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lunedì 22 novembre 2021

Libri
PONTI E CRIMINALI
di Angelo Gaccione

 
La vergogna criminale del crollo del ponte sul Polcevera il 14 agosto del 2018 in quel di Genova con i suoi 43 morti, una decina di feriti e oltre 600 sfollati, è una delle tante stragi che hanno insanguinato l’Italia dal dopoguerra ad oggi. Ciò che è avvenuto col Ponte Morandi, statene certi, continuerà impunemente per quella perversa saldatura che è andata a costituirsi nel tempo fra malagiustizia e malapolitica e non pagherà nessuno, come avviene d’abitudine nel nostro Paese. È avvenuto costantemente sotto ogni genere di governo: sotto quelli democristiani e sotto quelli di centro-destra; sotto quelli di centro-sinistra e delle larghe intese; sotto quelli che comprendevano il coinvolgimento di partiti cosiddetti “radicali” e con quelli che ha visto assieme la cloaca leghista e l’opportunismo miserabile dei Cinque Stelle. Tragedie sempre annunciate, sempre segnalate da Comitati di cittadini, inchieste giornalistiche e sempre prese alla leggera da chi è tenuto a vigilare, a provvedere, a farsene carico, e da chi, quando è necessario, dovrebbe far scattare le manette. Ma non avviene quasi mai, e i morti restano senza giustizia e beffati. Assistiamo alla solita passerella di autorità che esibiscono la loro contrita ipocrisia davanti alle telecamere, le loro banali frasi di circostanza, e poi tutto scivola nel dimenticatoio in attesa dell’ennesima prescrizione giudiziaria. Tragedie annunciate che lasciano il segno non solo sui familiari delle vittime, ma sulla parte più onesta e indifesa del corpo sociale. Del corpo sociale fanno parte gli oppositori del saccheggio e dello sfregio del territorio, e qualche volta anche alcuni decenti poeti. Fra questi rari decenti poeti dobbiamo annoverare il calabrese Alfredo Panetta che con i suoi 43 “pilastri poetici” – tanti sono i testi che compongono la raccolta Ponti sdarrupatu (Il crollo del ponte), pubblicata dalle edizioni Passigli di Bagno a Ripoli – lancia il suo perentorio j’accuse. Quarantatré pilastri poetici, quante sono state le vittime del crollo. È un j’accuse duro, doloroso, corale, dedicato alle vittime e che delle vittime raccolgono le voci. Parlano in prima persona i trapassati, come nel poema dantesco, e parlano i sopravvissuti per dar loro voce. 



E in questo modo brandelli di vita emergono a comporre un album fatto di mestieri, luoghi, aspirazioni tradite, scampoli di affetti e di umanità. Ogni testo si chiude con una dedica perché la memoria dello scomparso non venga dispersa. Sono testi poetici di una dolorosa e laica via crucis che Panetta ha composto nella lingua dialettale della sua terra d’origine, la lingua musicale ed espressionista della Locride come per le altre precedenti raccolte. Portano la traduzione in lingua italiana a fronte per la necessaria fruizione del lettore, di ogni tipo di lettore, ma va detto che la versione italiana di Ponti sdarrupatu ha una sua dignità e bellezza, una forma conchiusa in sé, e non vuole essere affatto una semplice traduzione di servizio. Nella lettera che accompagna il libro Panetta lo ribadisce chiaramente: “Il testo in italiano non è assolutamente una traduzione di servizio”. Tuttavia, chi il dialetto lo riesce ad interpretare, potrà apprezzare fino in fondo la ricchezza poetica di una parola che si fa immagine e di una immagine che si rivela come suono. Un suono che nessuna traduzione può eguagliare, come avviene per qualunque originale rispetto alla traslazione in un’altra lingua. Ponti sdarrupatu è anche un libro fortemente politico perché l’accusa di Panetta prende di petto “il dissesto delle nostre infrastrutture e del territorio in generale”, e fa un preciso riferimento “anche alla natura predatoria dell’uomo e all’incapacità di prendersi cura di ciò che egli stesso costruisce”, come scrive sempre nella lettera. È una consapevolezza etico-politica senza ambiguità questa di Panetta, e i suoi sono versi schierati. È probabile che faranno storcere il naso a più di uno; consiglio costoro di andarsi a leggere la poesia “Figli dell’epoca” del premio Nobel Wisława Szymborska e non perché “anche le poesie apolitiche sono politiche”, ma perché “Ciò di cui parli ha una risonanza, /Ciò di cui non parli ha una valenza / in un modo o nell’altro politica”. Lo sapevamo da sempre dai classici, e lo sappiamo dal Novecento; lo sappiamo attraverso il pensiero del filosofo francese Jean-Paul Sartre: “Ogni parola ha conseguenze. Ogni silenzio anche”.

 

Alfredo Panetta
Ponti sdarrupatu
Il crollo del ponte
Passigli Edizioni 2021
Pagg. 192 € 18,50