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sabato 17 settembre 2022

ISRAELE
di Gianmarco Pisa


 


Le destre e la scuola nella campagna elettorale.  

In vista delle elezioni del primo novembre, la campagna elettorale in Israele sta sempre più entrando nel vivo, con mosse e accordi tra i partiti per garantire all’uno o all’altro dei due schieramenti principali la maggioranza dei 120 seggi della Knesset, il Parlamento israeliano; e sta, al contempo, sempre più polarizzando le posizioni, portando al centro questioni identitarie che segnalano, in particolare, la caratterizzazione sempre più estremista delle forze della destra dello spettro politico di Israele. Tra i responsabili di questo ulteriore riorientamento a destra del baricentro politico-elettorale in Israele figura, indubbiamente, il leader del Likud, l’ex capo di governo Benjamin Netanyahu, che sta costruendo un’alleanza tra le varie destre, di orientamento laico, fondamentalista ed estremista, per aumentare le possibilità di raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi. In questo quadro si inserisce la notizia dell’accordo raggiunto tra il Likud e le forze che compongono l’alleanza ashkenazita haredim “United Torah Judaism”, accordo che ha consentito di stringere l’alleanza e di mantenere unito il partito in cambio della promessa, mediata direttamente da Netanyahu, di aumentare consistentemente il finanziamento statale alle scuole haredim (religiose ortodosse) e di consentire loro di ottenere il finanziamento pubblico nella sua interezza anche senza rispettare il curriculum didattico, statale, di base. Netanyahu avrebbe cioè promesso un incremento del bilancio annuale per le scuole ultra-ortodosse da 1.2 miliardi a 3 miliardi di shekel (circa 875 milioni di dollari) e una più ampia libertà di seguire un proprio curriculum didattico (religioso), senza obbligo di seguire il curriculum statale di base.
Non si è fatta attendere la replica dell’attuale premier israeliano, il liberale Yair Lapid, del partito centrista Yesh Atid, per il quale «dobbiamo garantire che ogni bambino in Israele impari l’ebraico, l’inglese e la matematica. Gli studi di base sono il futuro del Paese e costituiscono un’opportunità storica per integrare gli ultra-ortodossi nel mondo del lavoro. Il tentativo di Netanyahu di barattare il futuro dei nostri figli per un accordo politico è irresponsabile». La questione, al di là della schermaglia politica e della campagna elettorale, ha avuto ampia eco sulla stampa proprio in virtù del contenuto ideologico e del carattere identitario della proposta. Non a caso, Moshe Gafni, leader di Degel HaTorah (“Bandiera della Torah”), una delle fazioni di “United Torah Judaism”, ha definito l’accordo come la «riparazione di un torto storico», dal momento che l’impossibilità di ottenere l’intera quota dei finanziamenti pubblici a causa dell’inosservanza del programma statale costituirebbe una «discriminazione ingiustificata». D’altra parte, ove mai entrasse in vigore, l’accordo non solo rappresenterebbe un serio vulnus alla laicità della scuola e, in prospettiva, della società israeliana, ma verrebbe anche a configurare un consistente incremento della spesa pubblica per il sistema di istruzione religioso, parificando altresì, a tutti gli effetti, istruzione statale e istruzione religiosa.



Molte comunità ultra-ortodosse in Israele letteralmente rifiutano di applicare il programma di studi statale perché lo considerano una “distrazione” o una “minaccia”, a seconda dei punti di vista, per l’insegnamento religioso e per lo studio della Torah. La questione è stata portata al centro del dibattito pubblico, a seguito della decisione del capo dell’importante comunità chassidica di Belz, il rabbino Yissachar Dov Rokeach, che ha raggiunto un accordo con il Ministero dell’Istruzione in base al quale le scuole di Belz avrebbero applicato l’intero curriculum statale di base in cambio del finanziamento statale completo, suscitando dibattito e contrasto nelle comunità ultra-ortodosse. La questione, come è stato fatto notare, ha anche risvolti economici e sociali significativi, dal momento che un insegnamento non conforme al programma statale e di carattere eminentemente religioso riduce le possibilità di accesso al mondo del lavoro; secondo uno studio dell’Israel Democracy Institute relativo alle comunità haredim, gli ebrei ultra-ortodossi guadagnano oggi la metà (55%) di quanto guadagnano gli ebrei non-ortodossi, e il tasso di povertà tra gli israeliani ultra-ortodossi è addirittura il doppio (44%) rispetto a una media nazionale intorno al 22%.
Tali divisioni si riflettono nel singolare sistema di istruzione israeliano; in Israele esistono di fatto quattro sistemi scolastici: un sistema statale laico, un sistema statale religioso, un sistema per gli arabi israeliani e un sistema religioso ultra-ortodosso; quest’ultimo è a propria volta articolato in quattro tipi di scuole: le scuole haredim statali, dove si studia il programma statale completo e che quindi ricevono l’intero finanziamento statale; le scuole private legate alle diverse comunità (40% degli studenti haredim), che pure seguono l’intero curriculum di base e ricevono finanziamenti statali completi; le cosiddette scuole «non ufficiali ma riconosciute» che seguono il 75% del curriculum e ricevono il 75% del finanziamento; e le cosiddette scuole “esenti” (altro 40% di studenti haredim), che seguono il 55% del curriculum e ricevono il 55% di finanziamento; il resto del budget viene coperto col pagamento di tasse scolastiche a carico delle famiglie. Un sistema scolastico, nel suo insieme, non privo di contraddizioni, considerato tra i primi, in area OCSE, per qualità dell’istruzione, ma criticato per non pochi elementi discriminatori, con le scuole degli arabi israeliani spesso sottofinanziate, assai meno attrezzate, con meno librerie e meno spazi ricreativi.
L’accordo mediato da Netanyahu verrebbe a eliminare il requisito che le scuole “non ufficiali ma riconosciute” ed “esenti” seguano il curriculum statale per ricevere i finanziamenti pubblici. Lo stesso Netanyahu, peraltro, ha anche negoziato un accordo tra i partiti religiosi della estrema destra, “Sionismo religioso” di Bezalel Smotrich e “Otzmah Yehudit” di Itamar Ben Gvir, rafforzando il carattere radicale di destra della coalizione; non si fatica a definire “Sionismo religioso” un partito di orientamento fondamentalista, mentre sono note le origini di “Otzmah Yehudit” (“Potere Ebraico”) nel vecchio partito Kach, poi fuorilegge, di ideologia kahanista (pseudo-fascista), accusato di negare il carattere democratico di Israele e di incitamento al razzismo. «La vittoria della destra e la lotta per la piena identità ebraica del Paese» ha dichiarato “Sionismo religioso” «ci obbligano a non correre rischi di disperdere voti che potrebbero portare a un governo progressista». Una destra oltranzista, ideologica e fondamentalista, a lungo ai margini dell’arco politico israeliano, e che sempre più invece si va affermando, in termini di consenso e di egemonia.