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mercoledì 16 febbraio 2022

Gli scrittori e le città
ROMA, LE ACQUE DEL BAROCCO
di Gabriella Galzio

Tramonto su Roma
 
 
muta muta la mia aurea pelle di drago
nessa del tempo la prima corolla del cranio
bucai nella luce e il cielo fu fuoco passeri sfiammanti            
Gabriella Galzio, Ishtar dagli occhi colmi
 
Vorrei narrarvi un sogno numinoso che feci anni fa e che rimise in moto la mia psiche impantanata. Al centro di una grande fontana barocca, solare come quelle che si trovano a Roma, con i mostri marini, a Piazza Navona, o celeste come l’acqua della Barcaccia ai piedi di Trinità dei Monti – adagiata su un gruppo di scogli, si vedeva una madonna morbida e venusiana, la cui parte inferiore del corpo si avvolgeva in spire intorno agli scogli. Essa era chiamata Madonna del Ti-a’mat.
Così, ancora avvolta dalle spire, (in-spirata) dalla bellissima dragonessa, vado alla ricerca di questo mito e cosa scopro? Che nel sud dell’Arabia, la Dea madre Tiamat era assimilata ad Ishtar. Rimango stupefatta. Il sogno pareva volesse tornare a indicarmi una direzione di ricerca già indicatami dalla poesia e culminata nel libro Ishtar dagli occhi colmi, con particolare riferimento alla muta della pelle (ed eterna giovinezza) della dragonessa - nei versi “muta muta la mia aurea pelle di drago/nessa del tempo”. Ciò che sogno e poesia mi invitavano a indagare era il fulcro mitico sumero-babilonese incentrato su Ishtar prima e su Tiamat prima ancora. Già altrove avevo chiamato “rimonta mnestica” questo trapassare strati e strati di storia per giungere a toccare la materia incandescente della civiltà, quella materia prima che possiamo tornare a plasmare. Al pari del sogno, infatti, la scrittura, quella poetica in particolare, la mitopoiesi per eccellenza, costella i movimenti profondi della psiche in transe-formazione. L’ispirazione poetica o transe poetica imprime appunto quell’azione dinamica sulla psiche che la porta a cambiare forma; tale per cui, a valle della versificazione, la/il poeta non è più la stessa persona. Ho fatto questa breve digressione per significare come il sogno, la poesia, il mito entrino in maniera fondante nel flusso trasformativo profondo della vicenda esistenziale di chi scrive.


La fontana dei quattro fiumi
Bernini

Ma l’interrogativo che qui mi intriga è perché mail il sogno avesse scelto come sua ambientazione proprio Roma, e più precisamente quel capolavoro del Bernini – la fontana dei Quattro Fiumi - che campeggia al centro di Piazza Navona. Forse una delle ragioni verosimili è che l’anima - come affermò Eraclito nei suoi frammenti, e Hillman due millenni dopo nel suo La politica della bellezza - si nutre d’acqua, e così i sogni che dall’anima sgorgano copiosi. Chi passeggia per Roma incontra un tripudio di acque che scorrono, dal lungofiume alberato del Tevere alle scenografiche fontane, tipicamente la felliniana Fontana di Trevi; dalle più intime fontanelle, come quella delicata delle api da cui l’acqua è “fischiata” in una conchiglia bivalve, a quei simpatici e popolari nasoni la cui acqua scorre fresca a volontà…
E prossima all’acqua nasce l’arte del barocco, con le sue curve e sinuosità così affini all’ondosità dei flutti… forse senz’acqua, nemmeno il barocco sarebbe stato così scrosciante e generoso. Con il ’600, infatti, Roma viene arricchita di abbondanti acque tramite la riattivazione di un formidabile acquedotto, quello che Traiano aveva costruito per alimentare la città. Quella che a Roma è conosciuta come “Acqua Paola” si trova sul Gianicolo in una delle fontane più belle e più ricche di acqua. E il grande bacino antistante dove l’acqua si riversa in abbondanza, non a caso è stata scelta da Sorrentino tra le immagini di apertura del suo film “La grande bellezza”. Ma pensate anche all’acqua celeste della Barcaccia adagiata ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti, creata da Bernini padre, e portata – così si narra – da una piena del Tevere e lì lasciata sulla piazza dopo che le acque del fiume si erano ritirate. Come un dono, o una celeste apparizione. Scenografiche apparizioni, come quella di Villa Doria Pamphili sul Gianicolo, che si estende su un terreno ampio e scosceso di cui l’architetto ha saputo sfruttare i dislivelli ottenendo suggestivi effetti scenografici con le ornamentazioni arboree. O anche solo quelle facciate barocche, concave o convesse, che d’improvviso vi si aprono davanti facendo ingresso in una piazza; o più sontuose, nel loro abbraccio ecumenico come quello offerto dal grandioso colonnato nell’ellissi di San Pietro. E sarà Gian Lorenzo Bernini a conferire a Roma una visione movimentata di grandezza.


Sant'Agnese in Agone

Adoro seguire il filo rosso di quella magnificenza barocca che da Roma ha irraggiato la penisola, transitando per il fine ricamo del barocco leccese, fino all’ultimo lembo della Sicilia sud-orientale degli inizi del ‘700: gli effetti prospettici e gli sfondi naturali creati attraverso scalinate e ampiezza delle vie a Noto, o una seconda scalinata di Trinità dei Monti arrampicata in alto tra i giardini, a balze verso il prospetto convesso del Duomo di San Giorgio a Modica. Tra i maggiori esponenti del barocco siciliano che contribuì alla ricostruzione del Val di Noto dopo il terremoto, l’architetto Rosario Gagliardi non a caso ebbe forti collegamenti con il barocco romano del Borromini, il quale, ricordiamo, aveva lavorato alle dipendenze del Bernini e aveva avuto con lui più di un motivo di contesa; non in ultimo proprio la famosa impareggiabile architettura barocca di Piazza Navona che fu ugualmente portata a compimento dal Bernini malgrado la sua iniziale esclusione dal concorso tra gli architetti dell’epoca. Alla fine anche il papa (Innocenzo X) dovette capitolare, e come ebbe a dire lui stesso: “Questo disegno non può essere d’altri che del Bernini /_…_/ E bisognerà pure servirsi di lui, a dispetto di chi non vuole, perché bisogna non vedere le sue cose, per non porle in opera”.
Opera del Borromini, maestro della facciata concava, fu poi comunque la Chiesa di S. Agnese con il suo prospetto a dolce curva che aggetta sulla fontana del suo acerrimo avversario. Una contesa senza esclusione di colpi, se il Borromini informò il papa che l’acqua non poteva fluire dalla fontana. Ma Bernini che ne venne a conoscenza, tenne appositamente chiusi gli sbocchi di emissione. E solo all’ultimo, quando il papa era ormai in procinto di lasciare la piazza, diede il via libera al fragore di uno scroscio di acqua irrompente a completare la visione sonora del suggestivo fontanone dei fiumi.  

   

Trinità dei Monti

Non può stupire, dunque, che il sogno abbia scelto per le sue ambientazioni proprio quello stile architettonico che aveva lo scopo di sorprendere e stimolare l’immaginazione. Proprio le sue figurazioni curvilinee e persino le sue mostruosità che affondano nel mito arcaico teromorfo avvincono l’anima nelle sue peregrinazioni. Come quando nel mezzo della Piazza Barberini si incontra leggera, slanciata, elegante, la Fontana del Tritone, opera dell’architetto che dalle difficoltà traeva motivo di ispirazione. Bernini non poteva disporre che di un filo d’acqua per realizzare la fontana. E allora sprigiona quel Tritone, con la faccia rivolta al cielo, che sollevando ambedue le braccia accosta alla bocca una conchiglia cui dà fiato sprizzando un alto zampillo che cade nelle due valve aperte di un’altra conchiglia. Un capolavoro d’ingegno cui faranno eco i versi di D’Annunzio: “Su la piazza Barberini/ s’apre il ciel, zaffiro schietto. / Il Tritone de ‘l Bernini/ leva il candido suo getto”. Persino alla mia più modesta poesia d’esordio era stata riconosciuta una qualità barocca grazie all’esubero delle sue metafore, e così il sogno, in cui forme cristiane trasmutavano in pagane, e da figure classiche tralucevano sopravvivenze arcaiche. Nella scenografia barocca, la città si fa teatro, così nel sogno si fa teatro la psiche, creatura imprendibile nella sua fuga prospettica tra memorie del giorno e archetipi remoti.


La fontana del Tritone
Bernini

Ma dalla memoria arcaica la dragonessa del sogno ci risveglia a civiltà egalitarie millenarie - sopravvissute in certe società indigene - precedenti la nostra, fondata sul dominio, di cui principi e papi della controriforma furono sommi interpreti anche grazie alla magnificenza delle opere dei loro artisti. Mecenatismo e potere sono stati, e sono, un binomio inscindibile, e quando ammiriamo le opere dei grandi dell’arte, non dovremmo mai perdere lo sguardo critico sulla storia del dominio che le sottende. E nella Roma barocca questa storia ha lasciato due testimonianze emblematiche: il Palazzo del Quirinale e il Palazzo di Montecitorio. Due luoghi che nell’incarnare le funzioni del potere politico (il Palazzo) giungono fino a noi – pur nel passaggio da aristocrazia a democrazia - senza sostanziale soluzione di continuità per quanto riguarda il paradigma fondante dominanti/ dominati; due luoghi simbolici che nei recentissimi avvenimenti segnano il declino della rappresentatività delle nostre istituzioni e l’incolmabile divario tra costituzione formale e costituzione materiale. Al Palazzo del Quirinale, concepito per farne la residenza estiva dei papi, dettero la loro opera, in fasi diverse, Flaminio Ponzio, il Mascherino, Domenico Fontana, Carlo Maderno, il Bernini e Ferdinando Fuga. A quest’ultimo si deve il completamento della Piazza da cui si ammira un suggestivo panorama della città fino alla cupola di San Pietro. Anche il Palazzo di Montecitorio, dal 1870 sede della Camera dai Deputati, è opera barocca. Fu incominciato dal Bernini nel 1650 per i Ludovisi, proseguito sotto il pontefice Innocenzo XI per i Pamphili e terminato da Carlo Fontana per Innocenzo XII che lo destinò alla sede dei Tribunali. Sono del Bernini il piano generale e l’idea di dare alla facciata l’andatura curva che ne aumenta la grandiosità (ma non l’accoglienza che avrebbe presupposto una facciata concava).


Sant'Ivo alla Sapienza

Sta alla nostra anima non lasciarsi turbare nella mirabile visione della bellezza dal pensiero mortifero del dominio, viceversa, affideremo alle fontane di Roma e al presidio della dragonessa il bene comune dell’acqua pubblica, quella ancora popolarissima che sgorga libera e generosa dai nasoni di tutta Roma.