Pagine

mercoledì 18 maggio 2022

EDUCARE ALLA PACE


Elisabetta Colagrossi

Rocco Altieri conversa con Elisabetta Colagrossi.


Stipulata tra l’Università di Genova e il Centro Gandhi di Pisa una convenzione per promuovere gli studi sulla trasformazione nonviolenta dei conflitti e l’educazione alla pace. Un’intervista alla prof.ssa Elisabetta Colagrossi promotrice e referente del progetto.
 
Ha scritto Hölderlin in Patmos versi che ci danno speranza e ci incoraggiano in un momento così drammatico per l’umanità, assediata dai cambiamenti climatici, dalla pandemia e dalla guerra: «Vicino / e difficile da cogliere è il Dio. / Ma dove è il pericolo, cresce / anche ciò che salva».
In questi tragici giorni che possono facilmente indurre ad accettare l’ineluttabilità della guerra rinasce con entusiasmo, dopo i precedenti infruttuosi tentativi di introdurre nell’Università italiana gli studi sulla nonviolenza, un progetto di ricerca e di studio che vuole promuovere tra le nuove generazioni la cultura della nonviolenza nella gestione dei conflitti
Il pensiero della nonviolenza ha una sua storia e una sua valenza scientifica che viene tuttora ignorata o vilipesa nella terra di Machiavelli.
È perciò di grande valore simbolico che sia la città di Genova, che ha dato i natali a Giuseppe Mazzini, il grande riformatore religioso e politico del Risorgimento, maestro ed ispiratore di Mohandas Gandhi e di Aldo Capitini, a candidarsi per l’istituzione in Italia della prima cattedra UNESCO dedicata allo studio e all’insegnamento della nonviolenza. Abbiamo intervistato la giovane docente che si è fatta promotrice del progetto, Elisabetta Colagrossi, studiosa delle religioni e delle filosofie dell’India.

 
Gandhi

Elisabetta, spiegaci come è nato il tuo interesse per la nonviolenza, qual è stato il percorso che ti ha portato fino a Gandhi.
 
Io nasco come filosofa della religione e il mio passaggio alla storia delle religioni e quindi a Gandhi è stato un approdo, non un punto di partenza. Il mio interesse per il problema religioso e per i monoteismi risale alla mia appartenenza alla Scuola genovese caraccioliana di studi religiosi e a cui mi sono accostata presto durante il mio percorso universitario. Di qui la scelta di laurearmi col prof. Gerardo Cunico su Jan Assmann e l’idea di distinzione mosaica, per poi prolungare questo interesse nel Dottorato di ricerca, che ho svolto proprio sotto la supervisione di Assmann stesso, che ho avuto la fortuna di incontrare e frequentare durante il mio soggiorno a Costanza. E qui è maturata anche l’idea dell’intervista che mi ha rilasciato, pubblicata poi presso Morcelliana sotto il titolo di Il disagio dei monoteismi.
Assmann, insomma, è stato per me il punto di passaggio dalla filosofia della religione alla storia delle religioni. E in lui si trova l’anello di congiunzione con il problema della nonviolenza e di Gandhi. Attraverso questo illustre egittologo ho approfondito il tema della violenza religiosa, ed è questo che mi ha portato successivamente a tematizzare nella mia ricerca la nonviolenza. In effetti, in un suo libro che ho tradotto per Morcelliana, Religio duplex, Assmann dice che tra i rappresentanti novecenteschi della religio duplex c’è anche Gandhi. Considero quelle pagine di Assmann il vero punto di incontro di una ulteriore linea di ricerca, ossia l’India e Gandhi. Si tratta di uno sviluppo dei miei studi. Il mio interesse per l’India attuale scaturisce dalla scoperta, fatta attraverso Assmann e poi approfondita, che Gandhi e il suo pensiero religioso non è una meteora, un evento isolato senza antecedenti, ma che in realtà è la ripresa, in un preciso contesto storico, di una linea tollerante e democratica che, come un fiume carsico, attraversa il pensiero indiano. È stata, in seguito, la lettura di alcuni libri di Amartya Sen (in particolare L’altra India) a confermarmi in questa coordinata, che tiene insieme Ashoka, l’India dell’imperatore Moghul Akbar il Grande, di Dara Shikoh, fino alle grandi figure dell’India moderna Gandhi, Tagore, Vivekananda, ecc.
Sono nati dunque dal desiderio di approfondire questa tradizione di pensiero i miei studi, oltre che su Gandhi, cui ho dedicato numerosi articoli, in attesa di fare un libro, e questa è una prospettiva di lavoro prossima. Di qui alla nonviolenza, come è facile comprendere, il passo è fisiologico. Mai come oggi, in tempi di guerra, suonano nuovamente profetiche le parole di Gandhi: “Le politiche possono cambiare, e di fatto cambiano. La nonviolenza è una fede inalterabile. Deve essere perseguita di fronte alla violenza che ci circonda”.

Tagore
 
Quali sono i programmi educativi che pensi di promuovere con la tua cattedra all'interno dell'Università di Genova in modo da portare alla costituzione di una cattedra UNESCO e magari col tempo anche alla nascita di un corso di laurea specialistico in Peace Studies?
 
Intanto è un grande onore per me avere stipulato con la mia Università una convenzione tra l’Ateneo genovese e il Centro Gandhi, che ha sede a Pisa, il cui Presidente è il Prof. Rocco Altieri. L’obiettivo delle iniziative che promuoveremo, nella collaborazione istituita tra l’Università di Genova e il Centro studi gandhiano, è la diffusione della cultura della nonviolenza, l’etica del dialogo, interculturale e interreligioso, la pace come prassi intersoggettiva, l’educazione al metodo nonviolento nella soluzione dei conflitti, condividendo la rete di collaborazioni con studiosi, centri di ricerca, università italiane e internazionali, interessati allo sviluppo della cultura della nonviolenza. Tutto questo attraverso gruppi di studio, conferenze, convegni, seminari, organizzazione di corsi di aggiornamento per docenti, ecc. Tra le prime iniziative prevediamo un convegno sull’impegno delle donne nella cultura della nonviolenza e un incontro su Mazzini educatore religioso, ispiratore di Tolstoj, Gandhi, Capitini.