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martedì 23 novembre 2021

LA FINE DELLA STORIA
E LA FINE DEL NOSTRO MONDO
di Franco Astengo

 
“Le Monde diplomatique” nell’edizione italiana di novembre ospita un articolo di Evelyne Pieller, “La politicizzazione della nostalgia”, sui cui contenuti vale la pena di riflettere. L’autrice si colloca sulle tracce di Oswald Spengler e del suo Tramonto dell’Occidente tracciando un quadro che può essere riassunto riproducendo il “catenaccio” con cui la rivista completa il titolo dell’articolo: “L’idea che il nostro mondo, o meglio la nostra civiltà, stia per finire è nell’aria. E non solo a causa del cambiamento climatico, Chi concorda con questa deplorazione, ancestrale, tende a incolpare la ragione universalista, che separa l’uomo dal resto dei viventi e sostituisce l’inscrizione nel concreto di una terra e di un gruppo con una democrazia astratta. Nozioni che per alcuni non sono più appannaggio dell’estrema destra.
In questo modo con la separazione dell’uomo dal resto dei viventi si compirebbe la parabola della teoria della “fine della storia” che coinciderebbe con l’idea della “fine del nostro mondo”. Da molte parti si riflette sulla diversità di intrecci che si stanno determinando rispetto alla visione tradizionale della “teoria delle fratture” (struttura e sovrastruttura) e si finisce concludendo che non rimane altro che “sospirare il passato”, arrenderci all’esistente e ai dettati imperativi della comunicazione mainstream ammettendo che “il nostro mondo è perduto” e magari davvero “si stava meglio quando si stava peggio”. Così un presunto progressismo si allinea alla destra all’interno di una sorta di teoria della catastrofe.
Nel corso di questi mesi di emergenza sanitaria si è anche cercato di discutere intorno alla possibilità di elaborare un progetto di “società sobria” intesa proprio come soggetto di prosecuzione della storia: forse quell’eventualità potrebbe essere già superata e un nuovo modello di vita ci sarà imposto dai fatti e dal governo assoluto della tecnica inteso come la fine della democrazia così come questa è stata concepita in una certa parte del mondo.



Non possiamo e non dobbiamo permettere che la “fine del nostro mondo” coincida appunto con la “fine della storia” confluendo in nuovo ordine del tipo di quello descritto da Kurzweil quando prevede (per la fine di questo secolo) un “futuro in cui le macchine intelligenti saranno umane, anche se non biologiche e avranno corpi virtuali all’interno di realtà virtuali.
A quel punto, secondo l’autore, gli esseri umani vivranno individualisticamente all’interno di realtà virtuali e il destino del genere umano sarà quello della “Singolarità”.
Se vogliamo contrastare l’affermarsi definitivo dell’egemonia della forza basata sull’esclusività del dominio della tecnologia e della conseguente concentrazione di potere basato sul dominio dell’immateriale sul singolo bisognerà dunque prometterci di “cercare ancora”. L’interrogativo più pressante appare allora quello dello stabilire se saremo in grado di disegnare una nuova collettività, un ruolo della “Cosa pubblica” (inteso come “stare assieme”): quella che abbiamo definito “Stato” e/o “Sovranazionalità” proponendo un’alternativa, un “socialismo della finitudine” (per André Tosel “comunismo della finitudine”) e che adesso, senza richiamare necessariamente le “magnifiche sorti e progressive” potremmo provare a intitolare al “socialismo dell’orizzonte” utilizzando per definirne il pensiero d’origine l’inedita categoria dell’ “ottimismo della ragione”.
Non servono voci figlie della catastrofe. Si può pensare di poter “cercare ancora” per trovare vie di nuovo sviluppo per modificare le grandi storture della modernità. Nel momento ci troviamo davanti alla necessità di un ripensamento generale. Una riflessione rivolta al globale posta ad un livello che non avremmo mai immaginato e che potrebbe essere indicato come “di civiltà”. Sarà soltanto in quella dimensione, di vera e propria ridefinizione del concetto di civiltà che si potrà rispondere a quegli “infingimenti scenici” che nascondano il solito egoismo vorace dei più forti. Si tratta di trovare assieme la sede di una riflessione e di ricerca di una strada utile anche per adeguare la nostra pratica perché abbiamo disperato bisogno di ritrovare tutto il pragmatismo necessario per affrontare le lotte del giorno per giorno che, beninteso, continuano.