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domenica 18 dicembre 2022

KAFKA
di Gabriele Scaramuzza


Una relazione per un’accademia.
 
Sono passati molti anni, non ricordo quanti, da quando ho letto per la prima volta Una relazione per un’accademia. Ma la mia attenzione si è concentrata su questo racconto nei miei anni veronesi, i primi anni Settanta. Grazie anche ai dialoghi con Paolo Gambazzi, che a Pierino il Rosso (così traduceva RotPeter, Pietro il Rosso) ha dedicato il capitolo “Kafka. La scimmia e la normalità di sinistra” (datato 1975) del suo Pro Marx e pro nobis (raccolta di scritti di quegli anni, Edizioni Re Nudo, Milano 1978, pp. 16-31). È anche da tener presente che il racconto è stato scritto nel ’17, durante la prima guerra mondiale, e poco prima che (tra agosto e settembre) si rivelasse e fosse diagnosticata la malattia mortale di K, da lui ambiguamente vissuta anche come una forma di liberazione: dal matrimonio, simbolo di inserimento nel mondo “perbene”. Una liberazione pagata a caro prezzo in ogni caso, alla fine con la morte.  
Naturalmente la mia prima lettura si inseriva in un clima molto diverso da quello attuale, ma non proprio totalmente diverso. Il compito che Pietro il Rosso si propone riesce a metà, un po’ come le aspirazioni degli anni Sessanta e Settanta. La liberazione in essi perseguita (sacrosanta, per molti aspetti ha lasciato traccia di sé) è sopravvissuta incerta, è avvenuta per pochi, o è avvenuta distorta e ha generato equivoci. Ci fu chi semplicemente non era in grado di, o non poteva, permettersele, quelle liberazioni. Certo “perbenismo” da cui ci si voleva liberare era oppressione ma anche necessità di vita, per taluni che vivevano al di sotto di quella soglia. RotPeter denuncia entrambe le cose, alla perfezione. Una liberazione da certe gabbie non è stata libertà per lui, né per gli altri tutti. Leonardo Caffo ha giustamente rivendicato l’attualità di questo racconto; attualità che peraltro la sua stessa riedizione testimonia. 
Rotpeter denuncia una situazione senza sbocco: cerca una via d’uscita, non una piena liberazione; “No, non volevo libertà. Solo una via d’uscita”. Sa gli equivoci della libertà: “con la libertà tra gli uomini ci si inganna fin troppo spesso”. La libertà del mondo animale cessa per lui allorché lo catturano, si trova in gabbia, pensa alle possibilità di liberarsene, ma le scarta tutte come improponibili; anche tornare indietro è impossibile, il foro che dà sul passato è troppo stretto.
Escogita infine una via d’uscita nell’imitazione degli uomini che lo circondano; in altri termini in una forma di assimilazione: Max Brod definisce il nostro racconto “la satira più geniale sull’assimilazione ebraica” (citato in Franz Kafka Cinque storie di animali, a cura di Camilla Miglio, introduzione di Irene Kajon, Donzelli, Roma 2000, p. 114). L’assimilazione è liberazione e insieme perdita di sé. Non mancano effetti ironici e comici (Renato Barilli, Comicità di Kafka, Bompiani, Milano 1982), che servono a smontare la sospetta serietà, e la sostanza degli intenti del protagonista.
 

Gli uomini lo incoraggiano, fanno salti di gioia ogni qualvolta Rotpeter conquista qualche grado di “umanità”. Il suo primo approccio all’umano, già nella nave, è ai livelli più bassi e volgari del vivere comune: sputi, acquavite, fumo, volgarità. Qualcosa richiama i consigli del padre nella Lettera al padre perché Franz diventi “uomo”; nel senso di Maschio per obbligo di Carla Ravaioli.  
Pietro il Rosso osserva tutto, agisce con “calma interiore”. Tratti “umani” non mancano anche nelle scimmie. Alla fine l’assimilazione gli riesce, nei modi in cui gli è possibile. Ma non scavalca la soglia tra scimmia e uomo, non può decidere a favore di nessuna delle due alternative; anche perché alternativa non c’è, ma solo un intersecarsi ineliminabile di nature. La natura scimmiesca non sarà mai del tutto repressa; un ritorno del rimosso è sempre in agguato.
Il passaggio all’ “umano” più alto è contrassegnato dalla stretta di mano, dalla parola franca; la conclusione è la relazione all’Accademia: è accolto ai massimi vertici istituzionali della cultura umana. Ma anche lì qualcosa legato alle sue origini animali traspare; come nell’uomo non poco sopravvive della natura animale.
Rotpeter si ritrova ingabbiato di nuovo in un “sistema” pervasivo che non ammette scappatoie - che per lui si configura come assunzione nel mondo del varietà, del circo, in certo modo anche della famiglia tenuta in ombra; scartata ovviamente da subito la va del giardino zoologico: “è solo una nuova gabbia, se finisci lì sei perduto”. L’iter di civilizzazione, l’acculturazione, in cui è coinvolto, il passaggio a uno stadio “superiore” di vita dello spirito direbbe Hegel, non è acquisizione di una maggiore libertà, ma ulteriore prigionia; non è privo di un proprio, pesante, prezzo. Rotpeter non persegue come alta finalità nobilitante il farsi uomo, lo sente estraneo a sé: “non mi attirava imitare gli esseri umani: imitavo perché cercavo una via d’uscita”. Era una via obbligata, imposta dalla forza delle cose, la sua. 
Rotpeter denuncia che l’esito cui approda è frutto di una violenta oppressione, ma anche di un’inderogabile necessità di vita: l’unica via d’uscita nelle condizioni in cui si è venuto a trovare. “Non avevo via d’uscita, ma dovevo procurarmela, perché senza non potevo vivere”. Soprattutto è in discussione che davvero l’esser uomo sia un vertice supremo, un indiscutibile valore: “non mi lamento, e nemmeno sono soddisfatto”. In discussione è l’intero processo di civilizzazione, il “progresso” dell’umanità come tale.            


 
Micaela Latini individua benissimo il ruolo centrale che in Kafka riveste il motivo della soglia. Soglia tra animale e umano, natura e cultura, segregazione e libertà… Cui aggiungerei la soglia tra memoria e oblio, ben presente a Latini.      
Il mondo di Kafka è dominato (e qui ricorro a Benjamin) da una forma di oblio che non è tuttavia cancellazione totale, annientamento del passato, ma sua stentata sopravvivenza: nella modalità della deformazione. Rotpeter si allontana sempre più delle proprie origini, quel che gli resta è deformato già dall’uso della lingua degli uomini che ha dovuto imparare: “sono costretto a basarmi su quanto hanno raccontato altri”. “Naturalmente oggi posso tratteggiare solo con parole umane ciò che allora sentii nei mei panni di scimmia, e di conseguenza lo distorco”; senza contare le deformazioni che sopravvivono nel corpo (ferite, comportamenti sgraziati, modi di fare poco “civili”…). La sua vita è informe e inquietante: da uomo-non-uomo, non più scimmia non ancora uomo. La sua storia è irricostruibile, cioè obliata; “la tempesta che mi soffiava alle spalle dal passato” si è ridotta a “spiffero”, il ritorno alle origini è impedito da un “foro” troppo stretto per poterci passare. Eppure è un foro attraverso cui pur qualcosa filtra. Segni del passato/obliato permangono.

 
Kafka e Max Brod
 
Mi ha rallegrato, il finale (mediato da un brano di Elias Canetti)dell’Introduzione di Micaela Latini. “Non dimenticare il meglio!” è quanto ci raccomanda Walter Benjamin, e l’esortazione, aggiunge, proviene “da una quantità infinita di antichi racconti, senza tuttavia che appaia mai in alcuno di essi”; e conclude: “la dimenticanza riguarda sempre il meglio, poiché riguarda la possibilità della salvezza.” L’animalità dimenticata contiene anche germi di redenzione.
Le parole conclusive di M. Latini aprono un discorso decisivo: cosa significa tornar a Kafka oggi, che senso conserva per noi. Come mai la scelta proprio di questo racconto nel 2022? A mio avviso il messaggio che Kafka ci lascia è che è importante ricordare, non dimenticare quello da cui si pensa di essersi emancipati (dal proprio passato, dalla propria dimensione animale), e non dimenticare di aver dimenticato; perché in un oblio che sa riconoscersi e denunciarsi è presente un’apertura messianica, una possibile speranza (che è forse anche ipotesi di un senso diverso dello stesso oblio). Si tratta di non dimenticarsi delle tempeste del passato, del peggio che è successo, certo. Ma l’oblio non è solo oblio del peggio, ma anche "del meglio" – ed è questo che rende possibile il riconoscimento dell’orrore come tale.
Nela dimensione animale obliata, rimossa, che pure sopravvive come deformazione, non c’è solo li peggio della bestialità da cui ci siamo affrancati, ma anche il meglio di una possibilità di redenzione, in una credibile libertà.    
 

Ma qui vorrei aggiungere quanto Jorge Luis Borges sostiene nella sua Introduzione a una delle non molte raccolte di racconti di animali in Kafka: Kafka. L’avvoltoio (Mondadori, Milano 1989; la traduzione dallo spagnolo è di Gianni Guadalupi; mentre le traduzioni dei racconti di Kafka sono di Ervino Pocar): “Si potrebbe definire l’opera di Kafka come una parabola o una serie di parabole, il cui tema è la relazione morale dell’individuo con a divinità e col suo incomprensibile universo. […] Presuppone una coscienza religiosa, e anzitutto giudaica […]. Kafka vedeva la propria opera come un atto di fede”. Ma allora dovrei riprendere una infinita sequela di letture kafkiane. Non c’è tempo.



Franz Kafka
Una relazione per un’Accademia
a cura di Micaela Latini e Ginevra Quadrio Curzio   
La Vita Felice, Milano 2022, pp. 78, € 8