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martedì 24 maggio 2022

CECILIA E TIZIANO
di Angelo Gaccione

 
Di storie più o meno romanzate che riguardano artisti (pittori e scultori) ce ne sono diverse. Il romanzo si sa, è una costruzione che mescola fatti avvenuti e fatti inventati; questo vale anche per quelli che si fregiano dell’appellativo di storico. Manzoni che in Italia è riconosciuto come il padre del romanzo storico, ce lo ribadisce senza giri di parole: “Prendendo in mano un romanzo storico, il lettore sa benissimo che ci troverà e cose avvenute e cose inventate (…) cioè due opposti assentimenti”. Non fosse altro, e questo ogni narratore lo sa, perché è lui a mettere in bocca ai suoi personaggi frasi e parole che non ha mai effettivamente sentito, che le adatta secondo il proprio personale fine poetico conferendo ad esse la forma espressiva e il tono che più conviene. Il destino di un amore. Tiziano Vecellio e Cecilia di Luca Nannipieri (Skira Editore 2021, pagg. 128 € 15,00) non sfugge a questa regola. Negli 89 brevi capitoli, alcuni brevissimi, composti di quattro, tre, due e addirittura di un solo lapidario rigo - il trentottesimo -, la storia è un contorno e il passare degli anni è scandito da brevi annotazioni: “Calava l’anno 1533, Lodovico Ariosto chiudeva per sempre i suoi occhi al mondo, mentre Michel de Montaigne li apriva”. E ancora: “In quell’anno, che il calendario cristiano segnava 1534, in Francia si studiava la possibilità che tutti i torchi depositassero per legge in biblioteca una copia di ogni libro stampato a futura memoria”. 


Luca Nannipieri


A Nannipieri non interessa la storia, interessano i sentimenti, il legame intenso che ha legato Cecilia al suo uomo, all’uomo spesso rude, distratto, interessato ad onore, soldi e gloria come scrive a pagina 25, dandoci un ritratto impietoso del pittore. La devozione di Cecilia Soldani, giovane sfortunata moglie del grande pittore di Pieve di Cadore morta di parto dando alla luce la figlia Lavinia e che per questa gravidanza sacrificherà sé stessa, è questo che interessa al narratore. Gli interessa farci partecipe di questa toccante dolorosa vicenda umana per portarci alla condivisione, all’empatia, alla compassione, a muoverci alla pietàs, alle lacrime, com’è accaduto a lui stesso nello scriverle quelle parole. Perché le parole, certe parole, non sono solo fiato, sono sentimenti, sono brandelli di vita e ci riguardano direttamente, perciò ci prendono allo stomaco o ci serrano la gola. Ci vorrà quella tragedia immane perché Tiziano si renda conto della spaventosa perdita e del vuoto incolmabile in cui è precipitato. La memoria non gli darà tregua, e così gli oggetti, i luoghi, i gesti; la riconoscenza arriverà, postuma ma arriverà. E in che forma poteva arrivare se non attraverso l’unico modo in cui un pittore può e sa farlo? La sua arte. 


Tiziano Vecellio
Autoritratto

Il risarcimento sarà eternare Cecilia nel dipinto che lo ha reso famoso in assoluto: quella Venere di Urbino che dalla cittadina marchigiana finirà agli Uffizi. Non dimentichiamoci che Nannipieri è fondamentalmente uno storico dell’arte, un critico, e come tale di immagini pittoriche vive e si nutre. La sua fantasia ha voluto vedere negli occhi della Venere realizzata su committenza di Guidobaldo della Rovere, in quello sguardo privo di ogni sensualità, il dolore raggelato di Cecilia, la mancanza di lacrime perché erano state versate tutte. E se il cagnolino che dorme beato acciambellato ai piedi della dea è simbolo di fedeltà matrimoniale, della bambina che rovista nel cassone ne ha fatto il personaggio di Lavinia, la figlia del pittore. Su suggerimento del padre la bimba trae l’abito splendente della madre che non ha conosciuto, l’abito indossato il giorno del matrimonio. Lo indosserà quell’abito la ragazza al cospetto del padre? L’autore non ce lo dice, ma a noi piace immaginare di sì: lo indosserà e sarà agli occhi di lui bella come la madre. Gliela ricorderà per tutto il tempo che verrà, perché è questo in fondo il passaggio di testimone tra le generazioni. La memoria farà il resto, almeno finché resterà intatta.