segni grafici linearmente progressivi, cioè alfabeticamente intesi, dipende appunto dall’averle tra-scritte secondo una logica precisa di scrittura, ovvero secondo un esercizio “materiale” della mano, dell’occhio, del supporto, dell’inchiostro, della compitazione e della lettura sonora o silenziosa e così via. Per un soggetto precocemente alfabetizzato tutto questo è facile dimenticarlo o non diventarne mai neppure adeguatamente consapevole. È la pratica della scrittura, con la sua logica operativa, che produce “letteralmente” parole-lemmi e l’illusione di “significati” in sé delle parole, “ontologicamente” o realisticamente intesi. Il fatto di scrivere è assunto infatti come un modo per costruire parole-cose oggettive, costanti, collettivamente e universalmente condivise, sottraendole alla interpretazione arbitraria o, come si dice, “soggettiva”. Per esempio, come è di fatto accaduto, scrivere le leggi che governano la vita di una comunità per evitare che, con la scusa della tradizione, del “si è sempre fatto così”, alcuni prepotenti ne pieghino di volta in volta il senso a loro vantaggio. L’esito effettivo di questa iniziativa di scrittura non è evidentemente l’astratto riconoscimento di un significato “oggettivo” delle norme viventi, operanti quotidianamente in una comunità: un significato che non è mai esistito prima astrattamente in sé. È appunto il lavoro della scrittura che produce di fatto l’idea di una oggettività permanente dei significati in quanto scritti e come tali riconosciuti “politicamente” dai lettori: questo il suo pregio e anche il suo limite. Di fronte all’arbitrio sfacciato la legge scritta è un riparo efficace, ma anche limitato. Anzitutto perché lo scritto non parla da sé ed esige interpretazioni, come si dice, “discutibili”; e poi perché le condizioni di vita cambiano ed è la stessa azione della legalità “scritta” a contribuire a promuovere il mutamento.


Il filosofo Carlo Sini nel suo studio

In linea generale le scritture sono mappe operative seguendo le quali certi esiti dell’azione risultano garantiti. La linea azzurra sulla destra dice che, in quella localizzazione, troverete un fiume: contateci. Perché, come, a qual fine, con quali emozioni, speranze e timori quanto al fondo sostanziale della vostra esperienza di cammino è del tutto cancellato: non è affare della mappa. Anche il dire della parola orale stabilisce a suo modo una intesa intersoggettiva, e in questo senso una comunicazione “sociale”: «Se tieni la destra, troverai un fiume, che, in questa stagione, è abbastanza guadabile…». A questa trasmissione confidenziale la scrittura aggiunge l’irresistibile e peculiare effetto-pretesa della “oggettività” e della “realtà in sé”: così è scritto perché la cosa sta così. Salvo errore e salvo inganno, ovviamente. La scrittura “sospende” il corpo vivente del locutore e gliene assegna un altro: il corpo grafico impersonale, universale, oggettivo, con la relativa credenza epistemologicamente fondata.
C’è insomma una differenza rilevante tra “che cosa ha detto in verità” (per esempio Marx) e “che cosa ha scritto in verità”. Nel primo caso siamo affidati a una memoria vivente (a partire dalla memoria dello stesso Marx, che potrebbe manifestare dubbi, oscillazioni, addirittura errori); nel secondo caso disponiamo invece di una memoria “strumentale” con le sue tracce oggettive (dallo scritto ad altri sistemi “tecnici” di registrazione). È facile allora ravvisare tutti i meriti della scrittura (in ogni senso intesa), legati alla sua funzione conoscitivo-analitica, sulla quale funzione non è lecito dubitare. Per esempio possiamo render noto quante volte e dove Marx ha scritto nelle sue opere la parola ‘essenza’, in quali contesti e in quali relazioni (cosa di cui lui stesso non ha certo memoria né coscienza) ed è ovvio che il saperlo apre a considerazioni importanti.
Tuttavia il sapere mostra la sua grande efficacia nel “che” (universale, impersonale e verificabile: “il sole spunta per tutti a Oriente”), ma nel contempo mostra anche l’estrema fragilità circa il “che cosa”, il “come” e il “perché”, ovvero in relazione a ciò che spesso indichiamo con l’espressione “il contesto”, che appunto non è affatto un testo, ma qualcosa cui alludiamo con espressioni come “il vissuto”, “l’esperienza vivente”, “l’interpretazione personale”, “il mondo circostante” ecc. Qualcosa infine che sta nel più profondo del dire, e conseguentemente dello scrivere, e che nel dire incontra sempre e soltanto la sua imperfetta e irresolubile manifestazione contingente; ovvero, come diceva Peirce, la sua mobile interpretazione e il suo rimando illimitato o infinito.


Il filosofo Fulvio Papi alla scrivania

Nelle sue considerazioni introduttive al Dizionario Fulvio Papi ne fornisce una consapevolezza tanto profonda quanto rara e preziosa. Ricorda il desiderio che fu primo motore di tutta l’impresa: combattere il “marxismo popolare” del sessantottismo ignorante, ideologicamente rozzo e primitivo, approssimativo e violento: ho vissuto quei tempi e comprendo bene ciò a cui Papi allude, sebbene ovviamente a modo mio, ma quanti oggi sono in grado di farlo? Papi sa anche bene che i suoi stessi collaboratori e compagni di lavoro vissero a loro modo il grande e virtuoso progetto e che questa situazione accompagna irrimediabilmente ogni azione collettiva. Le nostre azioni accadono, diceva Nietzsche, in una atmosfera vaga, incerta, opaca, e così le “mode” culturali imperscrutabilmente cambiano: nella nuova esplosione di interessi verificatasi dopo il Sessantotto nei confronti di Heidegger, dell’ermeneutica ecc., che cosa hanno veramente detto o scritto Marx ed Engels cade fuori dalla domanda generale vivente, non provoca più polemiche culturali e politiche, scontri di idee al calor bianco e così via. Nell’insieme uno spettacolo piuttosto desolante, che negli ultimi decenni, con la progressiva trasformazione della cultura in esibizione mass-mediale, sembra essere sempre più diffuso.
Ma che cosa infine è una parola, nella sua astrazione intellettualistica e sostanza immaginaria? Forse il punto d’incontro e di emergenza di innumerevoli vicende, di incalcolabili storie, di azioni e reazioni contingenti e costanti in continuo movimento. Il Capitale di Marx analizza e descrive un sistema produttivo, dei rapporti sociali e delle conseguenze politico-economiche; ma nel frattempo, osserva Papi, nel suo tempo e successivamente nascono nuove tecnologie, efficaci e potenti; nascono nuove figure, nuovi ruoli lavorativi, quindi altre e impreviste relazioni tra nuovi ceti sociali, quindi riflessi economici e politici partoriti dalla mutata situazione, nuovi modi della contesa pubblica, con conseguenze anche nella vita privata e nelle relazioni di genere, di cui la comprensione sociale proposta dal Capitale è stata certo un fattore innovativo a sua volta rilevante… Bene, non dobbiamo allora dire lo stesso a proposito del progetto di un Dizionario? Non nasce anch’esso da situazioni e interessi storicamente e quotidianamente mutevoli? Non è uno strumento di produzione della cultura che ha una sua storia, che ha avuto una nascita precisa in un mondo storico definito, e che forse un giorno morirà? Così possiamo imparare a comprendere le profonde avventure di un libro, quelle della nascita e oggi quelle della sua ripetizione a distanza di 38 anni. Il mondo è cambiato e così gli autori e il senso collettivo delle parole: Papi ne è lucidamene consapevole. Ma qualcosa della prima emozione vivente, con il suo politico intendimento, è tuttora presente al fondo della trasformazione. Vorrei ricordarlo con le parole stesse di Fulvio Papi, che sono in proposito perfettamente adeguate (e per me largamente illuminanti e pienamente condivisibili).
«In generale credo occorra liberare la considerazione della tradizione marxista dalle affettività troppo violente. Abbassare il tono emotivo è utile anche per sopportare con chiarezza intellettuale quell’enfasi delle congiunture che, sull’onda di opinioni di massa, decidono morti, superamenti e resurrezioni di autori, dottrine e teorie (spesso degne della più alta considerazione, per ragioni profondamente diverse). L’oggettività di un dizionario potrebbe forse aspirare a una terapia della volgarità. Rendere controllato e controllabile il rapporto con un lessico dovrebbe educare al sospetto sull’uso delle parole. In questo senso particolare il dizionario è un’opera critica» (Op. cit., p. XIX).



 
 
Dizionario Marx Engels
A cura di Fulvio Papi
Hoepli Ed. 2021
Pagg. 412 € 37,90