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sabato 24 dicembre 2022

DAL CAMPO AL CIELO
di Cataldo Russo


Cangiano fra pittura e scrittura.
 
Non è possibile parlare di Carmine Cangiano scrittore separandolo dalla sua pittura perché non c’è alcuna soluzione di continuità fra le due forme d’arte. Dal Campo al cielo, il libro di sua recente pubblicazione, è il naturale approdo di un uomo e di un artista che ha fatto più di un cambiamento nel corso della sua vita e che ha sempre amato mettersi in gioco e ripartire avendo chiaro l’obiettivo finale da conseguire. Potenziale calciatore dotato di buona tecnica, più che di potente fisico, allenatore delle squadre giovanili dell’Inter ma con la sensibilità dell’educatore ancor più che con il piglio del sergente di ferro, Cangiano approda alla pittura come insito bisogno di creare qualcosa che lasci una testimonianza del suo passaggio sulla terra, bisogno che non ha niente a che vedere con il concetto di religione delle illusioni, ossia il culto dei valori ideali di foscoliana memoria, anche perché Carmine, contrariamente a Foscolo, è un credente e quindi ha una sua solida visione del mondo e dell’Aldilà, anche se è una visione tutta sua.
E se la sua pittura è vissuta come il dono di un essere superiore che guida la sua mano e la sua creatività, infondendo forza, vigore ed estro alla sua creatività artistica, la scrittura di questo libro gli consente di uscire da questa dimensione che è contemporaneamente onirica e spirituale, per conseguire una più attenta e razionale conoscenza di sé attraverso l’operazione del recupero della memoria, scandagliando il proprio passato e il proprio presente.
La scrittura, ancor più di altre forme d’arte ci costringe a guardarci allo specchio sia per recuperare le pepite e le scorie di cui è seminato il nostro cammino sia per razionalizzare le nostre aspirazioni, riflettere sui nostri sbagli e vedere come continuare il cammino.


Carmine Cangiano

Per Carmine le avversità e le perdite fanno parte della vita. L’importante è non farne un alibi per continuare a lamentarsene e non far nulla per una sorta di piacevole ignavia che si può provare, ma rialzarsi e ritornare al centro del quadrato per riprendere a combattere.   
Trovo che c’è molta religiosità nella pittura di Carmine, più di quanto non dicano le sue figure, le sue favole oniriche raccontate sulla tela con dovizia di particolari e la bravura del miniaturista, ma c’è anche tanta religiosità interiore e non di facciata in questo libro, dove Carmine confessa di sentirsi guidato da un “Dio creatore, liberatorio nel suo divenire per risanare ignoranti credenze”. L’iter pittorico di Carmine è complesso perché complessa è l’arte con la “a” maiuscola, ed è fatto di tante tappe che condensano tutti i fermenti pittorici che hanno avuto luogo dal Rinascimento ai giorni nostri, ma che hanno come punto di partenza l’Impressionismo. Carmine inizia a innamorarsi della pittura fin da bambino, scrutando e osservando il pittore che casualmente abita nel suo palazzo e che poi lo prenderà sotto la sua custodia per trasferirgli i segreti dell’arte, proprio come accadeva ai ragazzi che andavano a bottega dai grandi maestri del nostro Rinascimento. Il primo innamoramento artistico di Carmine ragazzo non può non essere per il disegno, il figurativo, collocandosi nella corrente impressionista dove la precisione delle figure e dei contorni assurge quasi a livelli fotografici soddisfacendo l’io del pittore. Questo è un denominatore comune di molti pittori, i quali all’inizio del loro percorso artistico cercano di fare emergere il “Giotto” che c’è in ciascuno di noi, ed è quello che fa Carmine da giovane. Con il passare del tempo passa ad altri generi e ad altre contaminazioni pittoriche, l’espressionismo, ossia il desiderio di fare emergere l’interiorità delle persone ancor più che delineare i contorni dei loro corpi e delle loro cose, l’art nouveau, il simbolismo, il fauvismo, il surrealismo, l’arte naif e via discorrendo. Tante le influenze che si possono notare nella pittura di Carmine, ma gli approdi sono sempre personali ed originali, anche perché egli ama scompigliare le carte e sorprenderci. 



I suoi quadri non sono solo immagini e figure, ma veri e propri racconti di vita. Ritornando al libro, mi pare di poter affermare che siamo di fronte a un volume di memorie non tanto davanti a uno scritto autobiografico. Dico questo perché Carmine in questo libro non rispetta gli eventi e non ricostruisce pedissequamente i fatti restando imbrigliato nello sviluppo cronologico e nella scansione reale degli accadimenti, ma evidenzia maggiore attenzione per le emozioni vissute nei vari periodi della sua vita, perché per lui conta più la verità emotiva che non la verità fattuale. Per questo motivo non è stato difficile per lui condensare settant’anni di vita in poche pagine, perché non ci dice cosa ha mangiato e come era vestito il tal giorno, ma quasi alla maniera proustiana ci rivela cosa ha provato quel giorno in una certa situazione. E allora, attraverso i suoi scritti rivediamo alcuni luoghi simboli del mondo artistico milanese, come il bar Jamaica in zona Corso Garibaldi. Il titolo del libro dal Campo al Cielo, con l’iniziale della preposizione dal in minuscolo e le due “C” di campo e cielo in maiuscolo sanciscono la mancanza di soluzione di continuità fra i campi erbosi o di terra battuta dove si gioca al calcio e quelli più morbidi e onirici del cielo, “Dove il tempo non conosce tempo” e nel diradarsi delle nuvole rimane un’ultima visione”. 


Siamo di fronte a un libro che si lascia leggere con piacere perché Carmine non ci parla dei massimi sistemi ma del suo rapporto con l’arte e con il padrone del creato e lo fa con un linguaggio semplice e senza la spocchia dell’accademico e dell’artista che ha la puzza sotto il naso. Il libro è impreziosito da alcune foto del periodo calcistico e da quelle di alcuni dei suoi dipinti che danno che aiutano il lettore e farsi un’idea del suo percorso pittorico.