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mercoledì 16 marzo 2022

DIALOGO IMMAGINARIO CON JOSÉ SARAMAGO
di Pierpaolo Calonaci

José Saramago

La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce; non pensa a sé, non si chiede se la si veda oppure no.
Angelus Silesius
 
Incontro Josè Saramago seduto su una panchina, intento a osservare l’aquilone che, sebbene legato al dito, indica altre traiettorie invisibili. Mi siedo salutandolo e ringraziandolo per questo incontro immaginario. Risponde con la soavità del poeta, sottolineando che ogni incontro dovrebbe poter contenere, almeno all’inizio, la forma dell’immaginazione, altrimenti si comincerebbe con l’utilitarismo.


Saramago: mi affascina l’aquilone, assomiglia un po’ all’idea che l’Anima aveva per i Greci e che cercavano ovunque, sia nel corpo biologico sia in quello razionale, sia nella natura come nella convenzione. Tuttavia il suo volo non volevano né potevano definirlo o trattenerlo.


Pierpaolo: forse è per questo che non volano più gli aquiloni oggi? Il desiderio di cercare, di scoprire, di comprendere è usato, o meglio, deteriorato, tanto da rendere la vita sotto controllo, sana, prevedibile, sicura, normale insomma, un mero contenitore da riempire col possesso?


S: la razionalità può diventare l’arma da guerra per eccellenza con cui afferrare e stravolgere le parole, i concetti, le idee, il linguaggio, finalizzandoli alla creazione di un nemico, ad esempio. Ovvero annichilire il concetto, l’intuito e la libertà di cui entrambi devono godere in modo da non sospingere la ragione e l’esistenza verso i confini dell’ignoto, del bello, del sapere autentico. Per autocriticarsi e trascendersi. Direi che questa razionalità è cecità. Immagino che tu voglia parlare di quel mio romanzo oramai scritto nel 1995 che s’intitolava Cecità, appunto.


P: beh, sì! È da tanto che aspettavo che l’immaginazione fosse un filo lungo cui poter domandarti un incontro sul senso di quel romanzo. Sai oggi con gli intellettuali non ci puoi parlare mica, li devi solo “ascoltare” secondo quello che ti viene somministrato dai media. Mentre ricordo se volevi incontrare Pasolini, ad esempio, per proporgli un lavoro lo potevi chiamare a casa poiché il numero era sull’elenco.


S: comincerei da qui, quindi, non negando che ci possano essere delle somiglianze tra la mia poesia e la sua. Anche lui lottava contro la cecità - quel sistema di dominio materiale e simbolico, per dirla un po’ accademicamente, che è oramai parte stessa della nostra natura storica – descrivendola, analizzandola e denunciandone gli effetti esiziali sulla vita individuale e collettiva. E, come me, non scappò davanti al suo artiglio.


P: sin dal primo rigo del romanzo il lettore è letteralmente assorbito, come in una spira, dall’idea di capire cosa sia e da dove arrivi questo biancore, questa lattiggine densa che copre gli occhi e poi via via tutta l’esistenza. Tuttavia da questo avvolgimento sembra che non se ne esca poiché, tramite un effetto ditirambico che la struttura linguistica conferisce al testo, con questa cecità si riesce comunque a “vedere” bianco. Si vede quindi?



S: il problema del libro, e il suo senso, è la sua struttura a chiasmo. Se l’approccio al romanzo è quello di volerne ottenere un viatico di tipo parenetico utile alla paura di non farsi colpire da questa “malattia”, rimaniamo nello schema lineare per cui la razionalità serve per difenderci. Suggerisco di pensare che l’inversione prodotta dal gioco letterario sta nello sconquassamento del piano rassicurante della realtà e di tutte le sue presunte sicurezze esistenziali che la “malattia” invece, ecco il chiasmo, potrebbe introdurre nella vita così cristallizzata e pensata; tutti i personaggi del libro vivono un’esistenza “normale” e all’improvviso diventano “ciechi” fino a quando le istituzioni che dovrebbero garantire la cosiddetta sanità e sicurezza, lo stato e i militari, sono avvolti in quel biancore. Qui sta il chiasmo che si manifesta tramite una cecità “vedente”, che viene paradossalmente rifiutata perché non ci rassicura più e che invece, se le stessimo di fronte, squarcerebbe forse la natura stessa della “realtà” in cui siamo imbrigliati, che non è altro che l’abominio della strenua difesa di tutta l’impostazione del problema relativo al modo con cui conosciamo se stessi, la nostra condizione e quella degli altri. Chiamiamo malattia tutto ciò che, da un punto di vista della conoscenza, non vogliamo conoscere.


P: quindi sono resi ciechi o sono ciechi e non lo sanno?


S: È il problema di come conosciamo e di come abbiamo paura di questa avventura dello spirito. Niente di nuovo, lo avevano detto i Greci. Il punto è che lo abbiamo tranquillamente dimenticato, sostituendolo con l’edonismo più squallido. In soldoni, non guardiamo, non ci avventuriamo come se la conoscenza, il sapere, il metodo scientifico fossero delle rivelazioni, rappresentassero un vero e proprio ignotum pelagus che attraversiamo con tentativi fallibili di cui l’errore (che non è conculcare come ha fatto la scuola con l’infame penna rossa) ne costituirebbe la summa. Guarda cosa facciamo dell’Altro, il sublime e solitario Io, questo ignotum pelagus che non ci accorgiamo minimamente di rifiutare e che volentieri uccidiamo. Sarebbe l’errore, se così osservato, a condurci in regioni lontanissime dai nostri assunti, costituiti perlopiù dai falsi Io così seducenti, facendoci toccare con mano (finalmente!) l’umanissima libertà dello smarrirsi, vietata da un sistema di ideologie che crediamo reali e fondate ma che ci conducono dritti a esacerbare l’odio in noi e verso gli altri. Ci affidiamo quindi al regno delle ombre, delle immagini che ivi svolgono la funzione di rassicurazione della propria meschina condizione. Noi facciamo, da ciechi normalizzati, della scienza, della vita, del sapere, delle virtù, della politica una competizione, cercando di definire, in maniera fondativa, dogmatica, universale cosa dover credere. È per questo che l’età moderna non ha più il gusto dell’ignoto in cui, peraltro, l’essere, cioè l’io come ente finito e l’Essere, sono una sinonimia. Cecità è questa sinonimia, come fu l’Hybris. Lo osservo questo fenomeno di consunzione liminale nell’uomo dispiegarsi attraverso la prepotenza della tecnica e della tecnologia. L’età delle scoperte, pur nelle sue enormi contraddizioni, fu tale non perché avesse una tecnica come fine a sé stessa ma in quanto l’idea dell’ignoto era presente.


P: L’ignoto come paradigma e metafora del “Conosci te stesso” partorito dal “sapere di non sapere”.


S: cos’era quel sapere di non sapere se non la negazione e il rifiuto di ogni sua pretesa, di ogni condizione che guardi alla conoscenza come dominio?


P: Insomma, la cecità non è un prodotto moderno …


S: Direi proprio di no, l’analogia con la medicina è inequivocabile e esemplificativa. Nel romanzo l’ho messa quasi all’inizio proprio per questo. La medicina antica educava il soggetto a conoscere le cause e i sintomi da cui era affetto, spingendolo verso quelle regioni sconosciute di sé stesso in cui era altamente probabile risiedessero le cause. Vedi che alla base essa aveva una struttura circolare, eidetica, ontologica dell’esistenza. L’opposto della struttura positivista della medicina moderna, per cui il sapere medico dice cosa, come, quando e perché credere che quello che accade, accade in via di un principio di “verità”; il quale è pronunciato, gestito, somministrato e organizzato dalla terapia. Ecco, questa circolarità infausta è cecità perché distrugge l’eidos, l’ignoto della cui sostanza è fatta l’esistenza. È Hybris, come ammonivano i Greci e tutta la tragedia classica. Infatti quando uno dei primi individui colpiti da questo biancore si rivolge ad un oculista, quest’ultimo non sa rispondere. Non soddisfatto, il medico cerca nei suoi libri, nelle sue reminescenze accademiche la causa ma nulla; certo arriva a ipotizzare che si tratti di amaurosi ma il dettaglio che questa si manifesti, sintomatologicamente, con il colore bianco, ecco il senso di questa contraddizione, che lo salverebbe forse, non lo sfiora nemmeno. Neanche la telefonata a un collega, più famoso di lui, risolve il problema. Finché anche il medico diventa cieco. È una conoscenza determinata dal possesso.



P: Mi persuado sempre più che il tuo romanzo sia radicalmente scettico, molto simile al valore etico del sospetto nietzschiano ma in particolare verso cosa?


S: Radicalmente scettico! davanti alla pretesa edonista, paranoica e autocratica di uniformare l’intera esistenza! riducendo la sua imponderabilità a misurazione, quantificazione e categorizzazione! Insomma, un’eugenetica totalizzante! Il romanzo è oltremodo dissacrante e satirico davanti alla funzione del governo e dei militari. Li irride sapendo che sono loro che hanno le leve di quel meccanismo eugenetico. E nonostante tutto il terrore e il dominio che essi storicamente riversano nelle vite anch’essi diventano vittime. Arrivati qui, invece di fermarsi, sospingono l’uomo ad accettare la guerra, il discrimine, l’odio e il pensiero che ci siano vite degne e indegne, le prime a cui concedere il permesso di vivere e le seconde da eliminare. E l’uomo volentieri vi fa affidamento perché è abituato a delegare grazie alla mentalità legalistica cui vi è educato da sempre.


P: un romanzo che indaga il senso dell’ignoto e forse anche del nulla, in antitesi radicale davanti alle pretese del bisogno dei perché e alla ragione positivista della “verità” e della forza …


S: Indubbiamente! contro le “ragioni” della guerra e del militarismo imperante che sono alla base della “civiltà” occidentale e dei suoi “valori”, tanto che, lo sottolineo per inciso, la metafora della guerra serve oggi più che mai per implementare una certa idea di scienza. Nel romanzo questa idea di scienza così organizzata non salva affatto, anzi condanna l’umanità alla guerra e alla violenza crescente. “Cecità” accade, anzi è già “natura” umana tutte le volte che la conoscenza, i modi in cui a livello sociale essa è organizzata, amministrata e dispensata (penso alla scuola e all’università ovviamente) sono sinonimo di potere, di profitto, di competizione. La guerra enuclea questo modello politico di “natura” umana. La libertà, dentro questo tipo di modello, ne è lo stemma più tracotante: la usiamo per l’aperitivo, in senso lato, oppure crediamo che dire “non mi piace” senza alcuna referenza e senza alcuna motivazione sia di per sé libertà. Ciecamente costruiamo muri perché siamo letteralmente terrorizzati dal fatto che la libertà venga sottratta da qualcosa o qualcuno piuttosto che guardare al fatto che non ne siamo degni, ecco perché la difendiamo coi muri. Facciamo uso della libertà per affermare e implementare un’idea di avere, di dominio per accreditarci a detentori ma di cosa? La libertà è quindi una sovrastruttura che nasce da poteri eterodiretti ai quali ci aggrappiamo.


P: Una crisi trasversale della ragione attraverso una specie di ritorno al fideismo? un pensiero talmente sclerotizzato da avere prodotto i meccanismi della propria cecità...


S: Del Nulla, in senso estetico e filosofico, non dovremmo temere niente. Forse lo schema letterario del romanzo è questo: siamo stati educati a credere che la ragione sia una fede, e, altrettanto, che la fede salvi. Come un dogma. Ma di quale ragione stiamo parlando? “Cecità” rappresenta un sistema di credenze che è una sorta di “benessere” in cui l’inquietudine, il desiderio erotico e la ricerca del Sublime sono espunti dalla vita ma li desideriamo ottenere col possesso. Osserva come abbiamo mistificato la parola salute. Questa è vissuta alla pari di un oggetto da proteggere e da alimentare per accrescere la longevità e la produttività, e soprattutto per mantenere inalterate le caratteristiche della nostra accettazione da parte del mercato sociale del gusto e della bellezza. Il dolore, la sofferenza, il pianto, la fragilità, la paura, l’angoscia sono condannate e questa condanna è resa possibile da un sistema della “cura” che è solo tecnica fine a sé stessa. In quanto la perfezione, qui, è l’oggetto del possesso invece di essere il mezzo per comprendere la propria finitezza, dalla quale compiere quel volo che ci condurrà, presumibilmente, a diventare ciò che vogliamo essere.


Saramago

P: Cecità potrebbe essere quasi un vangelo della dissacrazione delle cosiddette basi della civiltà?


S: Adesso stai esagerando. O forse no. Davanti al termine civiltà mi sono sempre sentito a disagio, come Freud insegnava tra l’altro. Come lo sono se dovessi sentirmi occidentale, visto il baratro in cui siamo. In senso estetico direi che mette in ridicolo la pretesa umana di erigersi a detentore e somministratore dello sguardo. E la scienza, o cosiddetta tale, nel romanzo non è né il rimedio terapeutico né il viatico morale.


P: La figura della donna che, per inciso, rimane l’unica a non essere investita dal biancore, ma del quale ne ha comprensibilmente paura, quale tensione richiama?


S: La tensione del femmineo nell’anthropos quale metafora del lasciar andare, del perdersi, del viaggio interiore. La cecità è quella dimensione dove l’attaccamento alle forme e agli schemi reazionari dell’antropocentrismo e dell’etnocentrismo con cui allegramente disponiamo che gli altri si omologhino. La madre di Socrate era un’ostetrica, colei che aiuta lo sguardo a schiudersi e a svelarsi. Non c’è metafora più pregnante per cui la conoscenza, la sua fondatezza, il suo rigore come le virtù che da essa nascono non si ricavano con l’estrazione forzata scandita da regole che costringono l’individuo alla rassegnazione delle opinioni comuni e del potere delle loro immagini ma col rendere esplicite, la domanda maieutica, le condizioni della comunicazione che si usa. Questo permette di verificare criticamente come la dialettica possa nascere o meno e come l’anima, in una sorte di dantesca evoluzione, diventi bella e buona o meno. Direi, inoltre, che questo tipo di metodo comunicativo e di verifica permette la nascita del rispetto, senza il quale la condizione umana, come abisso descritto nel romanzo, è funesta rassegnazione e intensificazione illimitata di ogni tipo di violenza sino alla disumanizzazione generata proprio dall’attaccamento a quello schema gnoseologico che fa della razionalità la perpetrazione della violenza. Ma ciò non è colpa della cecità che ha colpito tutti gli uomini. E’ un preciso effetto di quanto il pensiero si affidi alla forza estrinseca delle immagini, della propaganda, delle ideologie e delle menzogne istituzionalizzate di ogni potere.



P: Quasi un richiamo all’anarchia, al suo valore costruttivo… ma, con una sorpresa lacerante, un leggero “tic” mi vieta di pronunciare questa domanda. L’aquilone ha trovato la sua traiettoria e ha rotto il filo. Saluto dunque Saramago.