Pagine

mercoledì 28 dicembre 2022

FRATELLI CERVI


Ricordiamoli
 
28 dicembre 1943 - 28 dicembre 2022

Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore Cervi.
Sette rami dell’albero maestoso della Libertà, quel 28 di dicembre, la ferocia fascista e nazista volle potare, senza pietà, con l’orrore che non si può né si deve dimenticare. Ma la morte può anche essere seme: quei rami li fa rifiorire nel nostro ricordo. Ancora una volta, allora, tocca a noi, proprio oggi, farci loro voce, e dire chiaro e forte ai fascisti di ieri, e a quelli di oggi: noi siamo lì, con quelle sette vite, sull’aia di quella cascina a difendere la nostra Storia, la nostra Resistenza, la nostra Costituzione. Noi non dimentichiamo.                                                                                                                    


Rileggiamo “Ai Fratelli Cervi, alla loro Italia” 
di Salvatore Quasimodo.

“In tutta la terra ridono uomini vili,
principi, poeti, che ripetono il mondo
in sogni, saggi di malizia e ladri
di sapienza. Anche nella mia patria ridono
sulla pietà, sul cuore paziente, la solitaria
malinconia dei poveri. E la mia terra è bella
d’uomini e d’alberi, di martirio, di figure
di pietra e di colore, d'antiche meditazioni.

Gli stranieri vi battono con dita di mercanti
il petto dei santi, le reliquie d’amore,
bevono vino e incenso alla forte luna
delle rive, su chitarre di re accordano
canti di vulcani. Da anni e anni
vi entrano in armi, scivolano dalle valli
lungo le pianure con gli animali e i fiumi.

Nella notte dolcissima Polifemo piange
qui ancora il suo occhio spento dal navigante
dell’isola lontana. E il ramo d’ulivo è sempre ardente.
Anche qui dividono in sogni la natura,
vestono la morte, e ridono, i nemici
familiari. Alcuni erano con me nel tempo
dei versi d’amore e solitudine, nei confusi
dolori di lente macine e lacrime.
Nel mio cuore e finì la loro storia
quando caddero gli alberi e le mura
tra furie e lamenti fraterni nella città lombarda.

Ma io scrivo ancora parole d’amore,
e anche questa terra è una lettera d'amore
alla mia terra. Scrivo ai fratelli Cervi,
non alle sette stelle dell’Orsa: ai sette emiliani
dei campi. Avevano nel cuore pochi libri,
morirono tirando dadi d’amore nel silenzio.

Non sapevano soldati, filosofi, poeti,
di questo umanesimo di razza contadina.
L’amore, la morte, in una fossa di nebbia appena fonda.
Ogni terra vorrebbe i vostri nomi di forza, di pudore,
non per memoria, ma per i giorni che strisciano
tardi di storia, rapidi di macchine di sangue”.

 (Da: Il falso e vero verde 1954)